Venezuela, la guerra persa di Trump
Prima una, poi un’altra, un’altra ancora; le petroliere che transitano nei Caraibi vengono assaltate dai marines della U.S. Navy e così i fatti superano le parole. Arrivati per sequestrare droga, sequestrano petrolio. L’impero cleptomane si agita ma ormai l’intero mondo ha scoperto la truffe. Le cannoniere puntate sulle coste di Bolivar non ottengono l’effetto sperato. Sebbene l’inganno mediatico abbia di solito natura epidemica, stavolta il relato funziona poco e al Venezuela compromesso con il narcotraffico non crede nessuno. Nemmeno Gran Bretagna e Francia, usi ad obbedir tacendo, hanno accettato di farsi fregare dall’avventura dei nuovi pirati dei Caraibi.
La presenza militare USA nei Caraibi è priva di legittimità e legalità, dato che a tutti gli effetti minaccia la libera navigazione e il libero uso dello spazio aereo e si esercita in attacchi ingiustificati su imbarcazioni civili peschiere che di corrieri della droga non hanno nemmeno la faccia. Prova ne sia che non vengono abbordati o bloccati ma gli si spara direttamente, come ha confermato il criminale al vertice del Pentagono, senza peritarsi nemmeno di chi vi sia a bordo, cosa stia facendo e se rappresenta o no un pericolo. L’idea è che prima si sparare e poi si vede a chi. Si chiama terrorismo di Stato, senza virgolette.
In attesa che la Corte Internazionale di Giustizia riceva una denuncia per omicidio verso i vertici politici e militari statunitensi, che assassinano impunemente, rubano e sequestrano beni, si rivela l’obiettivo della presenza navale nei Caraibi: far crollare l’economia venezuelana, forzare un cambio di regime e prendere il controllo delle più grandi riserve petrolifere del mondo. Inoltre, colpire Pechino causando un blocco delle importazioni petrolifere da parte della Cina, ribadendo che in quella porzione di mondo ci sono padroni e non soci e che i padroni sono loro. In quell’area così ricca non c’è mercato o democrazia, non ci sono commerci e scambi, non ci sono regole e non c’è rispetto: il padrone saccheggia tutto e tutti.
Quella contro il Venezuela è una delle guerre indirette più lunghe mai combattute dagli USA nel subcontinente. Hanno provato con colpi di Stato hard e soft, ovvero diretti e con il golpismo permanente, con sanzioni e embarghi, addirittura nominando via Twitter un presidente mai candidato e mai eletto da nessuno per spodestare Maduro, legittimamente eletto.
Non è una cospirazione di cattivi, sono affari. La centralità del petrolio ha assunto carattere strategico come mai prima d’ora. Con il blocco alle importazioni da Russia, Iran e Venezuela, la mappa di estrazione e fornitura del greggio è prioritaria nell’agenda politica trumpiana. A cominciare dal loro fabbisogno diretto, perché neanche la deindustrializzazione impostasi con la finanziarizzazione dell’economia ha ridotto il fabbisogno energetico. Il petrolio che abbonda in Texas, è “light sweet crude”. Non va bene per le raffinerie americane sulla costa del Golfo costruite 50 anni fa per lavorare greggio “heavy sour crude”. Agli USA serve “petrolio pesante”, per produrre diesel e, se il diesel finisce, la catena di approvvigionamento americana si blocca. E comunque, gli Stati Uniti producono giornalmente 15.837.640 di barili di petrolio ma ne consumano 20 milioni. Un deficit energetico di oltre 4 milioni di barili al giorno.
Dislivello di non semplice soluzione per una società sempre più energivora: le loro riserve accertate sono equivalenti a 4,9 volte i loro livelli di consumo annuale. Ciò significa che, senza importazioni, avrebbero circa 5 anni di petrolio (ai livelli di consumo attuali e escludendo le riserve non accertate). Troppo poco per un paese delle dimensioni e delle ambizioni degli USA. Insignificante per il suo commercio. Ridicolo per trasformarsi in una minaccia, che resta la modalità preferita nei rapporti bilaterali e multilaterali che gli Stati Uniti mantengono con l’intero mondo.
Hanno sequestrato gli attivi venezuelani e le società finanziarie del Venezuela, convinti che sanzionando il petrolio venezuelano il mondo avrebbe smesso di comprarlo. Ma il mondo che gli ha obbedito è l’ex occidente Collettivo, ovvero la porzione di mondo che ha già il suo mercato energetico. Quella che non ce l’ha o comunque non in misura sufficiente per il suo sviluppo, ha invece continuato a comprare. Compra a chi vende un buon prodotto a un buon prezzo. Piaccia o no a USA e UE, la Cina compra. L’India compra. E nessuno dei due paga in Dollari.
Il Venezuela è diventato così il primo laboratorio per un mercato petrolifero post-dollaro. Si vende in Yuan cinesi, in Rupie e sempre più in criptovalute USDT (una criptovaluta progettata per fornire un prezzo stabile nel tempo). Il Venezuela è riuscito a costruire un sistema immunitario finanziario che almeno in parte la pone al riparo dalle sanzioni occidentali, e ha dimostrato al mondo che si può vendere petrolio senza il permesso di Washington.
Ma pur considerando la fame di petrolio USA per una economia dissestata e in prospettiva a medio termine non più in grado nemmeno di rimborsare i suoi Titoli di Stato, va considerata anche l’altra faccia della moneta, che è tutta politica.
Gli USA sono di fronte alle coste del Venezuela con l’obiettivo della caduta del governo di Maduro. Ci sono due opzioni: un attacco diretto cercando un falso casus belli o, aggressione dopo aggressione, obbligare a una reazione che possa giustificare l’attacco a Caracas. A Miraflores, però, scemi non ce ne sono. La guerra psicologica è, per ora, la strada scelta ma le due opzioni non si escludono l’una con l’altra. La possibilità di un attacco diretto, ormai minacciato quotidianamente, appare problematica, a maggior ragione per un esercito reduce dalla sconfitta afgana e da quella ucraniana.
Dal punto di vista militare le cose non sono semplici per i pirati. Il Venezuela è ben armato e dispone di sistemi d’arma capaci di difendere e offendere. In particolare i sistemi difensivi russi S-300 e S-400 hanno già dimostrato in altri scenari il loro valore. Le forze USA nei Caraibi contano su 15.000 soldati, insufficienti anche per prendersi un solo stato della Repubblica Bolivariana. Per provare ad occupare il Venezuela servirebbero tra i 500 e i 700.000 uomini.
A maggior ragione in presenza di un governo che ha saputo mobilitare la sua popolazione e che conta sulla lealtà dimostrata del suo apparato militare nazionale. Nessuno può immaginarsi che una guerra contro Caracas si combatta come si fosse su una play station della U.S. Navy. E dunque nessuno può pensare ad una Venezuela rassegnata che offre il collo al boia, quando invece si erge a simbolo della fierezza latinoamericana.
Se verrà attaccato, il Venezuela risponderà duramente e nessuno assicura gli USA che Caracas non disponga di sistemi d’arma sufficienti a colpire la sua flotta. Nella guerra psicologica si è dato ampio spazio alla presenza della portaerei Ford. E’ messa lì per spaventare chi non si spaventa, ma rischia di trasformarsi nel peggiore dei boomerang. Perché un Orenschik del valore di sei milioni di Euro può distruggere facilmente una portaerei costata 17,9 miliardi di Dollari. Meglio pensarci su, sia per il danno economico e ancor più per quello d’immagine che ne deriverebbe.
Questo, ovviamente, non significa che non possa darsi un attacco frontale, ma nel novero delle possibilità, sulla base della convenienza e della fattibilità, appare davvero come la scelta più stupida, l’unica che un minuto dopo averla iniziata già non si saprebbe come portare a termine. Perchè l’azzardo avrebbe due volti: come entrare e come uscirne. Non si sa qualòe dei due sarebbe più complicato.
La sensazione è che Trump, spinto dalla gusaneria di Miami che guida Marco (Narco) Rubio, si sia infilato in una strada chiusa e che la sola uscita possibile sia quella di negoziare con Caracas per provare a trasformare un’idea strampalata in una iniziativa politica, una empasse in una mezza vittoria. Magari Trump potrà dire che ha fermato la sua nona guerra, quella contro il Venezuela.
La riconquista statunitense di Bolivia, Ecuador, Cile, Perù e Honduras, non è sufficiente a sanare le contraddizioni di un gigante che non è più in grado non solo di mantenere le sue promesse coloniali, ma nemmeno di promettere e basta. Inutile atteggiarsi a Babbo Natale, dato che non se n’è mai visto uno che invece di consegnare doni, chiede aiuto sul ciglio della strada.

