Macron e l’Europa all’angolo
Questa settimana è circolata senza fare troppo rumore la notizia che il governo francese ha riattivato le comunicazioni con la Russia dopo anni di rapporti praticamente inesistenti a causa della guerra in Ucraina. I colloqui non sono stati per ora ad alto livello, ma già il fatto che siano avvenuti, oltre che confermati pubblicamente dal presidente Macron, sembra indicare un possibile inizio di cambiamento di rotta in sede europea. La strada per normalizzare le relazioni con Mosca resta in ogni caso molto lunga e accidentata e, oltretutto, ci sono profonde differenze in Europa sulla questione. Esistono però pochi dubbi che il possibile ritorno al dialogo sia la conseguenza della progressiva presa d’atto del tracollo militare dell’Ucraina e dell’impossibilità di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia. Questa realtà si intreccia inoltre alle scosse causate sull’asse transatlantico dalla politica estera dell’amministrazione Trump, che minaccia di lasciare l’Europa isolata sul piano internazionale e, come ha spiegato lo stesso Macron, di fatto senza una propria “autonomia strategica”.
L’inquilino dell’Eliseo ha rilasciato una serie di interviste negli ultimi giorni a svariate testate europee, nelle quali ha lanciato l’allarme per la crescente marginalizzazione del vecchio continente, ma anche per promuovere il suo paese come guida di un cambiamento strutturale non più rimandabile. Al quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung, Macron ha spiegato che le comunicazioni con la Russia sono per ora soltanto “a livello tecnico” e che ha incoraggiato altri leader europei a fare lo stesso. Il presidente francese si è chiesto, a proposito della riapertura dei canali con Mosca, se l’Europa intende “delegare ad altri le discussioni” o abbandonare l’atteggiamento di rifiuto tenuto in questi anni, visto che la Russia resterà “un nostro vicino” anche “in futuro”.
Questi contatti sono stati confermati anche dal portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Quest’ultimo ha precisato che non sono avvenuti recentemente colloqui a livello presidenziale, né essi sono al momento in programma. Quanto accaduto consente comunque l’eventuale organizzazione in tempi brevi di discussioni ad alto livello, ma Mosca non ha per ora ricevuto indicazioni in questo senso. Peskov ha in sostanza confermato che Putin non ha nessuna preclusione al ristabilimento dei contatti con l’Europa. Anzi, solo alcune settimane fa aveva ribadito l’auspicio di tornare alla normalità di comunicazioni all’insegna del rispetto per gli interessi e le esigenze di sicurezza di entrambe le parti. Macron e Putin avevano parlato telefonicamente l’ultima volta lo scorso mese di luglio, ma la conversazione era apparsa più come un evento estemporaneo che un primo passo verso la normalizzazione dei rapporti bilaterali.
A un livello immediato, l’iniziativa di Macron riflette il timore dell’Europa di rimanere tagliata fuori dai negoziati in corso per mettere fine alla guerra in Ucraina. Parigi si rende perfettamente conto del rischio di un collasso delle forze di Kiev sotto la spinta dell’avanzata russa sul campo e vuole in tutti i modi inserire l’Europa nel processo diplomatico. Visti gli equilibri del conflitto e le trattative in atto, è impossibile ed estremamente pericoloso per i governi europei continuare a non parlare con Mosca. Un accordo sopra la testa dell’Europa, se non ci saranno cambiamenti di atteggiamento, risulterebbe inevitabile.
Che Macron o altri in Europa abbiano finalmente deciso di guardare con pragmatismo e razionalità a quanto sta accadendo nel teatro di guerra e di prendere seriamente in considerazione le richieste russe è tuttavia improbabile. Le aperture a Mosca annunciate dal presidente francese non sembrano implicare l’abbandono delle fantasie di essere in grado di dettare i termini della pace, come dimostrano l’insistenza sull’imposizione di una tregua invece della stipula di un accordo di pace di ampio respiro o il posizionamento di un contingente militare europeo sul terreno in Ucraina una volta cessate le ostilità.
Le comunicazioni autorizzate da Macron con la Russia si spiegano anche e soprattutto con altre dichiarazioni fatte nei giorni scorsi dallo stesso presidente francese. La questione centrale è cioè l’affermazione della già citata “autonomia strategica” dell’Europa. Un problema che non è separabile dalla crisi ucraina poiché si ricollega direttamente allo “shock” rappresentato dalla svolta strategica impressa da Trump fin dal suo ritorno alla Casa Bianca. Macron spiega che l’Europa si ritrova a far fronte contemporaneamente a varie “pressioni esterne”. Da un lato, spiega quest’ultimo, “abbiamo lo tsunami cinese sul fronte commerciale” e dall’altro “la continua instabilità proveniente dall’America”.
Gli sconvolgimenti nei rapporti globali, determinati dall’intensificarsi della competizione tra grandi potenze, stanno facendo in modo che la persistente dipendenza da “attori esterni” limiti le capacità dell’Europa di agire in maniera autonoma. Queste limitazioni si manifestano anche riguardo alla guerra in Ucraina e a una possibile soluzione diplomatica che, se decisa a Washington e a Mosca, verrebbe imposta senza considerare le esigenze europee. Da qui l’imperativo di ingaggiare un dialogo diretto con la Russia.
Il giornalista tedesco residente in Russia, Thomas Röper, in una lunga analisi delle recenti interviste di Macron pubblicata sul suo sito Anti-Spiegel, ha evidenziato che le problematiche sollevate dal presidente francese dipendono in larga misura da una politica estera europea che per 80 anni è consistita in un vassallaggio quasi totale verso gli Stati Uniti. La “scoperta” odierna di Macron mette quindi in subbuglio l’UE, scatenando un acceso dibattito interno sulle strade da intraprendere alla luce della nuova realtà.
Le domande che si stanno possibilmente facendo nelle stanze del potere in Europa sono molteplici, spiega Röper: “L’Europa deve cercare un altro partner che sostituisca gli USA? In questo caso, quale? Oppure l’UE deve camminare con le proprie gambe e resistere a USA, Russia e Cina? In tal caso, come? Deve riconoscere che la Russia non può essere sconfitta in Ucraina? E quali sarebbero le conseguenze di ciò? Il ristabilimento dei rapporti con Mosca o una nuova Guerra Fredda?”.
Quello che Macron invoca è in tutti i casi un compattamento dell’UE, verosimilmente sotto la leadership del suo paese, che è anche l’unica potenza nucleare europea, come unica soluzione per competere con le altre potenze globali senza dipendere da nessuna di esse. In questo senso, il rilancio sempre nei giorni scorsi dell’idea del debito comune è a suo dire cruciale per raccogliere le risorse necessarie a programmare investimenti sullo sviluppo industriale e, soprattutto, sull’ambiziosissimo e costosissimo riarmo continentale.
È chiaro che per Macron non conta nulla la qualità della vita degli europei o la sopravvivenza o meno di un sistema di welfare inclusivo, ma al centro della sua riflessione c’è soltanto la possibilità che l’Europa e il capitalismo europeo sopravvivano come entità strategicamente autonome capaci di partecipare alla nuova corsa alla spartizione del pianeta e all’accaparramento di mercati e risorse. Dietro alla promozione degli Eurobond c’è infatti anche un appello esplicito alla liquidazione del sistema basato sull’egemonia del dollaro, con tutte le implicazioni che ne seguirebbero per gli equilibri strategici consolidati dal secondo dopoguerra.
Gli osservatori fanno notare che la decisione di Macron di parlare di debito comune va collegata anche alla situazione di super-indebitamento del suo paese. Per questa ragione, la proposta trova una ferma resistenza nei governi di quei paesi tradizionalmente più rigorosi in termini fiscali, a cominciare dalla Germania. Il cancelliere Merz pare abbia reagito con fastidio anche alla notizia del ristabilimento dei contatti tra Francia e Russia, sintomo inequivocabile di tensioni crescenti attorno alla direzione da dare a un progetto continentale in profondissima crisi, nonché alla questione della leadership europea.
Le parole di Macron lasciano così intendere che sia in atto un drastico ripensamento delle politiche strategiche europee dopo i traumi del fallimento del progetto ucraino e del “tradimento” trumpiano, soprattutto in merito alla vicenda della Groenlandia. Otto decenni di servilismo nei confronti di Washington lasciano tuttavia pochi spazi per azioni efficaci e concordate. Anche perché risulta molto complicato discutere di autonomia strategica, sovranità e rilancio economico/industriale in presenza, ad esempio, di politiche suicide, come quelle energetiche che auto-escludono forniture di gas e petrolio a basso prezzo, e di un atteggiamento di totale negazione della realtà, come nel caso dell’andamento della guerra in Ucraina e delle effettive capacità belliche della Russia.

