Musica e genocidio
L’intervento in prima persona dell’oligarca sionista Robert Kraft ha portato nei giorni scorsi alla brusca estromissione del rapper americano Macklemore dal tour internazionale della superstar della musica pop Ed Sheeran. La colpa imperdonabile che ha fatto scattare i meccanismi della censura neo-maccartista negli Stati Uniti è stata la presa di posizione, in apertura di un concerto del cantante britannico, a favore del popolo palestinese e contro il genocidio in atto per mano del regime di Netanyahu. L’episodio rappresenta un nuovo preoccupante capitolo della campagna di repressione in atto virtualmente in tutto l’Occidente contro le voci che si oppongono pubblicamente ai crimini mostruosi commessi da Israele con la complicità dei suoi alleati in Europa e negli Stati Uniti. Allo stesso tempo ha però mostrato, oltre all’enorme consenso popolare per la causa palestinese e i diritti democratici, quali artisti, in un frangente storico come quello attuale, siano disposti a mettere moralità e principi davanti alla carriera e quali, invece, preferiscano difendere quest’ultima, a cominciare dallo stesso Ed Sheeran.
Il 43enne Macklemore – all’anagrafe Benjamin Hammond Haggerty – aveva un contratto per esibirsi all’inizio dei concerti di Sheeran nelle tappe americane del tour “Loop”. Nell’appuntamento del 4 settembre scorso in New Jersey, il rapper aveva spiegato al pubblico che una delle principali ragioni che lo avevano convinto a partecipare alla serie di concerti del collega britannico era la possibilità di urlare negli stadi “due parole molto care e vicine al mio cuore: Free Palestine!”. Subito dopo aveva ricordato la sorte dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Le parole di Macklemore erano state accolte da un’ovazione del pubblico e sono state ripetute nel concerto tenuto il giorno successivo.
Il fronte filo-sionista negli USA ha subito reagito in modo feroce, con ad esempio il Consiglio Israeliano-Americano che ha lanciato una petizione per chiedere la cacciata di Macklemore dal tour di Ed Sheeran. Una dichiarazione ufficiale dell’organizzazione “non profit” ha fatto notare che si trattava di un concerto e “non di un comizio politico, né di una manifestazione di protesta o di una riunione di attivisti”. Come se in un evento musicale fosse proibito esprimere un’opinione politica. Sui principali social gli ambienti sionisti si sono a loro volta scagliati contro il rapper americano. Anche qualche “artista” ha preso le difese di Israele. La cantante Pink ha spiegato come la denuncia di un genocidio che ha già fatto più di 70 mila vittime abbia urtato la sua sensibilità in quanto ebrea. Il suo post pubblicato su Instagram ha però avuto l’effetto contrario a quello desiderato, scatenando una valanga di commenti critici che hanno costretto la cantante a una umiliante quanto ridicola correzione di rotta.
La mobilitazione contro Macklemore ha alla fine dato i suoi frutti. Lo stesso cantante ha dato la notizia della decisione di metterlo alla porta. L’apertura del concerto di Sheeran previsto al Gillette Stadium, in Massachusetts, il prossimo 25 settembre è così saltata definitivamente. Questa location è tutt’altro che irrilevante, visto che l’impianto è di proprietà del già citato Robert Kraft. Il miliardario americano, proprietario tra l’altro anche della squadra di football New England Patriots e di Kraft Group, ha organizzato una sorta di “resistenza” filo-sionista assieme ai proprietari di altri stadi in cui Sheeran dovrà esibirsi. Il messaggio è stato chiaro: se Macklemore non fosse stato cacciato dal tour, i concerti in programma sarebbero stati cancellati.
Kraft è nominalmente membro del Partito Democratico, ma intrattiene rapporti – principalmente attraverso generose donazioni – con entrambi i partiti. È infatti amico di vecchia data di Donald Trump, con cui condivide il sostegno incondizionato allo stato ebraico. Dopo lo scoppio delle proteste nelle università americane contro il genocidio palestinese, Kraft aveva minacciato di tagliare i contributi finanziari da lui erogati alla Columbia University di New York se non fossero stati presi provvedimenti repressivi contro i manifestanti. Per dare l’idea del livello di fanatismo sionista che lo caratterizza, in un discorso pubblico tenuto in Israele nel 2019 a margine di un incontro con Netanyahu, aveva affermato: “Dopo la mia famiglia, non c’è nulla che mi appassioni di più dello stato di Israele e della mia identità ebraica”.
Nella giornata di lunedì, Robert Kraft ha emesso una dichiarazione ufficiale per confermare l’iniziativa contro Macklemore. A suo dire, il rapper avrebbe molti precedenti caratterizzati da una “retorica antisemita … profondamente offensiva e dolorosa per la comunità ebraica”. Negando precisamente lo scopo della censura appena esercitata, ha poi assicurato che le pressioni sull’organizzazione dei concerti di Ed Sheeran non hanno nulla a che vedere con il tentativo di soffocare l’attivismo palestinese o di sminuire le sofferenze di questo popolo.
Macklemore ha rivelato come Ed Sheeran gli abbia confidato di “non prendere posizione” sul genocidio a Gaza o sull’occupazione dei territori palestinesi e che, secondo lui, molte persone sono state offese dalle parole “Free Palestine” e dall’esibizione della bandiera palestinese. A questa tesi è difficile opporre parole migliori di quelle dello stesso rapper americano: “Non esiste una posizione neutrale tra l’oppressore e gli oppressi. Quando una parte dispone delle bombe e di appoggio finanziario e militare illimitato da parte dell’America, rifiutarsi di prendere una posizione non significa rimanere equidistanti”. A proposito degli effetti prodotti su alcuni dall’esclamazione “Free Palestine”, invece, Macklemore ha ribattuto che “se queste parole sono più offensive di decine di migliaia di bambini palestinesi uccisi da Israele, allora c’è un abisso che separa le mie posizioni da quelle di queste persone”.
Il sostegno alla causa palestinese e la denuncia dei crimini israeliani rispondono a un imperativo morale che non è comune a tutti i personaggi pubblici, ma che in questi anni si sta diffondendo rapidamente in parallelo al radicalizzarsi dell’opinione pubblica di fronte al deterioramento del clima politico internazionale e della crescente aggressività degli Stati Uniti e dei loro alleati. Un segnale di cambiamento inequivocabile quest’ultimo, tanto più, relativamente alla vicenda in questione, se si considerano i benefici economici e in termini di carriera che implica la partecipazione al tour di una star di fama planetaria come Ed Sheeran.
Un atteggiamento che contrasta appunto con quello del cantante britannico, la cui notorietà gli avrebbe consentito di certo maggiore libertà per sostenere le opinioni espresse da Macklemore e, come vedremo, da altri artisti che collaborano con i suoi spettacoli. Senza dubbio sottoposto a sua volta a forti pressioni, Sheeran ha alla fine scritto un post su Instagram per spiegare l’accaduto, ma il tentativo di giustificare il suo comportamento non ha fatto che confermare la sua pochezza morale e, in sostanza, la giustificazione del genocidio palestinese. Oltre a definire assurdamente come “conflitto” il massacro ancora in corso e a invocare in maniera insensata un qualche dialogo tra Macklemore e i suoi accusatori, Sheeran ha attribuito la colpa del licenziamento di quest’ultimo a Robert Kraft e alla società organizzatrice del suo tour, la quale aveva stipulato il contratto di collaborazione con il rapper.
Ancora una volta, vale la pena citare le parole di Macklemore in risposta alle giustificazioni di Sheeran: “Abbiamo carriere, soldi, opportunità, sicurezza e un pubblico in tutto il mondo. Qualsiasi siano le conseguenze a cui ciascuno di noi vada incontro per quello che diciamo, possiamo comunque tornare a casa dalle nostre famiglie”. Piuttosto, “le vittime sono i palestinesi. Gli uomini, le donne e i bambini che sono stati uccisi, ridotti alla fame, sradicati e costretti a subire violenze indicibili”.
La mancata difesa di Macklemore è stata spiegata da Sheeran con l’imperativo di non abbandonare lo staff impiegato durante il tour e i musicisti che lo accompagnano, i quali “dipendono da me per il lavoro e il sostentamento”. Un argomento però smentito clamorosamente dopo che gli stessi musicisti che partecipano alla serie di concerti hanno a loro volta espresso solidarietà con Macklemore e, in più di un caso, annunciato l’abbandono del tour in segno di protesta, mettendone addirittura in dubbio la prosecuzione.
Tutti gli artisti che avrebbero dovuto aprire i prossimi concerti in calendario hanno fatto sapere di avere lasciato. Uno di questi è il cantautore americano Finneas, fratello della più nota Billie Eilish, con cui condivide iniziative a sostegno della Palestina. Su Instagram ha ricordato che “gli artisti non devono essere messi a tacere quando prendono le difese degli oppressi”. Un altro è l’irlandese Aaron Rowe, che sullo stesso social ha scritto di non potere far finta di niente “mentre i miliardari soffocano le voci di chi denuncia il genocidio di Israele”.
Sheeran dovrà fare a meno anche della band danese Lukas Graham e di quella fissa che lo accompagna nel tour – l’irlandese Beoga – i cui membri, dopo avere ringraziato il cantante britannico per l’opportunità offerta, hanno spiegato come sia “importante che tutti sappiano che il vero nemico è la lobby sionista”. In riferimento alla censura dilagante, il comunicato del gruppo ha aggiunto che i sostenitori del sionismo “operano in maniera instancabile per mettere a tacere gli artisti che vorrebbero parlare liberamente di un genocidio che sta avvenendo sotto i nostri occhi, ma temono ritorsioni” che potrebbero facilmente distruggere le loro carriere.

