USA: Ius Soli salvo, democrazia in agonia
Il principio dello ius soli negli Stati Uniti è per il momento salvo dagli assalti di Trump e dell’estrema destra grazie alla sentenza emessa martedì dalla Corte Suprema in un caso che riguardava proprio un’iniziativa legale del presidente. La risicata maggioranza con cui i giudici del più alto tribunale americano hanno confermato un più che ovvio diritto costituzionale apre tuttavia seri interrogativi sullo stato delle istituzioni “democratiche” in America, anche se evidentemente non per la prima volta. Ci sono infatti chiari indizi del fatto che la ratifica del conferimento della cittadinanza USA a quasi chiunque nasca in territorio americano sia collegata più a questioni di convenienza e opportunità che a un autentico scrupolo democratico e costituzionale di una corte dominata da giudici ultra-reazionari al servizio dei grandi interessi economici e finanziari.
Letteralmente poche ore dopo il suo secondo insediamento alla Casa Bianca, Trump aveva firmato un ordine esecutivo che intendeva privare della nazionalità americana i figli nati sul territorio degli Stati Uniti di genitori “clandestini” o in possesso di visti temporanei. Il provvedimento era in palese violazione del 14esimo Emendamento della Costituzione, il cui contenuto è impossibile da equivocare: “Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti e soggette alla loro giurisdizione sono cittadini degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono”. Le uniche eccezioni previste riguardano i figli dei diplomatici stranieri in servizio, quelli dei nemici invasori durante un’occupazione militare e i nati nel “territorio non incorporato” delle Samoa Americane. Come ha spiegato nel testo della sentenza il presidente della Corte Suprema, John Roberts, l’Emendamento ratificato tre anni dopo la Guerra Civile integra nella Costituzione americana un principio che trae origine dalla “Common Law” britannica.
Soprattutto, ha ricordato ancora il giudice Roberts, lo ius soli assoluto non riguarda solo gli schiavi e i loro figli emancipati dalla Guerra Civile, ma viene applicato in maniera pressoché universale e, quindi, anche ai figli di genitori presenti “in maniera illegale o temporanea negli Stati Uniti”. Il fatto di essere soggetti alla giurisdizione degli USA non fa scattare, come sosteneva Trump, un’eccezione per gli immigrati irregolari, né vi sono vincoli legati al “domicilio”, ovvero al fatto di risiedere in maniera permanente nel paese. Quest’ultima era una delle tesi sostenute dalla Casa Bianca, che aveva strumentalmente richiamato la questione del “domicilio” citata in una sentenza della Corte Suprema del 1898.
La lunga “opinione” redatta dal giudice John Roberts colloca il principio della “cittadinanza per nascita” nel contesto storico segnato dalla Rivoluzione Americana e dalla Guerra Civile, così da ribadirne la solidità costituzionale. Uno dei giudici che ha votato con la maggioranza, e quindi contro Trump, ha però giudicato il decreto del presidente come perfettamente costituzionale. Brett Kavanaugh si è cioè schierato con i tre giudici moderati, con il presidente Roberts e con la giudice di destra Amy Coney Barrett nello stabilire che il decreto presidenziale viola l’Immigration Act del 1940, una legge che ricalca in sostanza il 14esimo Emendamento, mentre ha espresso la stessa opinione degli altri tre giudici messi in minoranza (Samuel Alito, Clarence Thomas, Neil Gorsuch) sulla questione della costituzionalità.
In sostanza, Kavanaugh ha mostrato di essere potenzialmente disposto a cancellare lo ius soli se dovesse esserci un’iniziativa del Congresso in questo senso. Questa ipotesi l’ha anche spiegata in modo esplicito in fase di sentenza, offrendo subito a Trump l’occasione per sollecitare il Congresso a votare una legge che liquidi il principio costituzionale della “cittadinanza per nascita”. È ovvio che una legge di questo genere sarebbe anch’essa incostituzionale, ma la composizione della Corte Suprema potrebbe non garantire la sopravvivenza del principio. Che Trump e l’estrema destra cerchino di sganciare la questione dalla tesi costituzionale è abbastanza ovvio. Per abrogare un Emendamento alla Costituzione americana serve un voto favorevole dei due terzi di entrambi i rami del Congresso oppure delle assemblee legislative dei due terzi degli stati americani per convocare un’apposita “convention”. Un processo, quindi, decisamente complicato, anche rispetto all’approvazione di un nuovo Emendamento.
La soppressione dello ius soli era uno dei punti centrali dell’agenda anti-migratoria e xenofoba dell’amministrazione Trump, come aveva confermato anche la partecipazione totalmente inedita dello stesso presidente in persona a una delle udienze preliminari del caso all’attenzione della Corte Suprema. Nonostante la circostanziata difesa del principio costituzionale da parte del presidente John Roberts, è molto probabile che quest’ultimo e la giudice Coney Barrett abbiano deciso di bocciare il decreto di Trump per evitare conseguenze pratiche gravissime. Una sentenza a favore del presidente avrebbe infatti rischiato di creare una categoria di milioni di persone senza cittadinanza, causando problemi enormi, se non il caos totale, ad esempio per il mercato del lavoro, le strutture sanitarie o le amministrazioni locali e i servizi che erogano.
Soprattutto il presidente Roberts non è nuovo a svolgere il ruolo di riequilibratore dei rapporti di forza nella Corte Suprema da lui presieduta. Anche se schierato in tutto e per tutto a favore dei poteri forti e, spesso, regista del processo di smantellamento dei diritti democratici ad opera del tribunale supremo, Roberts si schiera solitamente nei casi più esplosivi su posizioni moderate per evitare sentenze estreme che avrebbero effetti destabilizzanti su un sistema già abbastanza precario. Uno degli esempi di questo atteggiamento, oltre al voto di martedì sullo ius soli, fu il caso del 2012 che confermò la legittimità della “riforma” sanitaria di Barack Obama.
Il totale disinteresse della maggioranza della Corte Suprema per i diritti degli immigrati è d’altra parte confermato da due recentissime sentenze che hanno ratificato altrettante iniziative anti-democratiche di Trump: la drastica restrizione del diritto a presentare richiesta di asilo negli Stati Uniti e la cancellazione dello status di “protezione temporanea” per 350 mila haitiani e seimila siriani presenti da anni sul territorio americano. La seconda sentenza apre inoltre la strada al rimpatrio forzato di centinaia di migliaia di immigrati arrivati in America negli anni scorsi da svariati altri paesi dove sarebbero andati incontro a serie minacce a causa delle condizioni politiche o sociali in cui si trovavano o continuano a trovarsi.
Tra lunedì e martedì, la Corte Suprema ha chiuso l’anno giudiziario con una serie di altri verdetti di estrema importanza, in alcuni casi a sfavore dell’amministrazione Trump in altri assecondando il presidente o, comunque, gli interessi del capitalismo a stelle e strisce. Al primo caso va riferita la decisione di considerare validi i voti espressi per posta che vengono recapitati successivamente alla data delle elezioni. Trump sta cercando di limitare drasticamente le modalità di voto non in presenza e di fissare regole elettorali stringenti, così da escludere quanti più votanti possibili tra le categorie maggiormente inclini ad appoggiare il Partito Democratico.
I giudici hanno poi stabilito che le forze di polizia sono tenute a richiedere e ottenere il mandato di un tribunale per avere accesso a informazioni relative alla posizione di un utente telefonico oggetto di un’indagine. La causa era incentrata sulla pratica consueta delle forze dell’ordine di incamerare una massa indiscriminata di dati telefonici, anche se l’obiettivo è un singolo utente, presentando una semplice richiesta alle società del settore. Con un risvolto prettamente personale, Trump si è visto inoltre bocciare la richiesta di rivedere il risarcimento milionario ottenuto da E. Jane Carroll per diffamazione, dopo che la donna aveva accusato il presidente di averla molestata nel 1996.
Al contrario, Trump ha celebrato la ratifica da parte della Corte dell’esclusione, ordinata dallo stato del West Virginia, di ragazze e ragazzi transgender dalle attività sportive scolastiche. La questione è stata politicamente strumentalizzata dalla destra conservatrice che ha ingigantito enormemente il “problema” al centro della vicenda legale. Pericolose e profondamente anti-democratiche sono state infine le due sentenze emesse nell’ambito dei poteri dell’esecutivo e dei finanziamenti elettorali.
Trump si è visto riconoscere la facoltà di rimuovere i membri di tutte le agenzie federali che fanno capo al governo, come ad esempio quelle che vigilano sulla Borsa e la finanza, sui media o le relazioni tra sindacati e datori di lavoro. La decisione della Corte Suprema ribalta decenni di pratiche consolidate e un precedente legale di quasi un secolo fa, in base ai quali queste stesse agenzie risultano indipendenti dalla Casa Bianca. Il presidente nomina i rispettivi membri che vengono però confermati dal Senato, mentre il loro licenziamento è possibile solo in casi documentati di grave inefficienza o condotta illecita.
La sentenza consegna poteri ancora maggiori all’esecutivo, in linea con le mire autoritarie di Trump. La Corte ha però escluso da questa pratica la Federal Reserve. Nel caso riguardante il membro del “Board”, Lisa Cook, è stato infatti giudicato illegittimo il licenziamento ai suoi danni deciso da Trump sulla base di accuse inconsistenti. I giudici hanno di fatto smentito loro stessi con un verdetto opposto a quello citato in precedenza sulle agenzie federali. Anche in questo caso emerge la vera natura della Corte Suprema, intenta a favorire l’implementazione di un’agenda tutta politica – in larga misura allineata alla destra repubblicana – ma non nei casi in cui possa essere messa a rischio la tenuta del capitalismo americano. Concedere a un presidente instabile e con enormi conflitti di interesse il controllo di fatto dell’organo chiave del sistema finanziario e bancario sarebbe infatti un rischio eccessivo.
Per quanto riguarda i finanziamenti elettorali, la maggioranza dei giudici ha dato il colpo finale a ciò che resta delle regolamentazioni volte a limitare l’influenza del denaro sul voto negli Stati Uniti. Nello specifico, la Corte ha cancellato i limiti imposti finora alle spese elettorali che i partiti possono stanziare coordinandosi con i loro candidati. La sentenza segue varie altre decisioni prese dalla Corte Suprema in oltre un decennio, al fine di consentire donazioni quasi illimitate durante le campagne elettorali, consolidando così un sistema dominato in tutto e per tutto dai super ricchi. Il tutto, scandalosamente, in nome delle libertà democratiche garantite dal Primo Emendamento alla Costituzione americana.

