USA-Cina, l’escalation impossibile
La risposta cinese alle ultime decisioni dell’amministrazione Trump sulle restrizioni all’export di microchip con tecnologia statunitense sembra segnare un punto di svolta nella “guerra commerciale” in corso, con gravi incognite e possibili destabilizzazioni permanenti delle catene di approvvigionamento globali. Pechino, mandando un chiaro messaggio circa la propria pazienza in esaurimento, ha imposto un drastico giro di vite sulle esportazioni di terre rare, batterie e altri componenti cruciali per molti settori industriali, soprattutto per quello militare americano. Il presidente repubblicano ha risposto con la minaccia di alzare di un altro 100% i dazi applicati alle merci cinese in entrata, ma la capacità di Washington di influenzare le decisioni della Repubblica Popolare restano limitate, così come le capacità di adattamento nel breve e medio periodo alle inevitabili ritorsioni di quest’ultimo paese.
La reazione di Trump al provvedimento preso dalla Cina è arrivata in due momenti ed è indicativa delle contraddizioni che segnano le sue politiche commerciali. In un primo momento, tramite il solito post sul suo “social” Truth, il presidente americano ha attaccato pesantemente il governo di Pechino, definendo “senza precedenti” la decisione appena presa, in grado di penalizzare non solo gli Stati Uniti, ma tutti i paesi del pianeta “senza eccezione”. Assieme alle denunce è arrivato l’annuncio delle già citate contromisure, ovvero l’imposizione, a partire dal primo novembre, di dazi al 100% in aggiunta a quelli già in vigore (in media del 55%) sulle importazioni di merci cinesi. Oltre a ciò, la Casa Bianca valuterà anche non specificati controlli sulle esportazioni di “tutti i software critici”.
Tempo due giorni, domenica Trump è tornato su Truth in quello che è sembrato un intervento per calmare le acque, verosimilmente in conseguenza delle pesanti perdite fatte segnare dagli indici di borsa a Wall Street dopo le notizie dei giorni precedenti. Il presidente ha invitato a “non preoccuparsi” visto che “tutto andrà bene”, per poi spiegare che lo “stimato presidente [cinese] Xi [Jinping] ha solo avuto un brutto momento”. In precedenza, Trump aveva ipotizzato la cancellazione del vertice con il suo omologo cinese, in programma durante l’annuale summit dei paesi APEC in Corea del Sud dal 31 ottobre al primo novembre. Il post si è chiuso con una sorta di invito all’accordo, poiché, secondo Trump, “gli USA vogliono aiutare la Cina, non danneggiarla”.
L’ultima decisione cinese è collegata al memorandum emesso il 29 settembre dal dipartimento del Commercio USA che amplia notevolmente i controlli sulle esportazioni verso la Cina di prodotti ad altissimo contenuto tecnologico, inserendo elementi dalla portata distruttiva per i negoziati in corso e in prospettiva di un possibile accordo tra le due potenze. Tra l’altro, le restrizioni così ampliate escludono dalle transazioni qualsiasi compagnia posseduta al 50% – in maniera diretta o indiretta – dalle migliaia di “entità” già sulla lista nera di Washington. Gli esportatori americani, inoltre, avranno l’onere di verificare se i loro clienti finali includono tra soci, azionisti o filiali “entità” sottoposte a restrizioni.
Pechino ha atteso poco più di una settimana per rispondere e lo ha alla fine fatto ricalcando le modalità e le giustificazioni ufficiali adottate da Washington. Citando necessità di sicurezza nazionale e gli interessi del paese, il governo cinese ha predisposto un nuovo regime per le esportazioni di terre rare e non solo, soggette al rilascio di permessi ad hoc, in modo da evitarne l’uso “improprio in ambito militare e in altri settori sensibili”. La definizione “terre rare” include una serie di elementi imprescindibili per l’industria bellica e tecnologica odierna. La Cina detiene il 70% delle capacità estrattive e addirittura il 90% di quelle che ne permettono la trasformazione per l’utilizzo finale. In presenza di un monopolio di fatto, gli Stati Uniti, così come molti altri paesi, si ritrovano quindi pericolosamente esposti alle decisioni di Pechino.
I dettagli del provvedimento cinese prospettano la possibilità di problemi ancora più gravi di quelli immediatamente rilevabili. A cominciare dal carattere di “extraterritorialità” delle misure, vale a dire che le entità e le compagnie straniere importatrici dovranno ottenere una licenza dal governo di Pechino anche per riesportare i loro prodotti se essi contengono terre rare cinesi in quantità superiore allo 0,1% del proprio valore. Questo meccanismo viene implementato appunto dagli Stati Uniti nel caso dei “semiconduttori”, nel tentativo di tagliare fuori la Cina dalle forniture dei prodotti più avanzati in questo ambito. Significativamente, le restrizioni che ha appena annunciato la Cina andranno a colpire i maggiori produttori di questi stessi prodotti, inclusi quelli stranieri come l’olandese ASML o la taiwanese TSMC.
Ma non è tutto. Pechino prevede le stesse limitazioni anche per macchine ed equipaggiamenti destinati alla lavorazione delle terre rare, cioè per renderle utilizzabili nei vari processi industriali. Ciò rende ancora più complicato sostituire i fornitori cinesi, nonostante giacimenti di questi elementi siano presenti relativamente in abbondanza in altri paesi, USA inclusi. Altri settori sono infine oggetto del provvedimento della Cina e, come già anticipato, riguardano le batterie con prestazioni elevate, usate principalmente per veicoli elettrici e droni, ma anche i materiali con cui esse vengono costruite e i macchinari utilizzati per realizzarle. Da ultimo, Pechino intende applicare queste stesse misure anche per l’export di diamanti industriali e utensili da taglio, cioè materiali ultra-duri usati ovunque nelle produzioni di precisione, come il taglio di “wafer” di silicio per i chip dei computer.
Se le disposizioni verranno applicate a partire dall’8 di novembre, come stabilito, la Cina disporrà di fatto di un potere di veto sulla catena di approvvigionamento di tre elementi chiave. Un potere che il governo di Pechino era stato restio a utilizzare fino a questo momento, ma che indica ora le frustrazioni nei confronti di un’amministrazione Trump incapace di mantenere gli impegni e di affrontare razionalmente le implicazioni della competizione tra i due paesi. Il fatto che ci sia quasi un mese di tempo per evitare l’applicazione del provvedimento e che non si tratti comunque di un blocco delle esportazioni, ma di un sistema nel quale il governo rilascerà o meno licenze a seconda dei casi, rivela l’atteggiamento di apertura che la Cina intende mantenere per il momento.
Da Pechino è stato mandato anche un altro segnale in questa direzione. In un comunicato ufficiale del ministero del Commercio si legge infatti che i nuovi controlli sulle esportazioni di terre rare saranno “estremamente limitati” e che le compagnie che richiederanno i permessi per applicazioni civili in linea con le regolamentazioni previste “non dovranno preoccuparsi” di non ottenerne l’approvazione. È evidente che la direttiva appena emanata potrà essere usata con ampia discrezione dalle autorità cinesi, a seconda dell’atteggiamento di Washington e dell’andamento di eventuali negoziati.
Il possibile riesplodere della guerra commerciale tra USA e Cina conferma come Trump continui a non considerare la limitatezza degli strumenti a sua disposizione per spingere Pechino a conformarsi alle politiche della sua amministrazione, che puntano, almeno in teoria, a ridurre il deficit della bilancia commerciale americana e a riportare in patria la produzione di beni decisivi per la competizione tra grandi potenze, in particolare in settori strategici come quello militare e della tecnologia d’avanguardia. Già lo scorso aprile, Trump aveva dovuto fare marcia indietro dalla minaccia di applicare dazi giganteschi alle importazioni cinesi dopo le reazioni negative dei mercati davanti alla prospettiva di misure ritorsive da parte di Pechino.
Una tregua di qualche mese era stata concordata tra le due parti, ma la Casa Bianca ha continuato ad applicare misure punitive rivolte a determinati settori, come appunto quello di chip e semiconduttori per cercare di rallentare i progressi tecnologici cinesi. Pechino ha da parte sua introdotto provvedimenti di vario genere, volti più che altro a chiarire a Trump quale livello di sofferenza sul piano economico la Cina è in grado di infliggere agli Stati Uniti. Tra di essi c’è l’azzeramento delle importazioni di soia americana, dirottando gli acquisti soprattutto verso il Brasile. I produttori USA, concentrati nelle aree rurali del centro-nord e del nord-ovest del paese a maggioranza repubblicana, si sono ritrovati improvvisamente in crisi e senza mercato per una percentuale altissima dei loro prodotti. Più in generale, i dazi anche in forma ridotta imposti da Trump hanno fatto salire i prezzi dei beni di consumo in America, con effetti pesanti su livelli di inflazione già sopra la media.
Osservando i dati nel suo complesso, Cina e Stati Uniti hanno ridotto in questi ultimi anni il volume degli scambi commerciali, anche se in termini assoluti nel 2024 la cifra complessiva è stata superiore ai 650 miliardi di dollari. La Cina ha un bilancio nettamente favorevole, ma la percentuale delle sue esportazioni in America ammonta, sempre per il 2024, a poco più del 2,5% del suo PIL. Questa realtà dimostra che anche una drastica rottura dei rapporti commerciali non costituirebbe un danno irreparabile per Pechino. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, il cui export verso la Cina rappresenta una quota ancora più bassa del PIL (0,93% nel 2024). Il problema per Washington è però quanto spiegato in precedenza, cioè che in alcuni settori strategici vitali – terre rare, batterie, droni, magneti – c’è una vera e propria dipendenza dalla Cina, a cui sarà molto difficile ovviare, soprattutto in tempi brevi.
A Washington, gli ambienti più ferocemente anti-cinese stanno già chiedendo misure più efficaci e si esprimono in termini di guerra economica a tutto campo contro Pechino. Le armi americane sono però spuntate e sembra che qualsiasi iniziativa che provochi un’escalation possa essere affrontata dalla Cina con ritorsioni che causerebbero danni più gravi all’economia USA. Il negoziato e un accordo di ampio respiro restano le uniche opzioni razionalmente percorribili, ma, nell’ottica dell’Impero, comporterebbero il riconoscimento della Repubblica Popolare come potenza al suo stesso livello e la fine anche formale delle illusioni di egemonia planetaria.
Il rischio è che la Casa Bianca finisca per concludere che solo l’opzione militare rimanga aperta per risolvere la “minaccia” rappresentata dalla Cina. Al di là delle ovvie implicazioni per tutto il pianeta e degli equilibri di forza tra le due potenze, ironicamente anche questa soluzione rischia di esporre ancora di più la dipendenza degli Stati Uniti da Pechino, visti i legami per ora senza alternative tra l’industria bellica a stelle e strisce e le materie prime cinesi.

