USA-Cina, cambio di pilota
Stabilità strategica costruttiva. Sembra che questa formula riassuma il progetto strategico per la relazione bilaterale che Pechino intende mantenere con Washington. Almeno è ciò che Xi Jinping ha trasmesso a un Trump apparso chiaramente poco bellicoso; anzi, piuttosto ammirato e disposto al dialogo, in una conversazione che ha toccato diversi temi, dalle relazioni commerciali bilaterali alla sfera tecnologica e alla politica internazionale, da Taiwan all’Iran.
Su Taiwan, questione di enorme sensibilità per Pechino, si è già registrato un primo passo avanti: Trump ha sospeso le già approvate forniture militari per un valore di 14 miliardi di dollari e ha avvertito Taipei che la questione dell’indipendenza è impraticabile, invitandola a considerare che gli Stati Uniti “non hanno intenzione di combattere una guerra a 15.000 km di distanza”. Sul delicato tema dei dazi e delle sanzioni, secondo quanto riferito dal Ministero del Commercio cinese, si è deciso di creare un “Consiglio Congiunto per il Commercio e gli Investimenti” per discutere questioni e preoccupazioni reciproche in questi ambiti. Entrambe le parti hanno concordato di analizzare misure per ridurre le imposte su prodotti specifici e si sono impegnate a una diminuzione reciproca dei dazi sui beni di interesse comune, oltre a eliminare o almeno ridurre gli ostacoli non tariffari e a dare priorità all’ampliamento degli scambi attraverso l’acquisto cinese di aeromobili, motori e componenti statunitensi.
Che la relazione commerciale fosse al centro dell’interesse della Casa Bianca non è stata una sorpresa. Trump ha portato con sé 36 proprietari delle maggiori aziende tecnologiche e rappresentanti dei principali fondi di investimento statunitensi. La supremazia degli affari con il gigante asiatico sulle tensioni di politica commerciale ed estera è stata infatti il nucleo del tentativo statunitense di normalizzare le relazioni sino-americane e, dall’altra parte del tavolo, ha trovato le imprese che incarnano la superiorità cinese nei mercati tecnologici.
Xi ha ribadito che le prerogative cinesi verso uno sviluppo economico, finanziario e di influenza politica globale fanno parte dello sviluppo naturale di una grande potenza e non possono essere considerate un conflitto con gli Stati Uniti nello scenario mondiale. Il leader cinese ha tuttavia riaffermato la volontà di Pechino nel ridurre ogni possibile tensione attraverso un dialogo serio, libero da parole e decisioni prive di logica e buon senso e quindi orientato al futuro. Esiste invece la consapevolezza dell’importanza strategica del dialogo tra le uniche due superpotenze economiche e della conseguente impossibilità che una prevalga sull’altra, almeno nel breve e medio periodo. E questo sia dal punto di vista dell’egemonia nei mercati sia sotto l’aspetto militare. Per questo Xi ha invitato Trump a evitare con ogni mezzo la già famosa “trappola di Tucidide”, dato che un’ipotesi del genere avrebbe come unica conseguenza la distruzione reciproca.
Il ruolo di Pechino
Ciò che emerge dai colloqui è uno schema impensabile anche solo vent’anni fa: la Cina dialoga da pari a pari con gli Stati Uniti e si propone come leadership stabilizzatrice. Pechino ha partner e non alleati nel senso più preciso del termine. Pur essendo impegnata nella costruzione di uno schema multipolare per ricostruire un ordine internazionale ormai fallito oltre che ingiusto, Pechino, proprio perché non ha un progetto “politico” dominante, non partecipa a un blocco di paesi a discapito di altri. Il suo ruolo nei BRICS, così come nelle organizzazioni regionali euroasiatiche, si basa su una visione politico-strategica che cerca di valorizzare il peso e il ruolo delle economie emergenti e del Sud Globale.
A differenza dell’Occidente Collettivo, la Cina non pensa di costruire una rete “amica” con cui combattere il resto del mondo. Come si è potuto osservare con le rotte previste per la Nuova Via della Seta, si punta a uno sviluppo collettivo centrato sulla globalizzazione degli scambi conveniente per tutti, sebbene sostenuto da una rete infrastrutturale creata dalla Cina. Un mondo, dunque, in cui la convenienza reciproca negli affari renda evidente a chiunque l’inutilità delle guerre che, in ultima analisi, sono la continuazione degli affari con mezzi violenti e meno redditizi.
Sui temi di politica estera, i colloqui hanno registrato riaffermazioni di differenze e interessi, ma il tentativo di rinviare il più possibile uno scontro tra le due potenze ha avuto successo. Sull’Iran, Xi non ha mostrato particolari preoccupazioni. Nonostante l’aggressione statunitense e sionista avesse nella Cina un obiettivo principale – anche se apparentemente secondario -, la Cina, mediante un sistema di trasporto su strada e ferrovia e una rotta alternativa per alcune navi, ha dimostrato di saper assorbire il colpo, riducendo al minimo la perdita di idrocarburi provenienti da Teheran.
Per quanto riguarda l’alleanza strategica con Mosca, Pechino non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro nell’unità d’intenti con un Paese con cui mantiene relazioni commerciali fondamentali, dispone di una solida alleanza militare, condivide un’enorme frontiera e una storia di affinità strategiche. Non sarà dunque Pechino a togliere le castagne dal fuoco alla superpotenza USA che aggredisce chiunque ma continua ad ampliare il proprio bilancio di sconfitte.
I cannoni cinesi della diplomazia
Il peso economico e la diplomazia sono la combinazione della forza e della credibilità cinese, e le cancellerie di tre quarti del mondo vedono Pechino come simbolo di un nuovo modello di relazioni internazionali. Basato sul rispetto reciproco e sulla non ingerenza negli affari interni, sul rifiuto dell’uso della forza come strumento per risolvere le controversie e sul ruolo della diplomazia nell’avvicinare gli avversari, attenuando le contraddizioni e armonizzando interessi diversi in un modello di governance ampio e multipolare.
I cinesi, infatti, attribuiscono un ruolo primario alla diplomazia e i risultati ottenuti in diversi scenari dell’Africa e dell’Asia dimostrano come siano capaci di dialogare con realtà complesse. L’assenza di pregiudizi ideologici e una cultura millenaria incentrata sulla saggezza, favoriscono un approccio pragmatico che avvicina posizioni apparentemente inconciliabili. Per questo la Cina rappresenta, agli occhi della maggior parte delle cancellerie internazionali, un punto di equilibrio, ragionevolezza e buon senso nella gestione degli affari internazionali.
Ancora di più oggi, in una fase turbolenta del sistema di relazioni internazionali dovuta alla continua aggressività da parte dell’Occidente Collettivo, che ritiene di potersi appropriare delle principali fonti energetiche e del controllo militare delle principali vie di comunicazione. Tutto ciò con un’idea di appropriazione delle risorse e della sovranità di ogni paese per sostenere il suo sistema in crisi irreversibile.
Ma non è solo l’affidabilità del Dragone a sancire la sua posizione di crescente rilevanza sulla scena mondiale. A spiegare il cambiamento nelle posizioni di Trump non c’è soltanto la supremazia degli affari su ogni altro aspetto della politica interna e internazionale; c’è anche il riconoscimento di una superiorità sistemica che si dispiega nei mercati internazionali. Aver scelto di evitare ogni guerra, orientare il proprio sviluppo verso la produzione di beni e prodotti e l’uso degli investimenti ha consentito a Pechino di costruire una potente rete industriale e una leadership assoluta nel commercio mondiale con cui ha consolidato la sua posizione economicamente dominante.
C’è poi un aspetto determinante nella relazione bilaterale: il possesso, l’estrazione e la lavorazione da parte della Cina delle 17 terre rare indispensabili per l’intera catena tecnologica degli stessi Stati Uniti (compreso il settore bellico), colloca oggi Washington in una condizione di concreta dipendenza da Pechino.
Le immagini raccontano tanto o forse più delle parole e, in quell’inchino di Trump davanti a Xi, c’è tutta la simbologia di un passaggio di consegne al timone di un mondo sempre più interconnesso e al tempo stesso fragile. Quell’immagine rimanda a un impero in decadenza che riconosce l’emergere di un modello nuovo e più adatto a un mondo che, desideroso di non autodistruggersi, preferisce avvicinarsi a un’idea di sviluppo diversa per un pianeta diverso, che sembra essere l’unico antidoto contro un impero in crisi che inocula il proprio veleno.

