Turchia, la democrazia dei tribunali
L’uso della giustizia per consolidare il potere e attaccare l’opposizione ha subito una nuova accelerazione in questi giorni in Turchia con una serie di iniziative pilotate con ogni probabilità dal presidente Erdogan e dal suo partito AKP (Giustizia e Sviluppo). Il bersaglio grosso resta sempre il deposto sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoğlu, del partito kemalista CHP (Popolare Repubblicano). Già in carcere dal marzo scorso con l’accusa di corruzione, colui che viene considerato il più accreditato sfidante di Erdogan nelle elezioni presidenziali del 2028 è stato colpito nel fine settimana da un altro mandato di arresto, questa volta nell’ambito di un’indagine per “spionaggio politico”. Il caso conferma nuovamente l’uso tutto politico della giustizia da parte del governo di Ankara e, nello specifico, si sovrappone significativamente a un’altra linea d’attacco contro i più fondamentali diritti democratici, ovvero la libertà di stampa.
La procura di Istanbul si è mossa partendo da un’indagine che aveva coinvolto l’imprenditore Hüseyin Gün, arrestato lo scorso luglio con l’accusa di spionaggio a favore di paesi come Stati Uniti, Regno Unito e Israele, a cui avrebbe consegnato informazioni ottenute in vari ambiti, tra cui materiale relativo a cittadini turchi. Imamoğlu e il responsabile della sua campagna elettorale, Necati Özkan, anch’egli in carcere già da marzo, avrebbero collaborato con Gün prima delle elezioni amministrative del 2019, condividendo con quest’ultimo informazioni sugli elettori, finite poi appunto nelle mani di agenti di intelligence stranieri.
Dalle accuse ufficiali si può facilmente ipotizzare che i fatti contestati a Imamoğlu e Özkan siano attività normalmente svolte dalle organizzazioni che in molti paesi si occupano di campagne elettorali, tra cui profilazione dei votanti e analisi dei comportamenti sui social media per formulare strategie mirate. Secondo l’agenzia di stampa statale Anadolu, questo trasferimento “illegale” di informazioni rientrerebbe in uno schema creato per facilitare l’afflusso di fondi dall’estero verso l’allora candidato Imamoğlu. Gli stessi dati sugli elettori di Istanbul sarebbero stati elaborati con l’aiuto sempre dei servizi segreti di alcuni paesi stranieri, al fine di ottenere vantaggi nel voto del 2019 per la carica di sindaco della metropoli turca.
In parallelo a questa offensiva contro il principale rivale politico di Erdogan, la giustizia turca si è mossa contro una delle poche reti televisive rimaste non allineate al governo. Il direttore di TELE 1, Merdan Yanardağ, è stato arrestato per complicità con Imamoğlu e Gün nel manipolare il voto del 2019, nuovamente in collaborazione con agenzie di intelligence straniere. Da qui, anche per lui, l’accusa di spionaggio. TELE 1 era da tempo esposta alle pressioni delle autorità governative e la rapidità con cui ci si è mossi contro il network sembra confermare che l’operazione sia stata preparata con cura. Dopo appena qualche ora dall’arresto di Yanardağ, la direzione della rete è stata infatti affidata a un esecutore fiduciario, il quale, come primo atto del suo incarico, ha chiuso il canale YouTube di TELE 1, cancellandone di fatto tutto l’archivio video.
Per la cronaca, le elezioni locali del 2019 a Istanbul vennero vinte una prima volta da Imamoğlu a fine marzo. Dopo una campagna orchestrata dall’AKP di Erdogan, che sosteneva si fossero verificare irregolarità diffuse, il voto è stato ripetuto il successivo 23 giugno. Imamoğlu si impose nuovamente e con un margine di ben 800 mila voti, contro i 14 mila della prima volta, sul rivale dell’AKP. Il sindaco di Istanbul è stato poi riconfermato lo scorso anno nel quadro di una netta crescita dei consensi del CHP in tutto il paese. Un’evoluzione del panorama politico turco, quest’ultima, che è stata percepita come una serissima minaccia da Erdogan e il suo partito e che ha fatto scattare una campagna repressiva per rimuovere dai loro incarichi numerosi sindaci regolarmente eletti, tra cui Imamoğlu, lanciando contro questi ultimi procedimenti giudiziari di natura tutta politica.
Lo stesso Imamoğlu quest’estate aveva subito una condanna seguita all’accusa di avere insultato e minacciato il capo della procura di Istanbul, mentre un’altra incriminazione è collegata al sostegno che avrebbe espresso al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), classificato come organizzazione terroristica dalla Turchia ma con cui lo stesso governo di Ankara sta negoziando un accordo di pace dopo decenni di guerra civile. A suo carico c’è infine l’accusa di avere falsificato il suo diploma di laurea. Un fatto che, se confermato, lo squalificherebbe dalla corsa alla presidenza della Turchia.
Il leader del CHP, Özgur Özel, ha tenuto un discorso nei giorni scorsi per migliaia di sostenitori del suo partito radunatisi davanti al tribunale che ha emesso il mandato d’arresto per Imamoğlu. Özel ha denunciato l’uso politico della giustizia da parte del governo e del presidente, per poi spiegare che il ricorso alla “assurda” accusa di spionaggio è da collegare al fatto che quelle precedenti per corruzione non hanno portato a nulla. La gravità delle accuse potrebbe consentire al governo di nominare un commissario speciale da installare al vertice dell’amministrazione dell’area metropolitana di Istanbul al posto di Imamoğlu; cosa che non è stato legalmente possibile fare con le precedenti accuse.
È del tutto possibile che la procura di Istanbul abbia atteso gli sviluppi di un altro caso contro il CHP prima di procedere con il nuovo mandato di arresto per Imamoğlu. La vicenda riguarda una denuncia intentata da alcuni membri del principale partito di opposizione turco collusi con l’AKP che chiedevano l’annullamento del congresso del CHP tenuto il 4 e il 5 novembre 2023, durante il quale Özel era stato eletto segretario, per via di alcune presunte irregolarità. Questo procedimento era stato anch’esso altamente sospetto. In primo luogo perché, secondo la legge turca, il congresso di un partito e i suoi atti non possono essere contestati legalmente se ratificati dal Consiglio Elettorale Supremo, come era stato per il caso in questione. La magistratura aveva tuttavia accettato il caso e assecondato il tentativo di piazzare alla testa del CHP un leader meglio disposto verso l’AKP. La risposta della leadership legittima del partito kemalista è stata però ferma e probabilmente Erdogan ha preferito desistere per evitare contraccolpi politici, così che venerdì scorso un tribunale turco ha emesso una sentenza favorevole a Özel. Archiviato questo caso, è subito partita la nuova indagine ai danni di Imamoğlu.
L’offensiva contro il CHP rientra evidentemente in una campagna che Erdogan e il suo governo stanno combattendo su più fronti per neutralizzare ogni reale opposizione politica, in modo da tenere in piedi le forme della democrazia ma svuotandole di significato e, quindi, garantendosi l’investitura “democratica” attraverso elezioni il cui esito risulta scontato. L’AKP, dopo oltre due decenni al potere, è penetrato in profondità nelle istituzioni dello stato, al punto tale da non potersi permettere una sconfitta elettorale e, al tempo stesso, da essere in grado di manipolare organi ufficialmente indipendenti come la magistratura.
Questa campagna ultra-repressiva si sta manifestando in parallelo alla crescente impopolarità di Erdogan e del suo partito, dovuta all’accumularsi delle difficoltà in ambito economico e ai riflessi di una situazione internazionale sempre più precaria. Basti pensare agli imbarazzi sul fronte domestico causati al presidente dal disallineamento tra le sue ripetute dichiarazioni di condanna del genocidio palestinese a Gaza e la salvaguardia dei rapporti economici, commerciali ed energetici con lo stato ebraico.
Le implicazioni di politica estera della deriva anti-democratica turca vanno lette anche in un’altra prospettiva. Gli scenari odierni vanno di pari passo con il riaggiustamento degli orientamenti strategici deciso da Erdogan negli ultimi tempi, ovvero la tendenza a sciogliere le tensioni con gli alleati NATO degli anni precedenti, quanto meno in alcuni ambiti. Il riallineamento della Turchia agli interessi occidentali nel Caucaso e in Medio Oriente – fatte salve le divergenze in Siria, comunque non ancora al di sopra del livello di guardia – si è accompagnato a un improvviso silenzio sulle tendenze dittatoriali di Erdogan che fino a poco tempo fa provocavano proteste e denunce in Europa e negli Stati Uniti. A lungo, ad esempio, l’acquisto del sistema di difesa anti-aereo russo S-400 aveva guastato i rapporti tra Ankara e gli alleati NATO, fino addirittura a spingere Washington a imporre sanzioni alla Turchia e a espellerla dal consorzio dei caccia F-35.
La Turchia potrebbe inoltre giocare un ruolo importante nel processo di riarmo promosso dall’Europa, vista la crescita dell’industria militare di questo paese e la conformità di essa agli standard NATO. Non solo, Erdogan ha abbracciato il piano di “pace” di Trump per Gaza, adoperandosi in maniera determinante per convincere Hamas ad accettare la tregua. In questa prospettiva, non è da escludere che Erdogan abbia ottenuto una sorta di via libera dalla Casa Bianca e da Bruxelles al giro di vite contro l’opposizione interna. Difficile d’altronde pensare che sia stata pura coincidenza la sequenza temporale dei due mandati di arresto contro Imamoğlu, avvenuti, rispettivamente, pochi giorni dopo la telefonata dello scorso marzo tra il presidente turco e quello americano e il faccia a faccia tra i due alla Casa Bianca a fine settembre nell’ambito delle manovre per il lancio della proposta di cessate il fuoco nella striscia.

