L’altra faccia del “paradiso” finlandese
Come ogni anno, giornali, radio e televisioni nei giorni scorsi hanno dedicato ampio spazio alla notizia apparentemente frivola della classifica dei popoli “più felici del mondo”, che per la nona volta consecutiva ha visto primeggiare quello finlandese. L’indagine (World Happiness Report) si basa su statistiche incrociate coordinate dall’università di Oxford e beneficia di un marchio extra di autorevolezza grazie alla partecipazione di una “rete di soluzioni per lo sviluppo sostenibile” patrocinata dalle Nazioni Unite. In tutto il mondo, quindi, anche quest’anno almeno per un giorno si è parlato del modello Finlandia, superficialmente raccontato come una sorta di paradiso di benessere e stabilità. Dietro le apparenze, il paese nordico offre però oggi un’immagine tutt’altro che scintillante, con una serie di problemi economici e sociali che disegnano una realtà per molti versi peggiore della media europea. Problemi, oltretutto, aggravati dalle decisioni strategiche autolesioniste prese dalla classe dirigente indigena dopo l’inizio della guerra in Ucraina nel 2022, a cominciare dalla rottura di fatto dei rapporti con la Russia e dalla liquidazione dello status di neutralità del paese, con il conseguente ingresso nella NATO.
Principalmente, i dati della ricerca vengono dal Gallup World Poll, ovvero una sorta di sondaggio planetario condotto su un campione complessivo di circa 100 mila persone in oltre 140 paesi. L’indagine consiste in una prima parte basata su un’unica domanda posta agli intervistati: su una scala da 0 a 10, dove 0 corrisponde alla peggiore vita possibile e 10 alla migliore, come collocheresti la tua vita? Questo indicatore di benessere soggettivo viene correlato con altri fattori, come PIL pro capite, supporto sociale, aspettativa di vita sana, libertà di scelta e percezione della corruzione.
Più che la felicità, lo studio annuale misura insomma stabilità sociale, soddisfazione e qualità della vita. In ogni caso, la Finlandia si è piazzata nuovamente al primo posto, davanti a Islanda e Danimarca (per la cronaca, l’Italia è quest’anno al 41esimo posto), con il punteggio di 7,764 su 10. Le ragioni che giustificano il successo sono, tra le altre, la presenza di un sistema di welfare solido, un alto livello di fiducia nelle istituzioni, poca corruzione, equilibrio soddisfacente vita-lavoro, sicurezza economica e sociale. La metodologia applicata all’indagine è spesso oggetto di critiche, principalmente per l’eccessiva semplificazione che la caratterizza e perché il campione di intervistati in ogni singolo paese risulta molto ristretto, cioè non superiore ai 3.000 individui.
Ma tant’è. L’immaginario collettivo, soprattutto nel sud Europa e nel resto del mondo, prevede che i paesi nordici, che infatti occupano quasi tutte le prime posizioni della “classifica della felicità”, siano un modello sociale non lontano dalla perfezione. È quindi perfettamente legittimo e verosimile che la Finlandia sia stabilmente al numero uno. Peccato che, guardando da vicino il “modello” di questo paese, l’immagine che viene restituita risulta diversa da quella che la ricerca dell’università di Oxford lascia credere.
Uno dei lati oscuri della “felicità” finlandese è risaputo e riguarda l’altissimo tasso di suicidi e di problemi legati alla salute mentale. Dati, questi ultimi, di molto superiori alla media europea (tra 13 e 15,3 suicidi per 100 mila abitanti, a seconda delle fonti, contro i 10,2 UE) e tradizionalmente ricondotti o accentuati dalla lunga durata della stagione invernale. Qualunque sia la causa, la statistica indica la diffusione di un profondo senso di solitudine e isolamento sociale, situazioni cioè che poco hanno a che fare con un quadro di felicità diffusa.
Altri elementi statistici, in primo luogo sul fronte economico, risultano meno noti, ma ugualmente poco compatibili con l’immagine patinata della Finlandia che emerge dal World Happiness Report, soprattutto se si considera la tendenza al peggioramento degli ultimi anni. Il tasso di disoccupazione è ad esempio quasi il doppio rispetto alla media UE (10% contro 5,8% a gennaio 2026). Stesso discorso vale per la disoccupazione giovanile, attestata quasi al 24% in Finlandia contro il 15,1% della media europea.
Passando al debito pubblico, la situazione non migliora. Il dato sfiora il 90% del PIL e supera anche in questo caso la media UE (81-83%). Il debito finlandese evidenzia l’aumento più rapido dell’Unione ed è ormai allineato ai livelli dell’eurozona. Pesante è anche l’indebitamento delle famiglie finlandesi, che arriva al 109% del reddito disponibile (circa 90% la media UE), sia pure in leggera discesa rispetto a qualche anno fa.
È però la realtà dello stato sociale del paese ad apparire totalmente in controtendenza rispetto a quello che è il pensiero comune. Se il livello di copertura e di servizi garantiti dal welfare finlandese è ancora superiore a molti paesi del resto dell’Europa, la parabola discendente che ha imboccato appare indiscutibile. Gli interventi dei governi succedutisi in questi anni hanno portato tagli su vasta scala: dai sussidi di disoccupazione all’introduzione di regole più restrittive per l’accesso ai benefici erogati. Altre sforbiciate hanno riguardato gli assegni famigliari e gli adeguamenti all’inflazione, ma anche le sovvenzioni abitative e le prestazioni sanitarie.
Tutto ciò si è tradotto in un aumento della precarietà sociale, ma anche della povertà e del numero dei senzatetto. Se quest’ultimo fenomeno era storicamente a livelli bassissimi in Finlandia grazie a efficaci politiche abitative e, appunto, alla rete del welfare, dal 2024 il dato è tornato a salire, aumentando addirittura del 20% in un solo anno.
I tagli alla spesa sociale sono evidentemente coerenti con quanto è avvenuto negli ultimi decenni in tutte le democrazie liberali in Occidente in parallelo all’inasprirsi della crisi del capitalismo. Questa dinamica ha avuto un’accelerazione a seguito del peggioramento della situazione internazionale, con i paesi europei che hanno intrapreso una drastica accelerazione delle spese militari. Per la Finlandia questo fenomeno è particolarmente oneroso. Invece di tenersi stretto lo status di neutralità, risultato delle vicende della seconda guerra mondiale, Helsinki ha optato per l’adesione alla NATO e la trasformazione in uno stato in prima linea in caso di guerra con la Russia.
Questa scelta disastrosa ha subito costretto il governo ad aumentare in maniera vertiginosa le spese da destinare all’ambito militare. Nel 2025 questa voce di spesa è salita a 6,5 miliardi di euro (+536 milioni rispetto al 2024). L’obiettivo dell’attuale governo è inoltre di portare le spese militari dal 2,5% del PIL (dato 2025) al 3% nel 2029 e addirittura al 5% nel 2035. Il tutto ufficialmente per far fronte a una minaccia russa che, se dovesse essere tale, lo sarebbe proprio in conseguenza di questa assurda corsa agli armamenti dell’Europa. L’altra faccia della medaglia è la distruzione del welfare. Con un piano di austerity virtualmente senza precedenti per la Finlandia, i tagli alla spesa sociale saranno di 6 miliardi di euro entro il 2027.
La fine della neutralità ha anche cancellato quei vantaggi economici che derivavano dal fatto di essere un paese-ponte tra Europa e oriente, così da scoraggiare gli investimenti dall’estero. Questa cambiata realtà strategica ha messo fine a decenni di relazioni fruttuose con la Russia, con un impatto strutturale sull’economia finlandese. Il crollo degli scambi commerciale è il primo dato da considerare. Come nel resto dell’Europa, l’auto-sospensione delle importazioni di energia e materie prime a basso costo dalla Russia ha provocato un’impennata dei costi di produzione per l’industria finlandese, traducendosi in perdita di competitività e chiusure forzate. Nel solo 2025, i fallimenti aziendali sono stati oltre 3.900, cioè il 12% in più rispetto all’anno precedente, mentre il ritmo del 2026 potrebbe essere anche superiore, visto che nel solo mese di febbraio sono stati 379. L’altro settore più colpito è quello del turismo. La Lapponia e le regioni di confine sono quelle più penalizzate, con perdite miliardarie dovute all’azzeramento degli ingressi dalla Russia.
Per comprendere meglio il costo della decisione di allinearsi alla campagna anti-russa scatenata dall’Europa in concomitanza con l’esplosione della crisi ucraina, è sufficiente ricordare le dimensioni della partnership che Helsinki aveva con Mosca prima del 2022. La Russia era il quinto mercato per le esportazioni finlandesi e il terzo per le importazioni. In termini assoluti, la Finlandia esportava beni e servizi per circa 4 miliardi di euro all’anno in Russia, pari al 5,5% del totale. Le importazioni riguardavano soprattutto petrolio, gas, elettricità e legname, per un totale di oltre 8 miliardi (12% dell’import finlandese). Complessivamente, il valore degli scambi con la Russia valeva fino al 5% del PIL finlandese. Ad oggi, l’export verso la Russia è crollato allo 0,5% e l’import all’1,3%. La perdita auto-imposta di prodotti energetici convenienti ha costretto anche Helsinki a optare per fonti molto più costose, a cominciare dal gas liquefatto americano e norvegese.
Riguardo al turismo, fino al 2021 più di 800 mila russi all’anno pernottavano in Finlandia almeno una notte, mentre svariati milioni erano gli ingressi giornalieri a scopo di shopping. Questo flusso pompava nel settore qualcosa come 700 milioni di euro ogni anno. Per alcune località di confine l’impatto è stato devastante, come per la cittadina di Lappeenranta nella regione della Carelia Meridionale, dove il turismo russo rappresentava quasi il 50% del fatturato del commercio locale. Attualmente, gli ingressi sono quasi azzerati a causa della chiusura dei valichi di frontiera e delle restrizioni sui visti. Di conseguenza, intere aree commerciali nel sud-est della Finlandia sono zone fantasma, segnate da un’ondata di fallimenti di hotel, ristoranti e negozi.
In definitiva, l’immagine della Finlandia come il paese con il popolo più felice del mondo nasconde – come minimo – molti lati oscuri. Non certo peggio di altri, anzi, ma al di là dei numeri del World Happiness Report e dell’entusiasmo dei media nel rilanciare ogni anno la notizia, anche i finlandesi stanno subendo – spesso in maniera forzata – un deterioramento delle condizioni di vita. D’altra parte, la crisi strutturale del capitalismo, le tensioni internazionali crescenti e il drastico declino delle capacità delle classi dirigenti rendono probabilmente impossibile stilare una classifica davvero onesta dei popoli più felici alla metà del terzo decennio del XXI secolo.

