Trump-Iran, la strategia del bluff
Da settimane il ciclo si ripete ormai più o meno sempre allo stesso modo. Trump minaccia un attacco massiccio e senza precedenti contro il territorio iraniano. A ridosso della scadenza fissata, arriva puntuale la marcia indietro, seguita da un annuncio sulla ripresa dei negoziati e un accordo imminente. I colloqui, veri o presunti, non portano a nulla e la storia si ripete dall’inizio. In breve, questo è ciò che è accaduto lo scorso fine settimana sul fronte del conflitto tra USA e Iran. Dettaglio non trascurabile: dopo il passo indietro del presidente, i mercati e la speculazione finanziaria tornano a una momentanea stabilità e raccolgono profitti a dir poco sospetti. Le opzioni per la Casa Bianca, nel frattempo, si assottigliano e le già scarse probabilità di arrivare a una soluzione diplomatica svaniscono, aggiungendo incertezza e timori a una situazione internazionale già sufficientemente deteriorata.
Chi controlla l’escalation?
Ci sono pochi dubbi sul fatto che l’ego di Trump richieda l’ostentazione del controllo dei tempi della guerra di aggressione in corso. Non solo, più è grande l’umiliazione che si prospetta per il presidente e gli Stati Uniti, più assurde devono essere le menzogne pronunciate pubblicamente per tenere lontana l’opinione pubblica dalla realtà. Secondo copione, quindi, Trump si era detto pronto a scatenare l’attacco più pesante “dai tempi della Seconda Guerra Mondiale” per convincere l’Iran sostanzialmente ad arrendersi. Come se le settimane precedenti di guerra, inframmezzate da periodi di tregua precaria, fossero state uno scherzo, le forze armate USA sarebbero ora in grado, su ordine di un presidente intenzionato una volta per tutte a fare sul serio, di annichilire il nemico in poche ore.
Nella realtà, l’ostentazione di forza serve a nascondere un dilemma strategico che al momento non presenta nessuna via d’uscita. Conferma di ciò sono i veri motivi per cui Trump ha declinato, apparentemente in extremis, di dare un ordine di attacco che, quasi certamente, non era nelle sue reali intenzioni. Com’è noto, le forze americane avrebbero dovuto bombardare a tappeto obiettivi strategici in territorio iraniano, in particolare le infrastrutture energetiche chiave per il paese mediorientale. Una breve campagna di questo genere – recitava la versione ufficiale – avrebbe messo in ginocchio l’Iran, così che il suo governo avrebbe alla fine supplicato la Casa Bianca di sedersi al tavolo delle trattative per sottoscrivere un qualche accordo di pace.
Le cose non sono tuttavia andate in questo modo. Lo stesso Trump lo ha ammesso, sia pure usando una spiegazione che ha come minimo reinterpretato i fatti. I regimi del Golfo Persico, a cominciare dall’Arabia Saudita, hanno invitato il presidente a ripensarci e a non autorizzare un attacco presumibilmente devastante contro la Repubblica Islamica. Le telefonate dal Medio Oriente a Washington sono state fatte non per amore di pace e stabilità, ma piuttosto come conseguenza del terrore che i regnanti delle varie monarchie sunnite nutrivano alla prospettiva della ritorsione iraniana.
La lista
Il governo iraniano aveva già più volte spiegato che bombardamenti americani contro strutture sensibili sul proprio territorio sarebbero stati seguiti da un lancio di missili e droni contro gli stessi obiettivi nei paesi che ospitano basi americane. Installazioni petrolifere, giacimenti di gas, impianti di desalinizzazione e altri “asset” strategici sono nel mirino. Il risultato sarebbe catastrofico, visti i danni permanenti che ne deriverebbero sia per questi stessi paesi sia per la catena di approvvigionamento di numerosi prodotti – non solo petrolchimici – provenienti dal Golfo e tagliati fuori in maniera permanente dai traffici globali.
A far riflettere Trump e il suo entourage è stata anche la lista degli obiettivi già predisposta a Teheran nel caso si fosse materializzato l’attacco minacciato nei giorni scorsi. L’agenzia di stampa “semi-ufficiale” iraniana Fars ha rivelato sabato le infrastrutture che sarebbero state bombardate all’istante. Nell’elenco pubblicato non c’erano solo strutture in Arabia Saudita, Qatar o Emirati Arabi, ma anche in Israele, come i giacimenti di gas “Leviathan” e “Tamar”. L’autore dell’articolo avvisava che la ritorsione iraniana avrebbe provocato “conseguenze significative per i mercati energetici globali”, ricordando poi che, durante i primi 40 giorni della guerra di aggressione, Teheran aveva già dato seguito ad avvertimenti simili, visto che non aveva esitato a bombardare l’impianto di processazione di gas più grande del Qatar dopo che il giacimento iraniano “South Pars” era finito sotto attacco di USA e Israele.
Fantasia e accordo
Inevitabilmente, la marcia indietro di Trump in ambito militare deve essere accompagnata da apparenti risultati diplomatici. Così, domenica il presidente ha annunciato per l’ennesima volta il rilancio dei negoziati, che a suo dire dovrebbero cominciare lunedì. Il presunto ritorno al tavolo delle trattative sarebbe stato da lui autorizzato perché un accordo è di nuovo molto vicino. E non potrebbe essere diversamente, visto che, in caso contrario, il Pentagono avrebbe dovuto scatenare l’inferno a Teheran. Soprattutto il nodo Hormuz è per Trump in fase di scioglimento, così come sarebbe vicina la risoluzione del “file” nucleare.
Ancora una volta, però, la realtà ha bussato alla porta della Casa Bianca. Dall’Iran è arrivata infatti subito la smentita. Non esiste nessun accordo per far ripartire i colloqui, anche se i mediatori sono sempre al lavoro. Nessuna intesa sulla riapertura dello stretto di Hormuz. Quindi, nessuna intenzione nemmeno di preparare un team di negoziatori da inviare in Pakistan o altrove. La stampa israeliana ha partecipato a sua volta alla campagna di disinformazione, diffondendo nel fine settimana la notizia che Trump avrebbe annullato l’ordine di attacco dopo che il ministro degli Esteri iraniano Araghchi aveva accettato una proposta di compromesso, presentata dal Qatar, per consentire il transito navale attraverso Hormuz.
Il governo iraniano ha in realtà ammesso solo qualche progresso nei colloqui con l’Oman per trovare un accordo sulla gestione del traffico nello stretto che chiude il Golfo Persico. Tuttavia, come ha spiegato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmail Baghaei, un’intesa con il sultanato non sarebbe comunque sufficiente a riaprire Hormuz. La situazione resterà “invariata” fino a quando non cesserà l’aggressione americana.
Quale via d’uscita?
I risvolti patologici della personalità di Trump non consentono in ogni caso di escludere del tutto un attacco di vasta portata, al di là della sua efficacia e utilità. Se non altro perché le condizioni che l’Iran intende imporre per ratificare un accordo di pace sarebbero troppo umilianti per gli Stati Uniti. Per questa ragione, la strada diplomatica resta complicatissima e la strategia iraniana sembra essere quella di fare alzare progressivamente il costo dell’aggressione. In altre parole, la Casa Bianca non considererà seriamente il negoziato nei termini richiesti da Teheran fino a quando la carenza di greggio, gas e altri prodotti derivati non sarà tale da innescare una depressione globale.
Solo le pressioni interne e internazionali che stanno aumentando giorno per giorno potrebbero così convincere Trump della necessità di uscire dal pantano in cui egli stesso si è infilato. In caso contrario, la soluzione militare resta l’unica realmente percorribile, anche se, quasi certamente, non nel senso auspicato dal presidente americano.

