Trump all’assalto della Fed
Il progetto di accentramento di poteri virtualmente assoluti al vertice dell’esecutivo da parte del presidente americano Trump sta procedendo su vari fronti paralleli, uno dei quali, infiammatosi proprio in questi giorni, è quello del controllo di fatto della Federal Reserve. La questione è particolarmente delicata, poiché comporta pericolose interferenze negli interessi del capitalismo finanziario d’oltreoceano, oltre che una minaccia molto seria alla credibilità – e quindi alla stabilità – del sistema economico-finanziario degli Stati Uniti. La notizia, circolata nella serata di domenica, dell’apertura di un procedimento di incriminazione nei confronti del governatore della banca centrale USA, Jerome Powell, ha perciò scatenato una furiosa polemica politica a Washington, mettendo la Casa Bianca in una posizione decisamente complicata da gestire.
Il fatto che Trump abbia preso di mira Powell non rappresenta una sorpresa né una novità. Da tempo il presidente chiede alla Fed di abbassare i tassi di interesse a un ritmo molto più accelerato di quanto fatto finora. Powell e l’istituzione che presiede, facendo appello al carattere tradizionalmente indipendente di essa, sostengono invece di prendere ogni decisione in base all’analisi delle reali condizioni dell’economia. Per questa ragione, i tassi di interesse negli USA sono stati rivisti al ribasso solo due volte nel corso del 2025, soprattutto per via del persistere di livelli significativi di inflazione. Anche per il 2026 le previsioni erano e restano prudenti, con due o forse solo un intervento in agenda per abbassare ulteriormente questo indicatore. Il compito principale assegnato storicamente alla Federal Reserve per garantire la solidità dell’economia americana è il mantenimento di livelli ragionevoli di inflazione e occupazione.
La procura della capitale ha messo formalmente sotto accusa Powell per avere fatto lievitare i costi dei lavori di ristrutturazione della storica sede della Fed a Washington. Il governatore, inoltre, avrebbe a questo proposito mentito al Congresso durante un’udienza davanti alla commissione per gli affari bancari del Senato tenuta nel giugno dello scorso anno. L’indagine aveva avuto il via libera già a novembre dal capo della procura del District of Columbia, la fedelissima di Trump ed ex presentatrice di Fox News, Jeanine Pirro. In un’intervista alla NBC, il presidente ha negato di avere avuto un qualche ruolo nell’incriminazione di Powell, ma le probabilità che questa affermazione corrisponda al vero sono pari a zero. Il procedimento contro quest’ultimo è infatti il culmine delle manovre di Trump per stabilire il proprio controllo sulla Fed.
Dal punto di vista legale, il procedimento ha poco o nessun senso. Imprevisti legati a lavori di rinnovamento di edifici storici non sono certo un evento raro, né vi sono indizi che l’aumento dei costi – da poco meno di 2 miliardi di dollari a 2,5 o 2,6 miliardi – sia da collegare a corruzione o negligenza nella gestione del progetto. Il ricorso a operazioni giudiziarie mirate per mettere le mani sulla Fed attraverso la rimozione dei suoi vertici si era peraltro già registrato lo scorso anno. Sempre il dipartimento di Giustizia aveva incriminato un altro membro del Consiglio dei Governatori della banca centrale, Lisa Cook, con l’accusa di frode in relazione al mutuo da lei acceso per l’acquisto di un’abitazione.
La Casa Bianca ne aveva prontamente chiesto le dimissioni, ma questo potere nelle mani del presidente può essere esercitato solo per “giusta causa”. Una formula che viene solitamente collegata ad azioni riprovevoli avvenute nello svolgimento delle funzioni di governatore. Un’eventualità dunque che non riguarda il caso di Lisa Cook, per la quale non c’è stato finora nemmeno l’accertamento dei fatti contestati. Quest’ultima ha perciò fatto causa all’amministrazione Trump e ottenuto verdetti positivi nei primi due gradi di giudizio. Il prossimo 21 gennaio il suo caso verrà ascoltato dalla Corte Suprema, ma nel frattempo la Cook continua a svolgere il suo incarico.
Tornando alla vicenda di Jerome Powell, il numero uno della Fed ha risposto alla notizia dell’incriminazione con un’iniziativa senza precedenti. In una dichiarazione video, Powell ha attaccato frontalmente il dipartimento di Giustizia e la Casa Bianca, collegando esplicitamente l’azione legale nei suoi confronti alle “minacce” e “pressioni” esercitate dall’amministrazione repubblicana. Il governatore ha definito un puro “pretesto” la questione dei lavori per il rinnovo dell’edificio della Fed, visto che il reale obiettivo di Trump è la possibilità di dettare il livello dei tassi di interesse a suo piacimento. Lo scontro, ha aggiunto Powell, ha a che fare con il fatto che la banca centrale USA possa continuare a operare in questo ambito “in base alla realtà e alle condizioni economiche” o se invece “la politica monetaria sia determinata da pressioni politiche e intimidazioni”.
L’insistenza di Trump sul rapido e sostanziale abbassamento dei tassi va riferita a interessi ben precisi, ovvero di quei settori della finanza speculativa che beneficia di politiche monetarie espansive. Dall’altra parte, va detto, non c’è peraltro una Federal Reserve che rivendica prudenza per il bene comune degli americani, quanto piuttosto un organo che riflette interessi e obiettivi dei settori più “tradizionali” della finanza USA, a cominciare dalle grandi banche, che temono un’altra impennata dell’inflazione, così come le conseguenti tensioni sociali e, ancora di più, l’indebolimento del dollaro e la sua posizione dominante a livello globale.
L’attacco contro Jerome Powell, nominato dallo stesso Trump nel 2017, è ancora più significativo se si considera che il suo mandato è in scadenza il prossimo mese di maggio. L’esito del procedimento legale appena lanciato arriverà perciò ben oltre questa data. Oltretutto, l’iniziativa promossa da Trump potrebbe convincere Powell a restare nel “board” della Fed fino al 2028 per impedire al presidente di nominare un nuovo membro che segua le sue indicazioni. I governatori uscenti hanno questa facoltà, ma solitamente nessuno la esercita, preferendo perseguire altre occasioni di carriera. È quindi probabile che l’offensiva giudiziaria in atto abbia come obiettivo quello di chiarire fin da ora al successore di Powell alla guida della Fed, che verrà nominato dallo stesso presidente, da chi dovrà prendere ordini in materia di tassi di interesse.
La sensibilità del tasto toccato da Trump con l’assalto alla Fed è dimostrata dalle reazioni negative registrate anche nel Partito Repubblicano. Il senatore del partito del presidente e membro della commissione affari bancari, Thom Tillis, ha ad esempio criticato duramente l’iniziativa del dipartimento di Giustizia e minacciato di bloccare tutte le nomine di Trump alla Fed fino a che l’indagine nei confronti di Powell non verrà archiviata. La notizia dell’incriminazione è stata anche accolta molto negativamente dai mercati americani, mentre le quotazioni dell’oro sono salite del 2% solo nella giornata di lunedì. Un’indicazione, quest’ultima, della perdita di confidenza nel dollaro come bene rifugio.
In una prospettiva più ampia, i movimenti dei mercati in seguito al caso Powell rispondono alle inquietudini che circolano negli ambienti finanziari americani per i danni che può causare l’atteggiamento dell’amministrazione Trump. Quella che viene celebrata come l’intoccabile “indipendenza” della Fed corrisponde in realtà all’imperativo che questa istituzione garantisca in maniera stabile gli interessi più fondamentali del capitalismo americano, senza fluttuazioni influenzate da elezioni, presidenti o maggioranze politiche del giorno.
Interferenze politiche, soprattutto di presidenti, sono ovviamente avvenute in passato, ma le azioni dell’attuale amministrazione vanno ben di là di questo. Il tentativo in atto è di controllare totalmente la Federal Reserve nel quadro di una drastica concentrazione dei poteri nell’esecutivo. I timori che ciò ha scatenato non sono da riferire a scrupoli per un sistema “democratico” già da tempo in profondissima crisi, quanto alla possibilità concreta che la perdita dell’autonomia della Fed finisca per screditare in modo irrimediabile il sistema economico-finanziario-monetario USA, facendo crollare in via definitiva la fiducia globale nel dollaro, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero per la posizione dominante degli Stati Uniti e del capitalismo americano a livello internazionale.
La decisione del dipartimento di Giustizia, secondo un articolo pubblicato lunedì da Politico, ha diviso addirittura l’entourage di Trump dentro la Casa Bianca. La testata online ha citato alcuni funzionari anonimi che hanno espresso serie preoccupazioni per gli effetti dell’incriminazione di Powell. La vicenda viene definita “radioattiva” e l’amministrazione sembra già impegnata a correre ai ripari, cercando ad esempio di sollevare il presidente da qualsiasi responsabilità nell’iniziativa oppure attribuendo la paternità di essa a consiglieri fuori controllo, come al controverso direttore dell’Agenzia Federale del Finanziamento Immobiliare, Bill Pulte. Gli sviluppi del caso nei prossimi giorni, e un eventuale passo indietro del presidente, chiariranno probabilmente i rapporti di forza nelle stanze del potere in America e le chance reali di Trump di assumere nelle proprie mani un potere senza precedenti che ritiene decisivo nell’ottica del suo piano autoritario in fase di consolidamento.

