La strage dei “liberatori”
Il massacro di 165 bambine tra i 7 e i 12 anni in una scuola elementare della località di Minab nelle prime ore delle operazioni militari contro l’Iran ha rappresentato un’adeguata, quanto brutale, apertura della guerra criminale di aggressione scatenata da USA e Israele. In questi primi giorni di bombardamenti, i due alleati hanno infatti preso di mira non solo obiettivi militari, ma anche e soprattutto civili, in una deliberata strategia volta a seminare il terrore e fomentare una rivolta interna contro il “regime”. Sul bombardamento di sabato scorso sono già state condotte indagini giornalistiche indipendenti, che hanno confermato come la strage abbia tutte le caratteristiche di un atto deliberato.
Al Jazeera ha per prima pubblicato i risultati di un’analisi condotta dai suoi reporter. L’edificio che ospitava la scuola si trova a circa 200 metri da un sito militare dei Guardiani della Rivoluzione, ma da esso è sempre stato “chiaramente separato”, come dimostra lo studio di immagini dell’area scattate negli ultimi dieci anni. La scuola era quindi facilmente identificabile. Inoltre, tra la scuola e il sito militare, si trova una clinica che è stata aperta solo un anno fa e quest’ultima è stata risparmiata dalle bombe israelo-americane.
Un’altra prova del fatto che la distruzione della scuola sia stata intenzionale arriva da due video registrati poco dopo il bombardamento. Le immagini mostrano due colonne di fumo separate sollevarsi dalla base militare e dalla scuola, così da escludere che la seconda sia stata colpita dalle macerie provenienti dal bombardamento della prima. Nel rapporto di Al Jazeera si legge: “Se le informazioni di intelligence [a disposizione di USA e Israele] erano sufficientemente aggiornate da risparmiare una clinica aperta solo da un anno, com’è possibile che non abbiano permesso di identificare una scuola elementare separata da un complesso militare e riconosciuta come istituzione civile da oltre dieci anni?”. La risposta è che appunto la scuola è stata colpita in maniera deliberata, probabilmente perché frequentata anche dalle figlie dei militari di stanza nella base adiacente.
Alle informazioni raccolte da Al Jazeera se ne sono aggiunte in seguito altre che hanno rafforzato ulteriormente l’ipotesi della strage condotta in modo intenzionale. La testata on-line Middle East Eye ha citato testimonianze di alcuni genitori delle bambine massacrate e di persone presenti sul luogo della strage. In base a esse, si è potuto riconoscere quello che in gergo militare viene definito come bombardamento “double-tap”.
Si tratta cioè di due bombardamenti sullo stesso obiettivo nello spazio di poco tempo, così da massimizzare le vittime uccidendo membri delle squadre di soccorso e altri civili che solitamente accorrono sul luogo dei fatti per portare assistenza ai primi feriti. Questo genere di bombardamento è un crimine di guerra e sorprende ben poco che le forze armate di Stati Uniti e Israele ne facciano ampio ricorso. Solo in tempi recenti, i due regimi alleati hanno usato la tattica del “double-tap” sia nel genocidio di Gaza sia nei bombardamenti di imbarcazioni nel Mar dei Caraibi accusate con zero prove di traffico di droga.
In questi giorni, oltre a quello della scuola di Minab, sono già stati segnalati dall’Iran molti altri casi di bombardamenti in serie sugli stessi obiettivi. Ciò conferma come USA e Israele intendano massacrare volutamente il numero più alto possibile di civili nella guerra di aggressione in corso, per alimentare al massimo, come già accennato all’inizio, il malcontento tra la popolazione, nella speranza che esploda una rivolta contro l’apparato di potere iraniano. Questa strategia si collega strettamente alla determinazione di far crollare il “regime” evitando l’invio di truppe di terra in Iran. Un’opzione simile provocherebbe come minimo un numero altissimo di vittime tra i militari americani e, in un paese sterminato come l’Iran, non garantirebbe in nessun modo un esito positivo per Washington. D’altro canto, nella storia delle guerre degli ultimi decenni non esiste praticamente un solo esempio di rovesciamento di un governo o sistema di potere avvenuto soltanto attraverso una campagna di bombardamenti aerei.
Riguardo ancora alla scuola di Minab, Middle East Eye racconta che, dopo il primo bombardamento, gli insegnanti e il preside avevano trasferito un gruppo di studentesse sopravvissute in una sala dedicata alla preghiera per metterle al sicuro. I genitori erano stati subito chiamati per esortarli a recarsi alla scuola e recuperare le loro figlie. Poco dopo, però sull’edificio è caduta una seconda bomba che ha distrutto anche la sala dove studentesse e insegnanti avevano cercato rifugio. Nella scuola, al momento dei fatti, erano presenti 170 bambine, delle quali solo 5 sono sopravvissute. Nell’attacco sono stati uccisi anche 15 membri del personale della scuola.
La distruzione della scuola con all’interno poco meno di duecento bambine innocenti la dice lunga sui propositi spesso proclamati a Washington di favorire democrazia, libertà e diritti delle donne in Iran. A rendere ancora più raccapricciante la vicenda, nemmeno due giorni dopo la strage, la “first lady” americana Melania Trump ha presieduto a una riunione del Consiglio di Sicurezza ONU dedicato al tema della garanzia del diritto all’accesso all’educazione dei bambini nelle zone di guerra. La moglie di un presidente che ha il sangue sulle mani di 165 bambine iraniane ha affermato, nel corso dei lavori, che gli Stati Uniti “sono dalla parte di tutti i bambini del pianeta”.
A dare qualche dettaglio in più degli effetti dell’attitudine americana – e israeliana – nei confronti dei minori è stato un portavoce del ministero dell’Educazione di Teheran, il quale ha spiegato a Middle East Eye che il livello di distruzione causato dalle bombe sulla scuola di Minab è stato tale da rendere necessario l’esame del DNA di 69 vittime per consentirne l’identificazione. Uno dei medici della Mezzaluna Rossa che hanno operato sul luogo del bombardamento ha definito la scena apparsa davanti ai suoi occhi “incredibile”, con “corpi senza teste, mani e gambe”. Molti genitori hanno potuto riconoscere le loro figlie solo dai braccialetti che indossavano o dagli zaini che tenevano con sé al momento dell’arrivo delle bombe.
Il padre di una delle vittime, intervistato sempre da Middle East Eye, ha raccontato dei momenti vissuti subito dopo la strage. Chiamato dal preside per recarsi immediatamente alla scuola dopo il primo bombardamento, perché la figlia era tra i sopravvissuti, l’uomo è arrivato sul posto solo per constatare che anche lei era stata uccisa nel tentativo di mettersi al riparo. Identificata appunto dallo zainetto, la bambina era “completamente bruciata”. “Nulla era rimasto di lei” ha spiegato il padre, aggiungendo che la piccola sognava di diventare un dottore, così che in futuro la sua famiglia non avrebbe più dovuto preoccuparsi di pagare le spese mediche.

