Le Malvinas di ieri e di oggi
La mattina del 2 aprile 2026. La Plata non aveva nulla di una ricorrenza formale. Sotto un caldo autunnale insolito, la Plaza Islas Malvinas – antico complesso del Reggimento di Fanteria 7, da cui partirono centinaia di giovani verso la guerra – è stata il luogo di un atto organizzato dal Centro de Ex Combatientes Islas Malvinas (CECIM). A differenza delle cerimonie ufficiali, gli atti del CECIM rifuggono il protocollo istituzionale. Qui si mescolano funzionari, ex combattenti e cittadini in uno spazio comune di memoria condivisa. A 44 anni dall’inizio del conflitto nell’Atlantico Sud, la commemorazione non si è presentata come un rituale solenne, ma come un’avvertenza politica.
Tra i presenti vi erano organismi per i diritti umani e figure storiche come Taty Almeida, delle Madres de Plaza de Mayo (storico movimento di madri dei desaparecidos durante la dittatura argentina), la cui presenza ha richiamato la continuità tra il terrorismo di Stato e le ferite lasciate dalla guerra del 1982. Tuttavia, il fulcro della giornata è stato il discorso centrale di Rodolfo Carrizo, presidente del CECIM.
Carrizo ha parlato a partire dalla propria esperienza diretta. Aveva 26 anni quando la dittatura lo inviò come soldato di leva alle isole. La guerra, promossa dalla giunta militare guidata da Leopoldo Galtieri, lasciò 649 argentini e 255 britannici morti. Ma la violenza non si concluse con la resa. I sopravvissuti tornarono in un Paese che li rese invisibili, precipitandoli in un dopoguerra segnato dallo stigma, dalla mancanza di assistenza sanitaria e da un tasso allarmante di suicidi. “Quel dopoguerra finirà quando tu lascerai questa vita”, ripete spesso Carrizo.
Da quell’abbandono nacque il CECIM. Con il tempo, l’organizzazione si è trasformata in uno spazio critico che esige verità e giustizia, riconoscimento che le è valso il Premio Rodolfo Walsh conferito dalla Facoltà di Giornalismo e Comunicazione Sociale dell’Università Nazionale di La Plata.
Dal monumento ai caduti, Carrizo ha aperto il suo intervento proponendo un “grande abbraccio malvinero” per spegnere “incendi invisibili”, gesto che ha definito una necessità spirituale e collettiva di fronte a un contesto che alimenta l’individualismo.
Il suo discorso è andato oltre la memoria. A 50 anni dal colpo di Stato civico-militare del 1976, ha inquadrato la guerra come una manovra disperata di una dittatura sanguinaria che, dopo aver distrutto l’apparato produttivo e scientifico, tentò di salvarsi a costo della vita dei coscritti. Ha inoltre denunciato l’influenza del Pentagono e la logica della Dottrina Monroe, che concepisce l’America Latina come un “cortile di casa”.
Da questa lettura del passato, Carrizo è passato all’attualità. Ha segnalato un “piano sistematico di negazionismo” e lo smantellamento istituzionale sotto il governo di Javier Milei. Ha criticato il decreto 70/23, descrivendo un modello economico che colpisce pensionati, università e progetti strategici come il reattore CAREM (il primo reattore nucleare di potenza progettato in Argentina), mentre mira alla privatizzazione di imprese chiave. Ha ricordato le parole del presidente – “Vengo a distruggere lo Stato” – e ha denunciato che la risposta ufficiale alla protesta sociale si riassume in “manganelli, gas e prigionieri politici”, in riferimento agli arresti domiciliari dell’ex presidente Cristina Fernández de Kirchner e della leader sociale Milagros Sala.
L’impatto economico, ha avvertito, si fa sentire con forza in Tierra del Fuego, provincia con giurisdizione sulle Malvinas. Qui, uno smantellamento industriale deliberato facilita lo sfruttamento delle risorse e l’ingerenza coloniale britannica.
Il momento più teso è arrivato affrontando la politica estera. Carrizo ha respinto l’allineamento del governo con Stati Uniti e Israele e ha messo in guardia sulle visite del Comando Sud a Ushuaia, interpretate come parte di un piano per installare una base di controllo bioceanico e appropriarsi della biodiversità e delle risorse dell’Antartide. “Si riempiono la bocca con le Malvinas e sono marionette della IV e V Flotta degli Stati Uniti e della Royal Navy”, ha affermato.
Ma l’interpellanza è stata anche interna. Carrizo ha tracciato una linea di demarcazione rispetto alle Forze Armate. “Non siamo veterani”, ha dichiarato, esigendo che non si equipari l’esperienza dei coscritti a quella dei militari di carriera. Ha inoltre ricordato che il procedimento giudiziario 1777/07, che indaga sui maltrattamenti subiti nelle trincee per mano di ufficiali argentini, resta impunito in Tierra del Fuego.
La tensione è aumentata quando ha fatto riferimento al silenzio militare di fronte all’ammirazione espressa dal presidente per Margaret Thatcher, responsabile dell’affondamento dell’ARA General Belgrano, in cui morirono 323 uomini. “Sono complici del silenzio? Sì, sono complici”, ha accusato.
Nel finale, Carrizo ha inserito le Malvinas in una causa regionale. Ha raccontato che nel 2025, durante un viaggio umanitario, un gruppo di ex combattenti è riuscito a piantare insieme tutte le bandiere dell’America Latina sul Monte Longdon, come gesto clandestino contro l’aggressione imperiale che occupa l’Atlantico Sud e incombe sul continente.
La critica ha incluso anche il recente voto argentino alle Nazioni Unite, con cui il Paese ha rifiutato di dichiarare la schiavitù un crimine contro l’umanità. Carrizo ha definito questa decisione un’“infamia”, sottolineando che l’Argentina ha voltato le spalle ai 54 Paesi dell’Unione Africana che storicamente hanno sostenuto la rivendicazione di sovranità sulle Malvinas. Il suo discorso si è concluso con un’espressione che ha condensato la rivendicazione territoriale: “Fuori gli inglesi dalle Malvinas e yankees di merda, andatevene al diavolo”.
Quando gli interventi sono terminati, i presenti si sono avvicinati con fiori al memoriale. Lì ci sono i nomi. Uno per uno.
Dal CECIM lo dicono chiaramente: bisogna informarsi, educarsi per comprendere, portare avanti la battaglia sul piano culturale. Perché desmalvinizzare significa accettare di essere una colonia. E le Malvinas non sono una causa isolata. Sono state collocate nella stessa trama di Cuba e Palestina, territori in cui la sovranità è ancora in disputa. La piazza si è svuotata lentamente. E la causa per conoscere e difendere la sovranità continua, senza pausa.

