Ricchezza e povertà: la storia latinoamericana
L’America Latina è riconosciuta come la regione più diseguale del mondo, anche se non la più povera. Il tema ha suscitato interesse da lungo tempo, poiché questa ingiusta distribuzione della ricchezza impedisce lo sviluppo. La storia della regione contribuisce a illuminare questo problema, al quale mi sono riferito in articoli precedenti (https://t.ly/R1j9k ; https://t.ly/rj9U7). Tuttavia, vale la pena rafforzare la riflessione tenendo conto del modo in cui l’inequità viene solitamente trattata nella regione.
Il segno d’origine risale all’epoca coloniale, quando si costruirono società basate su “caste” o classi sociali, nelle quali i “bianchi” esercitarono un dominio politico esclusivo e si arricchirono imponendo diverse forme di sfruttamento della forza lavoro e appropriandosi di terre e risorse, garantiti dal criterio della proprietà privata.
Sebbene le indipendenze mobilitassero concetti e ideali egualitari, gli Stati nazionali del XIX secolo, al di là delle forme repubblicane, costituzionali e democratiche, consolidarono al tempo stesso regimi oligarchici, nei quali i proprietari terrieri (latifondi, tenute, fattorie, ranch, piantagioni), sfruttatori di lavoro servile (sfruttamento, servitù) e schiavistico (fino alla metà del secolo), si collocarono al vertice della piramide sociale, insieme a grandi commercianti, imprenditori minerari e, successivamente, ai primi banchieri.
Sebbene i liberali dell’epoca imponessero i loro principi – tra i quali ebbe enorme significato l’uguaglianza giuridica davanti alla legge – non compresero i criteri di uguaglianza economica e sociale, poiché la povertà e l’emarginazione umana furono concepite come retaggi di un passato da superare e come una sorta di realtà “naturale”, conseguenza delle stesse carenze educative o “morali” delle popolazioni subordinate. Gli indigeni, per esempio, sarebbero usciti dalla loro condizione miserabile solo se la “civilizzazione” li avesse portati ad abbandonare le loro antiche “costumanze”. Le ribellioni popolari contro lo sfruttamento furono represse in modo sanguinoso.
Queste forme di interpretazione della società si protrassero fino a ben inoltrato il XX secolo. I partiti di sinistra (socialisti e comunisti), sorti per lo più negli anni Venti e Trenta, furono pionieri nel denunciare le condizioni umane create dal “capitalismo” latinoamericano. Emersero nuove forme di proprietà e concentrazione del capitale nell’industria, nel commercio, nelle banche e in altre imprese. Le sinistre sostennero dunque che le disuguaglianze derivavano dalla struttura di classe, con “borghesie” dominanti e sfruttatrici, e misero per la prima volta in discussione la proprietà privata.
Anche i primi studi tecnici iniziarono a contribuire alla comprensione delle disuguaglianze, utilizzando il criterio del “paniere di base”, che misurava la capacità di un lavoratore o bracciante di acquistare determinati alimenti, utile per tracciare le “linee di povertà primaria”, concentrate sulla malnutrizione all’interno della famiglia. I censimenti di popolazione e abitazione, sviluppatisi negli anni Trenta e Quaranta, rappresentarono un ulteriore passo avanti, permettendo di misurare i “livelli di vita” della popolazione nazionale.
In ogni caso, solo dopo la Seconda guerra mondiale, con la nascita della CEPAL (1948) e l’impulso degli studi sociologici e politici latinoamericani sulle “strutture” economiche o sulla “dipendenza” (anni Sessanta e Settanta), l’America Latina si pose all’avanguardia negli studi sulla distribuzione diseguale della ricchezza. Gli archivi storici della CEPAL (accessibili dal suo sito web) consentono di osservare la costruzione dei “quadri del sottosviluppo” di ciascun Paese latinoamericano, nei quali risultarono chiarissime le carenze di servizi per ampi settori della popolazione, la povertà e la miseria diffuse e la concentrazione della ricchezza.
Il “coefficiente di Gini”, inventato nel 1912 dall’italiano Corrado Gini (Variabilità e mutabilità) e utilizzato soprattutto negli studi europei, non ebbe inizialmente rilevanza nella nostra regione; ma acquistò importanza con l’ascesa del neoliberismo negli ultimi decenni del XX secolo e con le metodologie adottate dal FMI e dalla Banca Mondiale, basate sulle indagini familiari e sui registri fiscali. Tuttavia, il Gini (0 indica uguaglianza totale e 1 – o 100 – disuguaglianza totale) misura solo la distribuzione e non la ricchezza né il benessere sociale. In America Latina la sua misurazione presenta due grandi problemi: da un lato, la popolazione “informale” è molto elevata (tra il 50 e il 70%) ed è difficile stabilirne i redditi; dall’altro, i ricchi occultano la propria ricchezza ed evadono le imposte.
Si tratta quindi di un coefficiente ingannevole: con dati 2024/2025, l’Europa presenta la minore disuguaglianza al mondo (Gini 29,6), mentre in America Latina è 46,0; gli Stati Uniti, con miliardari e disuguaglianze estreme e un Gini tra 41 e 46, appaiono simili all’Ecuador (45), inferiori alla Colombia (53-54) e superiori al Perù (40). Questo “miraggio” nasconde la “democratizzazione della povertà” in Perù, così come la carenza e il deterioramento dei servizi pubblici o la violenza in Colombia e soprattutto in Ecuador, dove dal 2017 si sono frenate le possibilità di sviluppo con benessere sociale, nonostante la propaganda ufficiale sulla diminuzione della povertà, che cela una “equità della miseria”.
Le insufficienze metodologiche ed econometriche obbligano a esaminare il contesto sociale e storico delle disuguaglianze in ciascun Paese dell’America Latina, ampliando l’interesse di docenti, istituzioni e pubblicazioni accademiche sul tema. Si sottolinea la necessità di utilizzare altri indici complementari: indice di Palma, bisogni di base insoddisfatti, PIL pro capite, povertà multidimensionale. Inoltre, diventa sempre più chiaro che nell’inequità contano la composizione delle classi sociali, le relazioni di dipendenza e, soprattutto, le basi strutturali della proprietà dei mezzi di produzione.
Dagli ultimi decenni del XX secolo la disuguaglianza è cresciuta in America Latina. È stata aggravata da governi orientati dall’ideologia neoliberale, identificati con le destre politiche o direttamente con il mondo imprenditoriale. In Paesi come Argentina, Bolivia, Brasile ed Ecuador, con governi “progressisti” all’inizio del XXI secolo, questa tendenza fu invertita e si riuscì a migliorare le condizioni di vita, lavoro, servizi pubblici e investimenti statali, favorendo anche la riduzione della povertà.
Progressi simili si registrano attualmente in Messico, posto all’avanguardia del progressismo nella regione. Si è dimostrato che il divario sociale può ridursi grazie a politiche statali; un processo che l’Europa, prima regione del mondo a raggiungere maggiore equità, ha promosso dalla seconda metà del XX secolo, soprattutto attraverso elevate imposte redistributive. In America Latina, “democrazie” che si trasformano in oligarchie (nel senso platonico), come avvenuto in Ecuador, impediscono il benessere sociale.
Come si può osservare, il problema della disuguaglianza è complesso. Superare secoli o decenni in cui si sono consolidate le élite del potere economico – che oggi controllano la proprietà del capitale – dipenderà dalla capacità di orientare gli Stati latinoamericani verso politiche sociali, una radicale redistribuzione della ricchezza, la re-istituzionalizzazione dello Stato e una reale democratizzazione.

