L’Artico nella guerra dell’impero
La premier danese Mette Frederiksen ha avvertito che un’eventuale presa di controllo americana della Groenlandia segnerebbe di fatto la fine della NATO, un’alleanza che non potrebbe sopravvivere all’attacco di uno dei suoi membri contro il territorio di un altro. Le sue dichiarazioni arrivano mentre Donald Trump, intervenendo domenica scorsa davanti ai giornalisti, ha rilanciato apertamente la questione groenlandese e invitato a “riparlarne tra una ventina di giorni”. Parole, queste ultime, che lasciano nuovamente intendere come Washington non escluda l’uso della forza. Il tutto avviene in un contesto internazionale incendiato dall’operazione notturna con cui gli Stati Uniti hanno rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas, confermando una linea d’azione sempre più apertamente fuori da ogni legalità internazionale e accompagnata da minacce dirette contro tutti i paesi dell’America Latina che rifiutano di piegarsi ai diktat di Washington.
Nelle sue ultime dichiarazioni Trump ha abbandonato ogni ambiguità, tornando a minacciare apertamente l’annessione della Groenlandia, territorio formalmente danese e parte integrante della NATO. “Abbiamo bisogno della Groenlandia, assolutamente. Ci serve per la difesa”, ha dichiarato alla testata americana The Atlantic, per poi dipingere l’isola come circondata da navi russe e cinesi e rifiutandosi esplicitamente di escludere il ricorso alla forza militare. Una linea che si intreccia direttamente con quanto avvenuto in Venezuela: come ha spiegato senza giri di parole il segretario di Stato Marco Rubio, l’obiettivo di Washington non è esportare democrazia ma mettere le mani sulle risorse strategiche, a partire dal petrolio, rivendicando l’intero emisfero occidentale come zona esclusiva di dominio statunitense. Si tratta in sostanza della stessa logica che guida l’interesse per la Groenlandia. Controllo di territori chiave, espulsione di rivali geopolitici e appropriazione di risorse, nel quadro di una dottrina che considera legittimo qualsiasi mezzo pur di preservare l’egemonia americana.
Un’eventuale azione militare contro la Groenlandia aprirebbe tuttavia una crisi internazionale di portata senza precedenti, perché colpirebbe direttamente un paese membro della NATO come la Danimarca e farebbe saltare l’intero impianto di sicurezza euro-atlantico costruito dal secondo dopoguerra. È per questo che, ciò che fino a pochi mesi fa sarebbe stato liquidato come provocazione o follia retorica, oggi viene preso estremamente sul serio a Copenhagen. La premier Mette Frederiksen ha avvertito che un attacco statunitense contro un alleato segnerebbe la fine della NATO stessa, sottolineando che Trump va creduto quando afferma di voler mettere le mani sulla Groenlandia e che Danimarca e Groenlandia non accetteranno di essere minacciate. Anche il primo ministro groenlandese, Jens Frederik Nielsen, ha condannato le dichiarazioni della Casa Bianca, invitando alla calma ma ribadendo che l’isola non è il Venezuela e non può essere trattata come una preda coloniale. Il fatto stesso che la leadership danese riconosca pubblicamente la possibilità di uno scenario fino a ieri impensabile è la misura del salto di qualità compiuto dall’aggressività americana e della gravità della crisi che si va delineando.
Trump ha accompagnato le sue minacce con toni apertamente sprezzanti, arrivando a deridere gli sforzi danesi per rafforzare la sicurezza della Groenlandia e riducendoli alla caricatura di “una slitta trainata da cani”, mentre insiste nel dipingere l’Artico come un’area già occupata da navi russe e cinesi. Una narrazione funzionale a presentare Washington come unico garante possibile della “sicurezza” dell’isola, nonostante le valutazioni più sobrie mostrino un quadro ben diverso da quello evocato dalla Casa Bianca. In realtà gli Stati Uniti godono da decenni di un accesso militare privilegiato alla Groenlandia grazie all’accordo di difesa del 1951 con la Danimarca, che consente al Pentagono di operare la base di Pituffik, nodo cruciale per l’allerta missilistica e la sorveglianza spaziale di NATO e USA. A questo si aggiunge una cooperazione militare strettissima con Copenhagen, dagli F-35 alle nuove basi americane sul territorio danese: un rapporto che rende ancora più evidente come la retorica sull’“incapacità” danese serva soprattutto a giustificare una spinta verso il controllo diretto dell’isola.
Il timore che le minacce americane possano tradursi in un’azione concreta contro la Groenlandia ha raggiunto anche il cuore della stampa europea. Editoriali e analisi sottolineano come l’operazione statunitense in Venezuela abbia chiarito che l’attuale amministrazione non si sente vincolata da alcuna architettura giuridica internazionale e rivendica il diritto di intervenire unilateralmente, fondando l’ordine globale sulla legge del più forte. In questo contesto, l’ipotesi di un’azione contro un territorio danese viene descritta non come una provocazione retorica, ma come uno scenario plausibile, capace di travolgere la NATO e di attivare perfino le clausole di mutua difesa dell’Unione Europea. Quella che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata una fantasia politica viene oggi considerata una risposta razionale a una realtà che ha perso ogni freno.
Per le potenze europee una simile eventualità apre dilemmi strategici di enorme portata. Da un lato, un attacco statunitense contro la Danimarca costringerebbe l’Unione a confrontarsi con i propri obblighi di difesa collettiva e con la possibilità di uno scontro diretto con Washington. Dall’altro, i governi europei restano legati a doppio filo al sostegno americano nella guerra in Ucraina e temono che qualsiasi presa di posizione netta possa compromettere l’appoggio statunitense contro la Russia. Questa dipendenza spiega l’estrema cautela con cui l’Europa reagisce alle azioni illegali degli Stati Uniti, nel tentativo di non rompere definitivamente un rapporto che resta centrale per le sue ambizioni militari e geopolitiche, anche a costo di accettare una crescente subordinazione e contraddizioni sempre più esplosive.
La pressione politica su Mette Frederiksen in Danimarca sta crescendo in modo significativo, proprio mentre il paese si avvicina alle elezioni generali previste per quest’anno. Di fronte all’escalation delle minacce di Trump e alle ripetute dichiarazioni secondo cui gli Stati Uniti “hanno bisogno” della Groenlandia, molti esponenti politici e commentatori danesi chiedono a Frederiksen di andare oltre le formule diplomatiche e di spiegare in termini concreti come Copenaghen risponderebbe a un’invasione o a un tentativo di annessione da parte di Washington. I timori non sono solo teorici: la questione groenlandese ha già influenzato il dibattito elettorale nell’isola e danneggiato rapporti storici tra Danimarca e Stati Uniti, mettendo nei partiti governativi la necessità di assumere posizioni più nette sulla difesa della sovranità nazionale. In un paese che, come molti altri in Europa, si trova di fronte a scelte difficili tra dipendenza strategica dagli USA e difesa della propria autonomia, la Groenlandia è diventata un tema che potrebbe determinare equilibri elettorali e la tenuta stessa del governo di Frederiksen.
La solidarietà espressa dall’Unione europea a Danimarca e Groenlandia, accompagnata da solenni richiami alla sovranità nazionale, all’integrità territoriale e all’inviolabilità delle frontiere, mette però in luce una contraddizione difficilmente occultabile. Gli stessi governi europei che oggi invocano il diritto internazionale di fronte alle mire statunitensi sull’Artico hanno accettato senza fiatare, quando non apertamente sostenuto, l’operazione americana in Venezuela, un atto di forza che ha calpestato quegli stessi principi in nome della disciplina atlantica e degli interessi energetici. Il rispetto delle regole, ancora una volta, viene agitato come una clava solo quando gli interessi europei entrano in collisione con quelli di Washington, mentre diventa improvvisamente negoziabile quando l’impero americano decide di agire fuori legge altrove. È questa doppia morale, più che le dichiarazioni roboanti, a mostrare la reale fragilità dell’Europa e la crisi profonda di un ordine internazionale ormai ridotto a strumento dei rapporti di forza.

