Londra, sionismo alla sbarra
Equiparare critiche legittime verso Israele e il sionismo all’antisemitismo è una tattica consolidata dei sostenitori dello stato ebraico per evitare qualsiasi confronto attorno ai crimini di quest’ultimo. Nel Regno Unito, in particolare, questo accostamento è stato sfruttato per condurre feroci battaglie politiche e favorire iniziative legislative repressive e profondamente antidemocratiche. Una sentenza emessa questa settimana da un tribunale del Lavoro d’oltremanica ha però stabilito che l’espressione di opinioni antisioniste è legittima e legalmente protetta, non avendo nulla a che vedere con l’antisemitismo. Il procedimento che ha portato a questo verdetto è quello dell’accademico britannico David Miller, licenziato qualche anno fa dall’Università di Bristol in seguito ad alcuni commenti pubblici di carattere antisionista.
Miller deteneva la cattedra di sociologia politica in questo ateneo dal settembre 2018, ma nell’ottobre 2021 è stato sollevato dal suo incarico in seguito alle opinioni espresse in tre differenti occasioni nel precedente mese di febbraio. Opinioni che costituivano, per i vertici dell’Università, un esempio di “grave cattiva condotta”. I commenti rappresentavano dure critiche nei confronti di Israele, del sionismo e delle organizzazioni studentesche ebraiche. Miller, ad esempio, definiva il sionismo e “le politiche imperiali di Israele” come il “nemico”, oppure deprecava il sionismo come “razzista” e denunciava i gruppi studenteschi ebrei che appoggiano Israele in quanto minacce alla sicurezza degli studenti arabi e musulmani.
Dopo il licenziamento, Miller aveva fatto causa all’Università di Bristol e il Tribunale del Lavoro di primo grado aveva stabilito nel 2024 che il provvedimento era illegittimo, in quanto costituiva un atto di “discriminazione diretta e illegale”. Questo giudizio è stato confermato nei giorni scorsi dal Tribunale d’Appello del Lavoro (EAT) britannico. I giudici che hanno presieduto al caso hanno stabilito che le “convinzioni filosofiche” antisioniste del docente sono opinioni protette dalla legge, nello specifico dall’Equality Act del 2010. L’Università ha di conseguenza commesso un atto illegale sia nel licenziare Miller sia nel respingere il ricorso interno che quest’ultimo aveva presentato contro il provvedimento.
La sentenza dell’EAT non si è però limitata a stabilire un principio democratico fondamentale, come quello della libertà di espressione. I giudici hanno infatti ratificato esplicitamente la correttezza dei giudizi sul sionismo di David Miller, illustrando in maniera ineccepibile una verità oggettiva che la galassia sionista filo-israeliana continua a denunciare strumentalmente come la dimostrazione di opinioni antisemite. Il Tribunale d’Appello del Lavoro ha spiegato cioè che è del tutto logico descrivere il sionismo come una “ideologia razzista”, dal momento che “promuove la creazione di uno stato riservato a una sola categoria di persone in un territorio che precedentemente ospitava un ampio numero di abitanti di una razza differente” (i Palestinesi). Ancora, i giudici hanno scritto che l’ideologia sionista, che promuove l’immigrazione ebraica in questo territorio “con il sostegno di una potenza imperiale, al fine di rimuovere la popolazione indigena, può essere coerentemente descritta come coloniale e imperialista”.
Il verdetto e il giudizio espresso sul sionismo hanno implicazioni che vanno al di là dell’ambito del diritto del lavoro, anche se già di per sé questa dimensione appare di estrema importanza. Un organo giudiziario che mette nero su bianco la legittimità delle opinioni antisioniste, oltre al fatto che sostenerle pubblicamente sia perfettamente legale, demolisce ad esempio l’interpretazione del tutto artificiosa della definizione dell’antisemitismo certificata dalla Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), che equipara di fatto ad esso l’antisionismo e qualsiasi critica rivolta a Israele e ai suoi crimini.
E non è poca cosa. La definizione dell’IHRA è stata da tempo acquisita ufficialmente dal governo di Londra, fornendo la giustificazione per reprimere e perseguire gli oppositori del regime sionista e i sostenitori della causa palestinese. Anche il Partito Laburista ha fatto propria questa definizione e in base a essa l’ala “blairita” aveva scatenato una furiosa caccia alle streghe al preciso scopo di liquidare la leadership di Jeremy Corbyn e la sinistra interna. Ogni “tweet” o dichiarazione di condanna dei crimini di Israele veniva meticolosamente riesumata, indagata e denunciata, offrendo la base pseudo-legale per procedere con l’espulsione dal partito o altri seri provvedimenti punitivi.
Con l’esplosione dei movimenti di opposizione a Israele dopo l’inizio del genocidio a Gaza, Londra ha intensificato la battaglia contro il presunto antisemitismo dilagante. Parlamentari finanziati dalla lobby sionista e organizzazioni ebraiche filo-sioniste hanno alimentato a loro volta le pressioni sui media, la società civile e le istituzioni accademiche per reprimere proteste ed espressioni di condanna delle mostruosità commesse dal regime di Netanyahu. Praticamente in ogni circostanza, la giustificazione di questa campagna ultra-repressiva e antidemocratica è stata appunto l’equiparazione dell’antisionismo all’antisemitismo.
In un contesto simile, la sentenza di questa settimana nel caso di David Miller è quindi di estrema rilevanza. È in ogni caso tutto da vedere se essa potrà contribuire in maniera concreta ad allentare la stretta del governo sui sostenitori della causa palestinese in un clima generale che – nel Regno Unito come in gran parte dell’Occidente – continua a essere pervaso e fortemente influenzato dalla propaganda sionista.

