UE, cronaca di un suicidio (energetico) annunciato
Le scelte autolesioniste in materia di sicurezza energetica operate dall’Europa all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 hanno messo il continente sulla strada del declino industriale con ormai scarsissime possibilità di invertire la tendenza. In pochi si aspettavano però che la situazione potesse addirittura precipitare in caso di un nuovo shock internazionale, come quello che sta appunto avvenendo in questi giorni con l’aggressione di USA e Israele contro l’Iran. Quella che la guerra scatenata dall’amministrazione Trump sta causando in Europa è quindi una sorta di tempesta energetica perfetta, potenzialmente ancora più pesante se dovessero concretizzarsi a breve gli avvertimenti lanciati nei giorni scorsi dal presidente russo Putin.
L’effetto immediato della guerra in Medio Oriente si sta facendo sentire in Europa e nel resto del mondo con l’aumento immediato delle quotazioni di gas e greggio a seguito delle operazioni militari iraniane contro le installazioni petrolifere dei paesi del Golfo Persico. L’altro elemento determinante è la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz, da dove transita circa un quinto del petrolio commerciato globalmente via mare. Questa rotta è cruciale per le esportazioni delle monarchie sunnite e gran parte di questo petrolio è diretto in Asia. Tuttavia, il venir meno di una parte consistente di questa risorsa su scala mondiale ha subito innescato un vertiginoso rialzo dei prezzi, mitigato solo in parte dalle ripetute rassicurazioni, peraltro estemporanee e senza agganci con la realtà, del presidente americano.
Per quanto riguarda il gas, la chiusura di un gigantesco impianto di processazione del gas naturale liquefatto (LNG) in Qatar ha avuto a sua volta un effetto dirompente sui mercati internazionali, con il rapido moltiplicarsi anche in questo caso delle quotazioni. L’Europa, già ultra-penalizzata dalle decisioni suicide della sua classe dirigente negli ultimi anni, si ritrova così, solo dopo una decina di giorni dall’inizio dell’aggressione contro l’Iran, a fare i conti con un futuro prossimo decisamente cupo. Le scorte di gas a disposizione dell’Europa sono quasi azzerate dopo un inverno rigido, ma quello che è alle porte potrebbe essere anche peggio.
L’irrompere della guerra contro l’Iran minaccia infatti di sovrapporsi ad altri due fattori che potrebbero provocare una crisi energetica senza precedenti per il vecchio continente. Il primo è il clamoroso autogol fatto già da qualche tempo da Bruxelles con il divieto autoimposto di tagliare tutte le forniture di gas e petrolio russo entro il 2027, compensandole almeno in parte con l’acquisto a prezzi stratosferici del LNG americano. Il secondo, strettamente collegato al primo e anche alla situazione creata dall’attacco israelo-americano contro la Repubblica Islamica, è la possibile imminente decisione di Mosca di chiudere anticipatamente i rubinetti del gas che l’Europa continua per il momento a importare.
La già citata drastica riduzione della produzione di gas dei paesi del Golfo Persico ha costretto gli acquirenti asiatici a competere ferocemente con l’Europa per accaparrarsi forniture altrove. Già di per sé, questa dinamica comporta, come minimo, un’impennata delle quotazioni. A peggiorare il quadro sono arrivate poi le dichiarazioni di Putin nel corso di un incontro tenuto lunedì con i vertici delle compagnie petrolifere e del gas del suo paese.
Il presidente russo ha riepilogato gli scenari emersi con la guerra in corso e le prospettive apertesi per l’export energetico di Mosca. Secondo Putin, in sostanza, le compagnie russe che operano in questo settore devono trarre i maggiori vantaggi possibili dalle attuali circostanze, non da ultimo per massimizzare i profitti e ridurre il loro indebitamento con le banche. Dopo avere garantito che la Russia intende continuare a essere un fornitore affidabile di energia, quanto meno per quei partner ritenuti a loro volta affidabili, Putin ha tirato le conseguenze delle sue considerazioni in base all’evolversi della situazione internazionale.
Visto che l’Europa ha già programmato uno sganciamento totale dal petrolio e dal gas russo a partire dal prossimo anno, il Cremlino, alla luce appunto delle opportunità emerse dall’aggressione contro l’Iran, potrebbe decidere di interrompere in anticipo il flusso di gas verso Occidente. Il gas russo, nonostante la retorica e il significativo calo delle importazioni dopo il 2022, continua a essere una componente importante del mix energetico europeo e lo sarebbe ancora di più con la perdita forzata delle forniture provenienti dal Medio Oriente. Uno stop anzitempo a seguito di una decisione presa a Mosca potrebbe così tradursi in un’autentica tragedia per industrie e utenti europei.
La “minaccia” di Putin è stata presentata sotto forma di decisione opportunistica e coerente con gli interessi russi. In qualsiasi modo la si voglia considerare, la responsabilità ultima di essa e di quanto potrebbe accadere di conseguenza è tuttavia dell’inetta classe politica europea. Il presidente russo ha spiegato che non ha senso aspettare che Bruxelles “chiuda la porta in faccia” al suo paese, visto che vi è ora la possibilità di “agire e spostare il gas fornito all’Europa verso mercati con maggiori potenzialità” e nei quali si intravede l’occasione di costruire partnership energetiche solide e durature.
Poco prima di queste ultime parole, Putin aveva citato esplicitamente Slovacchia e Ungheria come partner affidabili, a cui Mosca intende continuare a fornire gas e petrolio se ci saranno le condizioni. L’esempio di questi due paesi, di fatto gli unici in Europa ad avere mantenuto relazioni cordiali con la Russia, si collega al messaggio finale dell’intervento di Putin, fin troppo generoso, viste le circostanze, nei confronti di Bruxelles. La chiusura non è cioè definitiva né la decisione di anticipare l’interruzione delle forniture energetiche già presa. Se l’Europa, ha assicurato Putin, dovesse decidere di cambiare atteggiamento, sarebbe del tutto possibile programmare una “cooperazione sostenibile di lungo periodo senza pressioni politiche”.
Come affermato più volte in questi anni, la Russia ha sempre mostrato la propria disponibilità a ricostruire relazioni benefiche per entrambe le parti. Di certo, ha concluso il presidente russo, è imprescindibile “un qualche segnale” da parte europea circa l’intenzione di ristabilire un rapporto costruttivo, “stabile e sostenibile”. Com’è ovvio, non c’è però per il momento il minimo segnale che l’Europa intenda tornare a politiche razionali. La risposta all’aggressione di USA e Israele contro l’Iran ne è un esempio.
Nonostante la decisione di Trump e Netanyahu costringa l’Europa a pagare un prezzo nuovamente altissimo sul piano energetico, i leader europei, a parte rare eccezioni, continuano ad astenersi dal condannare l’attacco e dall’attribuire la responsabilità di quanto sta accadendo alla Casa Bianca. Tipica è a questo proposito la posizione del presidente francese Macron. Recentemente, quest’ultimo ha confuso la conseguenza per la causa, impegnandosi non a chiedere a Trump di mettere fine a una guerra criminale con conseguenze economiche disastrose, ma a scortare militarmente le navi che trasportano petrolio e gas nello stretto di Hormuz. La colpa della crisi energetica che sta esplodendo non è dunque di un’aggressione militare senza giustificazioni, ma delle contromisure prese legittimamente dal paese aggredito come strategia di difesa.
I burocratici di Bruxelles, da parte loro, prediligono per lo più pseudo-analisi senza contesto della crisi energetica, con l’elenco dei rischi per l’economia europea derivanti da un prolungato blocco delle esportazioni energetiche dal Medio Oriente. Ugualmente, nei prossimi giorni è previsto un inutile vertice dei ministri UE dell’Energia, in teoria per discutere delle misure da intraprendere a fronte degli scenari venutisi a creare. C’è da scommettere fin da ora che eventuali provvedimenti risulteranno del tutto inefficaci, mentre le uniche decisioni utili da adottare resteranno un miraggio, ovvero: prendere una posizione ferma contro Washington e la guerra di aggressione contro l’Iran e gettare le basi per una riapertura del dialogo con Mosca a partire appunto dal ristabilimento totale delle forniture energetiche.

