Washington, fuoco sui militari
La sparatoria che nel pomeriggio di mercoledì a Washington ha causato il ferimento di due soldati della Guardia Nazionale ha fornito l’assist al presidente Trump per intensificare la militarizzazione delle città americane e la stretta sui diritti democratici già in atto da mesi. Al momento non è ancora chiaro il motivo alla base dell’attacco avvenuto con un’arma da fuoco a poca distanza dalla Casa Bianca e attribuito a un immigrato afgano di 29 anni, ricoverato anch’egli, come i due soldati, in gravi condizioni. La responsabilità politica dei fatti è in ogni caso interamente dell’amministrazione repubblicana, che da mesi sta dispiegando le forze armate sul suolo domestico in violazione delle norme costituzionali, alimentando tensioni e resistenze crescenti.
La stampa USA ha identificato il sospetto in Rahmanullah Lakanwal, arrivato in America nel settembre del 2021 nel quadro del programma di accoglienza istituito dall’amministrazione Biden dopo la caduta del governo-fantoccio di Kabul e il ritorno al potere dei Talibani l’agosto precedente. Lakanwal aveva collaborato con gli americani nel suo paese e, più precisamente, con la CIA in operazioni svolte assieme alle forze speciali a stelle e strisce. Questo dettaglio, confermato dall’attuale direttore dell’agenzia di Langley, John Ratcliffe, potrebbe pesare in maniera cruciale sulle indagini appena avviate dall’FBI. Un amico d’infanzia afgano ha infatti rivelato giovedì che l’assalitore soffriva di disturbi mentali, verosimilmente collegati alle brutalità commesse dall’unità di cui faceva parte durante l’occupazione del suo paese.
Si stima che circa 200 mila afgani entrarono negli USA dopo il ritiro delle truppe americane dal loro paese, una parte dei quali ha goduto del cosiddetto Status Protetto Temporaneo (TPS), mentre altri hanno ottenuto l’asilo. Lakanwal era in questa seconda categoria e risiedeva nello stato di Washington, ma la sua posizione era diversa dai “semplici” profughi, visto che la collaborazione con le forze americane gli aveva consentito di entrare nel paese attraverso un canale privilegiato. Nei mesi scorsi, coerentemente con la guerra all’immigrazione “clandestina” negli Stati Uniti, Trump aveva comunque cancellato il programma TPS per i cittadini di molti stati stranieri, tra cui l’Afghanistan, condannandoli all’espulsione o alla clandestinità.
Lakanwal avrebbe teso un’imboscata ai due membri della Guardia Nazionale del West Virginia, i quali hanno risposto al fuoco colpendo a loro volta l’assalitore. L’identità dei due militari è stata resa nota giovedì. Si tratta di Sarah Beckstrom di 20 anni e Andrew Wolfe di 24. Entrambi erano entrati in servizio nella Guardia Nazionale solo il giorno prima dell’aggressione. Mercoledì, Trump era nella sua residenza in Florida, da dove ha subito rilasciato dichiarazioni ultra-aggressive con la precisa intenzione di strumentalizzare l’accaduto. Il presidente, tra l’altro co-responsabile del genocidio palestinese e primo responsabile di decine di omicidi di civili su imbarcazioni bombardate nelle acque dei Caraibi, ha definito Lakanwal un “animale”, avvertendo che “pagherà a carissimo prezzo” le sue azioni. Trump ha poi affermato che l’attacco è un “atto di terrorismo”, nonché un “crimine contro l’intera nazione”. Nessun riferimento ha fatto invece prevedibilmente alle conseguenze psicologiche di due decenni di brutale occupazione dell’Afghanistan con cui ha dovuto senza dubbio fare i conti il giovane sospettato.
Questi toni sono serviti a giustificare l’annuncio sempre mercoledì del segretario della Guerra (Difesa), Pete Hegseth, che ha fatto sapere di avere ricevuto indicazione da Trump di dispiegare altri 500 militari della Guardia Nazionale nelle strade della capitale americana. Attualmente operano a Washington più di duemila uomini della milizia su base statale che dipende dal dipartimento della Guerra (Difesa). Oltre la metà di essi proviene dalle sezioni della Guardia Nazionale di altri stati, come Louisiana, Mississippi, Ohio, South Carolina, West Virginia, Georgia e Alabama.
La permanenza di questo contingente è stata da poco prolungata fino alla fine del prossimo mese di febbraio, anche se un giudice federale ha recentemente stabilito che l’ordine emanato da Trump per l’impiego dei militari a Washington con incarichi legati al mantenimento dell’ordine pubblico va oltre i limiti dell’autorità del presidente. Lo stesso giudice ha però sospeso l’implementazione della sentenza per tre settimane, in modo da consentire alla Casa Bianca di ricorrere in appello.
Ufficialmente, l’uso della Guardia Nazionale nelle città americane è diretto a combattere il crimine presumibilmente dilagante o ad assistere e proteggere la polizia federale di frontiera nelle retate che prendono di mira gli immigrati. L’unica eventualità in cui i militari possono essere impiegati sul suolo domestico è però una rivolta o insurrezione che metta a rischio l’integrità dello stato, come previsto dal Insurrection Act del 1807. Una legge, quest’ultima, che Trump ha più volte minacciato di invocare in risposta a emergenze che, nella realtà, non esistono. La Casa Bianca e il Pentagono sembrano volere normalizzare la presenza dei militari tra la popolazione, in parallelo al consolidamento dei piani autoritari già in fase di implementazione, se non in previsione addirittura di un’azione eversiva che provocherebbe manifestazioni di protesta e rivolte, da reprimere appunto con la forza.
Oltre all’ordine di inviare altri 500 uomini della Guardia Nazionale a Washington, Trump ha risposto all’attacco armato di mercoledì con il congelamento di tutte le domande di ingresso negli Stati Uniti dei cittadini afgani. Anche senza considerare che i dettagli di quanto accaduto nella capitale americana sono ancora tutti da definire, risulta evidente che basare una misura di così vasta portata su un singolo crimine commesso da un individuo con passaporto afgano è soltanto un pretesto per alimentare ancora di più il clima xenofobo tra i sostenitori del presidente. E infatti, dopo avere attaccato il suo predecessore per avere aperto la porta a decine di migliaia di afgani, Trump ha spiegato che la sparatoria di mercoledì evidenzia ancora una volta come l’immigrazione sia “la minaccia più grande alla sicurezza nazionale del nostro paese”.
Il ferimento dei due militari della Guardia Nazionale serve infine anche a dare ulteriore fiato alla propaganda di estrema destra amplificata dagli ambienti trumpiani sui media e non solo. Commenti e podcast vari hanno visto l’intervento di personalità ultra-reazionarie che si sono scagliate, ancora prima di conoscere il profilo dell’attentatore, sulla “sinistra” e su quanti stanno denunciando la guerra agli immigrati e la deriva fascista dell’amministrazione repubblicana.

