Ungheria, tramonto sull’era Orbán
Le elezioni parlamentari ungheresi di domenica segnano una svolta storica che in molti si aspettavano e la maggior parte dei sondaggi aveva anticipato. Dopo sedici anni ininterrotti al potere, Viktor Orbán è stato sconfitto e il suo partito Fidesz travolto dalla nettissima affermazione dell’opposizione guidata da Péter Magyar. Il partito di quest’ultimo – Tisza – ha conquistato 138 seggi su 199 (54% a 38%), aprendo la strada a un cambio radicale degli equilibri politici interni e della collocazione internazionale di Budapest. La maggioranza ottenuta ha dimensioni tali da consentire modifiche costituzionali in autonomia, così da facilitare, per lo meno a livello teorico, la cancellazione o la modifica delle discusse “riforme” implementate dai governi succedutisi sotto la guida del primo ministro uscente.
Il risultato, maturato con un’affluenza record vicina all’80%, rappresenta una delle più clamorose inversioni di tendenza nella recente storia politica europea. Fidesz è crollato da 135 seggi ad appena 55. Orbán ha riconosciuto la sconfitta e promesso un’opposizione “responsabile”, mentre Magyar si prepara a succedergli già nelle prossime settimane. Il programma con cui si è presentato agli elettori in campagna elettorale era incentrato, tra l’altro, sulla lotta alla corruzione, il rilancio dei servizi pubblici e, soprattutto, la normalizzazione dei rapporti con l’Unione Europea.
La portata del voto va però ben oltre i confini ungheresi. Bruxelles ha salutato con entusiasmo il risultato, interpretandolo come un ritorno dell’Ungheria nel perimetro politico europeo “democratico” dopo anni di tensioni, veti e scontri sul dossier ucraino. I principali leader europei si sono affrettati a congratularsi con Magyar per la vittoria appena hanno iniziato a circolare i dati ufficiali, a conferma di quanto il risultato fosse atteso e auspicato.
Sul piano interno, il successo di Tisza affonda le radici nel progressivo logoramento del consenso attorno a Orbán. Negli ultimi anni, il premier uscente ha pagato il prezzo di una congiuntura economica sempre più complicata, segnata da inflazione, riduzione dei sussidi pubblici e rallentamento della crescita. A ciò si è aggiunto il congelamento di circa 20 miliardi di euro di fondi europei – ufficialmente a causa della stretta autoritaria promossa da Orbán ma in realtà incentrata in larga misura su divergenze di politica estera (Russia e Ucraina) – che ha inciso direttamente sulle prospettive economiche del paese e sul benessere di ampi strati della popolazione. In definitiva, le pressioni di Bruxelles hanno dato i loro frutti, dal momento che l’allentamento forzato delle politiche sociali relativamente generose negli ultimi anni ha finito per erodere la popolarità di Orbán e il suo partito.
Il voto ha così premiato una domanda di cambiamento che, tuttavia, non coincide necessariamente con una svolta ideologica. Tisza non rappresenta infatti una rottura netta con il sistema costruito da Fidesz, ma piuttosto una sua riorganizzazione interna. Lo stesso Magyar proviene dall’apparato di potere di Orbán e gran parte della sua classe dirigente è composta da ex membri o figure vicine al partito di governo. Emblematico è l’esempio della questione dei migranti. Magyar e Tisza non si discostano di molto dalla linea dura di Fidesz. Anzi, il vincitore delle elezioni di domenica ha spesso attaccato Orbán da destra sulla lotta all’immigrazione durante la campagna elettorale.
La differenza principale tra i due schieramenti riguarda piuttosto la politica estera. Se Orbán aveva mantenuto una posizione a dir poco prudente sul conflitto in Ucraina, cercando di preservare i rapporti soprattutto energetici con la Russia, Magyar punta a un riallineamento con Bruxelles. Ciò implica con ogni probabilità la fine dei veti ungheresi agli aiuti europei a Kiev e un atteggiamento più rigido nei confronti di Mosca, anche se in molti ritengono improbabile, quanto meno a breve, una rottura totale, se non altro per l’importanza che ricoprono le importazioni di gas e petrolio russo per Budapest.
Il risultato elettorale ridimensiona anche il ruolo degli Stati Uniti nella partita ungherese ed europea in generale. Il sostegno esplicito dell’amministrazione Trump a Orbán, culminato nella visita a Budapest del vicepresidente J.D. Vance pochi giorni prima del voto, si è rivelato non solo inefficace, ma probabilmente controproducente. Per Orbán, collegare le proprie fortune a quelle di un’amministrazione impegnata in una guerra illegale di aggressione fatta di massacri di civili e distruzione di scuole e ospedali non è stata esattamente una mossa vincente. Su piano più generale, inoltre, l’intervento diretto di Washington nella campagna elettorale ha finito per rafforzare la percezione di ingerenze esterne, senza tradursi in consenso per il governo uscente.
Parallelamente, i risultati del voto hanno confermato come gli allarmismi dei leader UE sulle interferenze russe nella campagna elettorale ungherese a favore di Fidesz fossero pura propaganda. Nonostante le accuse e l’attivazione di strumenti europei di controllo dell’informazione, non sono emerse evidenze concrete di un qualche ruolo giocato da Mosca nel processo elettorale, come dimostra il successo molto netto dell’opposizione filo-europea. Anche a livello logistico, il voto si è svolto regolarmente e senza contestazioni significative.
Un altro elemento decisivo è stato il divario tra politica estera e condizioni materiali interne. Le posizioni di Orbán, critiche verso l’UE e contrarie al coinvolgimento diretto nella guerra in Ucraina, restano relativamente popolari tra l’elettorato. Tuttavia, non sono bastate a compensare il malcontento legato alla situazione economica. In altre parole, la priorità degli elettori si è concentrata sulle difficoltà quotidiane più che sulle grandi questioni geopolitiche.
Paradossalmente, Magyar ha costruito la sua vittoria senza promettere una svolta radicale proprio sui temi più sensibili. Non ha annunciato un sostegno illimitato a Kiev né un’apertura all’ingresso dell’Ucraina nell’UE, limitandosi a indicare una maggiore distanza dalla Russia e un progressivo superamento della dipendenza energetica da Mosca. Una posizione che riflette appunto la necessità di trovare un equilibrio tra esigenze interne e pressioni esterne.
Resta ora da vedere se questo equilibrio sarà sostenibile per il governo entrante. Il programma di Tisza dipende in larga misura dallo sblocco dei fondi europei, condizionato però all’adozione di riforme che invertano la deriva autoritaria di Orbán e all’allineamento politico con Bruxelles. Per l’UE, il fattore fondamentale è il pieno appoggio alle fallimentari politiche pro-Kiev e lo sganciamento da Mosca. Se Magyar acconsentirà in pieno, i risultati potrebbero però essere disastrosi per il suo paese, soprattutto in termini di costi energetici e tenuta dell’economia, rendendo di breve durata la luna di miele con gli elettori.
Le elezioni ungheresi potrebbero così diventare uno snodo decisivo nella più ampia contesa geopolitica in atto in Europa. Mentre malumori e frustrazioni per la gestione della crisi ucraina si diffondono, assieme ai ripensamenti sulla catastrofica decisione di abbandonare definitivamente gas e petrolio russi nel 2027, il governo che più di qualsiasi altro si è opposto alla linea ufficiale europea sull’Ucraina in questi quattro anni esce clamorosamente di scena. Sulla carta, a sostenere la linea di Orbán nell’approccio alla crisi russo-ucraina restano i governi di Fico in Slovacchia e Babis in Repubblica Ceca, ma dopo il voto del fine settimana in Ungheria le pressioni di Bruxelles aumenteranno su entrambi.
La caduta di Orbán rappresenta indubbiamente una vittoria per Bruxelles, ma apre interrogativi profondi sulla direzione futura del paese e sulla sostenibilità delle scelte che il nuovo governo sarà chiamato a compiere. In un contesto europeo già segnato da crescenti tensioni economiche e strategiche, l’Ungheria rischia di diventare un nuovo banco di prova delle contraddizioni di un’Unione sempre più ai margini nel panorama internazionale e ormai ben avviata sulla strada di un declino irreversibile.

