Trump-Iran, il gioco della tregua
L’ultimatum di Trump all’Iran per riaprire lo stretto di Hormuz, che doveva scadere oggi, è stato improvvisamente rimandato di cinque giorni dopo che il presidente americano ha rivelato l’esistenza di “ottime” discussioni in corso con i rappresentanti della Repubblica Islamica. La gestione apparentemente schizofrenica della guerra di aggressione in corso da parte della Casa Bianca continua dunque a essere il dato ricorrente in queste settimane. Alcuni punti fermi sono tuttavia emersi in maniera chiara e in base a essi è possibile dare una lettura minimamente razionale degli eventi mediorientali. Il più importante di questi è il persistente dilemma che Washington si trova di fronte, tra l’obiettivo di distruggere letteralmente il sistema politico, la società e l’economia dell’Iran, e il rischio concretissimo di innescare una crisi economica globale senza precedenti, nonché di andare incontro a una sconfitta strategica che potrebbe ridimensionare drasticamente i contorni dell’influenza degli Stati Uniti – e di Israele – nella regione e non solo.
A onor del vero, va detto che praticamente dal primo giorno dell’attacco contro l’Iran si susseguono le notizie di un’amministrazione Trump intenta a sondare il terreno per un possibile cessate il fuoco. Lo stesso presidente americano ha più volte citato apertamente questa ipotesi, spesso accompagnandola a minacce di escalation militare. In questa prospettiva, è tutt’altro che da scartare la tesi sollevata da alcuni commentatori indipendenti sull’utilità strumentale delle voci di un’ipotetica tregua o accordo diplomatico tra Washington e Teheran. Si tratterebbe cioè di una tattica deliberata per nascondere all’opinione pubblica, soprattutto americana, e ai mercati le implicazioni della reale strategia USA, diretta ad accelerare progressivamente i tempi e l’intensità dell’aggressione, così da contenere l’opposizione a essa e i contraccolpi economico-finanziari.
A sostegno di questa ipotesi ci sono, tra l’altro, i preparativi per una possibile operazione di terra e i 200 miliardi di dollari di finanziamenti extra per il Pentagono che la Casa Bianca starebbe per chiedere al Congresso. Iniziative, queste ultime, che fanno a pugni con l’argomento di una guerra da chiudere entro le prossime settimane. Per altri, però, queste manovre sarebbero elementi di pressione sulle autorità iraniane, davanti alle quali viene agitata la minaccia di un’escalation per ottenere un rallentamento della controffensiva in atto e la disponibilità a negoziare entro i termini fissati dagli aggressori.
Sta di fatto che la stampa americana ha anticipato nel fine settimana gli sforzi americani per cercare di resuscitare i canali diplomatici con Teheran in vista di una de-escalation del conflitto. La testata on-line Axios ha scritto in particolare che Trump avrebbe incaricato nuovamente Jared Kushner e Steve Witkoff di adoperarsi in questo senso, pianificando nel contempo ancora “due o tre settimane” di operazioni militari. La notizia, rimbalzata subito sui siti di tutto il mondo, è stata seguita lunedì dalla già ricordata dichiarazione di Trump sui colloqui “produttivi” che sarebbero in corso.
Colloqui che, a detta del presidente, hanno giustificato appunto il rinvio dell’ultimatum che egli stesso aveva imposto a Teheran per riaprire lo stretto di Hormuz. In caso contrario, le forze americane avrebbero iniziato a bombardare le infrastrutture iraniane che producono energia elettrica. A questa minaccia, la Repubblica Islamica aveva risposto a sua volta minacciando di prendere di mira gli impianti simili in Israele e nei paesi arabi alleati di Washington, nonché altri obiettivi la cui distruzione farebbe collassare l’economia del Medio Oriente.
Dall’Iran non sono al momento arrivati segnali di conferma delle parole di Trump sui colloqui presumibilmente in corso. A livello pubblico, le autorità iraniane mantengono la linea dura e affermano di respingere le richieste americane, così da dare l’impressione di avere il controllo delle operazioni e di essere in grado di raggiungere gli obiettivi stabiliti, a cominciare dalla chiusura di tutte le basi militari americane nella regione. Nella realtà, è difficile immaginare una situazione in cui USA e Israele possano acconsentire alle richieste iraniane, per quanto del tutto legittime, anche se le stesse condizioni che la Casa Bianca sostiene di avere messo sul tavolo nei presunti colloqui in corso non sono meno impraticabili.
Sempre Axios elenca alcuni punti chiave per Washington, che risultano però essere fondamentalmente gli stessi che le due parti stavano discutendo in Oman e poi a Ginevra poco prima dell’inizio dell’aggressione militare il 28 febbraio scorso: gestione della scorta di uranio arricchito attualmente sul territorio iraniano, monitoraggio del programma nucleare, limitazione del programma missilistico e fine del sostegno agli alleati dell’Asse della Resistenza nella regione. L’Iran era disponibile a negoziare in buona fede alcuni di questi argomenti, mentre altri – come gli ultimi due – erano “off-limits”. In aggiunta a ciò, ci sarebbe ovviamente anche la riapertura dello stretto di Hormuz. Il punto è però che Trump intenderebbe gettare le basi di un cessate il fuoco riproponendo una trattativa non solo morta e sepolta ma che era stata usata dagli Stati Uniti come copertura per preparare un attacco pianificato da tempo.
La conclusione più logica è di conseguenza che le dichiarazioni di Trump siano l’ennesimo inganno per confondere le acque e tenere aperta la strada dell’escalation militare. Ci sono tuttavia almeno due altri fattori che possono influenzare i processi decisionali americani, in apparenza caratterizzati da confusione estrema. Il primo è il pericolo che da un momento all’altro la percezione della minaccia all’economia globale si allinei alla realtà e le pressioni sulla Casa Bianca raggiungano un livello insostenibile, innescando un processo di de-escalation anche senza il raggiungimento degli obiettivi strategici americani.
L’altro è il livello di distruzione che in particolare Israele ha subito finora in seguito ai contrattacchi iraniani. Ci sono varie voci che avvertono di danni senza precedenti e di una situazione difficilmente sostenibile a lungo per l’entità sionista, tanto da far temere il ricorso da parte di Netanyahu alle mai dichiarate armi nucleari in dotazione dello stato ebraico (LINK). L’aspetto delle perdite e dei danni causati a Israele da missili e droni della Repubblica Islamica è in ogni caso difficile da definire in maniera chiara, vista la rigidissima censura imposta dal regime del premier/criminale di guerra.
La virata retorica di lunedì verso l’opzione della diplomazia da parte di Trump potrebbe trasformarsi facilmente nell’ostentazione di nuove minacce a breve. Ragionando sugli elementi a disposizione, tutto fa pensare che possibili iniziative americane per cambiare radicalmente l’andamento della guerra non arriveranno a breve. L’intensificazione dei bombardamenti resta sul tavolo, ma la sola campagna aerea, per quanto distruttiva, difficilmente porterà al cambio di regime o al tracollo del sistema, se non in tempi lunghi. L’invio prima o poi di forze di terra potrebbe così diventare necessario, ma implica una serie di complicazioni aggiuntive.
Come accennato in precedenza, esiste già un ordine di mobilitazione per un certo numero di Marines che sarebbero già in viaggio verso il Medio Oriente assieme a un gruppo di navi da guerra. La quantità di uomini di cui si parla, di poco superiore alle duemila unità, appare risibile in prospettiva di un’invasione di un paese con una geografia estremamente complessa e grande quanto un sesto dell’Europa. Per le stesse ragioni, anche una missione ad esempio per prendere possesso delle scorte di uranio arricchito iraniano o per portare a termine obiettivi specifici risulterebbe quanto meno azzardata. Qualcuno ipotizza invece un diversivo che svii l’attenzione delle forze iraniane oppure un blitz per occupare l’ultra-strategica isola di Kharg o addirittura per forzare l’apertura dello stretto di Hormuz. Tutte opzioni che servirebbero a USA e Israele per sbloccare la situazione sul campo ma che al momento comportano rischi enormi.
Un’ultima questione da considerare è quella collegata alla notizia del lancio di due missili iraniani contro l’isola Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. Qui si trova una base fondamentale per la proiezione della forza militare americana in tutta l’Asia. Dei due missili iraniani, uno si sarebbe schiantato in volo molto prima di raggiungere l’obiettivo e l’altro è stato abbattuto dalla contraerea USA. Il dato cruciale è però che, se la notizia fosse vera, ci sarebbe la conferma che l’Iran possiede missili in grado di coprire una distanza di oltre 4 mila chilometri, ovvero il doppio di quanto si credeva finora.
In molti dubitano della veridicità dei fatti e da Teheran è arrivata infatti una secca smentita. Finora, le autorità iraniane hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche per smentire attacchi che hanno causato vittime o danni a obiettivi civili nei paesi arabi dove si trovano basi militari americane. Secondo Teheran, questi episodi sarebbero stati “false flag” condotte da USA o Israele per trascinare i regimi arabi nel conflitto. Il caso di Diego Garcia è molto diverso e in teoria non ci sarebbe ragione per smentire il lancio di missili avvenuto nei giorni scorsi, tanto più per via del fatto che rappresenterebbe un messaggio molto chiaro agli aggressori circa le capacità prima sconosciute della Repubblica Islamica.
C’è però da tenere presente che il raggio d’azione di cui si parla corrisponde grosso modo a quello che separa l’Iran dall’Europa e Trump è alla disperata ricerca di un modo per spingere gli alleati NATO a prendere parte attiva alla guerra di aggressione in corso. In altre parole: se Teheran può arrivare a Diego Garcia, i suoi missili possono colpire anche Berlino, Parigi o Roma. Quindi, l’Europa è minacciata ed è nel suo interesse entrare in guerra. Questo particolare rende molto sospetta la notizia, anche perché lo stesso governo israeliano – che, come già spiegato, pratica una censura ferrea sulle operazioni militari iraniane – ha guarda caso rilasciato in questa circostanza dichiarazioni pubbliche sulla performance del nemico e, di conseguenza, sul pericolo esistenziale che correrebbero gli alleati nel vecchio continente.

