La guerra vista da Pechino
A quattro giorni dall’inizio della guerra di aggressione non provocata di USA e Israele contro l’Iran, il presidente americano Trump non ha ancora formulato chiaramente la ragione ufficiale dietro alla decisione di attaccare il paese mediorientale. La questione del nucleare non è mai stata un fattore nei calcoli di Washington, come hanno più volte confermato le stesse agenzie di intelligence degli Stati Uniti. Il programma missilistico iraniano e il sostegno a “proxy” regionali nel quadro dell’Asse della Resistenza sono invece al centro delle preoccupazioni dei due paesi aggressori. Le pressioni e, forse, i ricatti di Netanyahu nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca, verosimilmente nel quadro della vicenda Epstein, sono un altro elemento che ha fatto precipitare la situazione. In un contesto più ampio, la guerra appena iniziata è però soprattutto da ricondurre ai piani dell’Impero in declino per cercare di contrastare l’ascesa e la “minaccia” della Cina, che della Repubblica Islamica è il partner economico e strategico numero uno.
È quindi fondamentale osservare l’evoluzione del conflitto dal punto di vista di Pechino. La leadership cinese guarda senza dubbio con apprensione alle vicende di queste ore in Medio Oriente, temendo la possibile destabilizzazione o peggio di un alleato con cui, tra l’altro, ha firmato pochi anni fa un accordo di cooperazione e sviluppo della durata di 25 anni che spazia in vari settori strategici. Quello della sicurezza energetica è senza dubbio l’ambito primario della partnership tra i due paesi. La Cina assorbe più di quattro quinti delle esportazioni di petrolio iraniano, mentre in generale poco meno del 45% del greggio che importa complessivamente proviene del Medio Oriente, così che un blocco delle rotte che passano dallo stretto di Hormuz, appena annunciato da Teheran, rischia di avere effetti più o meno pesanti sul sistema economico cinese.
Ci sono però altre implicazioni non meno rilevanti per Pechino. Il piano di investimenti appena citato si inserisce nel disegno della Nuova Via della Seta o “Belt and Road Initiative” (BRI), di cui l’Iran, per via della sua collocazione geografica, è uno snodo cruciale. Le direttive commerciali e infrastrutturali da est a ovest e viceversa che collegano Asia e Europa passano o dovranno passare principalmente attraverso il territorio della Repubblica Islamica, consentendo sia un accorciamento dei tempi di percorrenza rispetto alle tratte marittime sia di limitare l’esposizione a possibili blocchi da parte di Stati Uniti e alleati in situazioni di crisi.
Tutto ciò è sfociato anche in un crescente sostegno politico all’Iran da parte della Cina. Appoggio che ha rotto l’isolamento di questo paese imposto da Washington e dall’Occidente in generale e si è concretizzato ad esempio nelle modalità di voto di Pechino in sede ONU su risoluzioni riguardanti l’Iran o integrando Teheran nei soggetti multilaterali alternativi a quelli dominati da Washington, come BRICS e SCO.
Vista l’importanza dell’Iran per la Cina, appare più chiaro l’obiettivo americano nello scatenare una guerra che comporta comunque rischi enormi. A sua volta, l’attacco di questi giorni si ricollega alle manovre promosse dall’amministrazione repubblicana per portare sotto il controllo USA bacini di riserve petrolifere significative – vedi Venezuela e, quanto meno in prospettiva, Nigeria – da utilizzare poi come arma di pressione su un paese e un sistema economico, come appunto quello cinese, dipendente dalle importazioni di energia dall’estero. Nell’ottica dello svincolo dalla supremazia del dollaro come valuta di riserva globale, strettamente collegato alla crescita della Cina e della sua moneta, il controllo politico sui paesi con i maggiori giacimenti petroliferi non ancora sfruttati è allo stesso modo un elemento decisivo nei progetti di Washington.
Alcuni commentatori hanno ricordato come il presidente USA sia atteso da una trasferta proprio in Cina alla fine di marzo e che nelle dichiarazioni, quasi sempre sconnesse, di questi giorni ha fissato a quattro settimane o poco più la durata della guerra in corso. Ovvero in coincidenza con la visita a Pechino. In questa prospettiva, almeno nella fantasia trumpiana, il presidente americano potrebbe utilizzare il “successo” contro l’Iran per convincere la Cina a fare concessioni importanti sul piano commerciale, ma forse anche militare e strategico. È abbastanza chiaro che simili velleità sono destinate a fallire, ma il livello di disperazione della classe dirigente americana, nel panico per la perdita della propria egemonia planetaria e per l’ascesa cinese, non lascia spazio a molte altre alternative.
La Cina è in ogni caso ben consapevole di essere in cima alla lista delle priorità americane, così come dell’intenzione di distruggere la Repubblica Islamica. Soprattutto dopo la “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, infatti, Pechino ha accelerato la sua collaborazione con Teheran, non da ultimo sul piano militare e dell’intelligence. Nonostante non sia chiaro se le nuove intese siglate in questi mesi siano andate in porto prima dell’inizio dell’aggressione israelo-americana, la qualità degli equipaggiamenti forniti o promessi all’Iran la dice lunga sulla determinazione cinese a contribuire alle capacità di difesa dell’alleato. Tra di questi spiccano i missili anti-nave supersonici CM-302 e la sostituzione dei software informatici occidentali con quelli cinesi per limitare le possibilità di subire cyber-attacchi dall’esterno.
La prospettiva cinese sulla crisi iraniana si sviluppa tuttavia su più piani. Se è indiscutibile che Pechino non vuole in nessun modo l’installazione a Teheran di un regime asservito agli Stati Uniti e a Israele, i termini della competizione strategica con Washington rendono consigliabile lo sprofondare dell’America in un pantano bellico che comporti costi molto alti. Un’escalation, purché non sfugga di mano, implica costi finanziari salatissimi per Washington, perdita ulteriore di credibilità internazionale e un drastico logoramento delle proprie scorte militari, possibilmente a discapito anche del dispiegamento di forze in Asia orientale in funzione anticinese.
Questo calcolo si intreccia alla necessità di proiettare un’immagine di potenza pacifica che difende strenuamente il diritto internazionale e la sovranità di ogni paese. Ciò esclude ovviamente la partecipazione diretta al conflitto a fianco dell’Iran, ma anche un sostegno troppo esplicito che, almeno a livello ufficiale, vada al di là degli appelli a far tacere le armi. In linea di massima, l’evoluzione verso una guerra di attrito e di lunga durata porta acqua al mulino della Cina, rafforzando la posizione di Pechino come punto di riferimento per i paesi del “Sud Globale” in un contesto di stabilità che l’Impero non è più in grado di garantire per via delle sue stesse contraddizioni e pulsioni distruttive.
La questione per Pechino non si pone comunque in termini semplici. Alcuni fanno notare che la Cina non vuole un Iran dotato di armi nucleari. Questa opzione, come già chiarito, non è mai stata presa in considerazione dalla leadership iraniana, per quanto la propaganda occidentale e israeliana abbia sempre affermato il contrario. Le continue pressioni sanzionatorie e militari dei suoi nemici potrebbero però convincere il gruppo dirigente che uscirà dal conflitto, sempre che il sistema regga l’urto dell’aggressione in corso, a percorrere il modello nordcoreano.
Per la Cina, un Iran con armi nucleari significherebbe una corsa agli armamenti in Medio Oriente, con effetti destabilizzanti su un ecosistema economico e infrastrutturale cruciale nell’ambito dello sviluppo della BRI. Va aggiunto infine che gli Stati Uniti potrebbero beneficiare di una situazione di caos totale in Iran e nell’area mediorientale anche senza ottenere l’obiettivo di piazzare un regime fantoccio a Teheran. La “strategia del caos” di per sé complica il consolidamento della presenza cinese e l’avanzamento dei piani di integrazione economica e commerciale, per loro stessa definizione fondati su pace e stabilità.
La guerra criminale scatenata da Trump e Netanyahu non è dunque solo un progetto regionale diretto contro il nemico storico e per estendere il controllo strategico dei due alleati in quest’area, ma anche e forse soprattutto una componente di un disegno più ampio che si collega alla competizione globale con la Cina. In questi termini, l’avventura bellica appena iniziata rappresenta una pericolosa scommessa che, se Washington dovesse perdere, avrebbe un effetto boomerang con conseguenze enormi per il futuro degli equilibri internazionali.

