Israele, calcio e impunità: bufera su FIFA e UEFA
Le principali istituzioni del calcio mondiale, FIFA e UEFA, sono oggi oggetto di un crescente contenzioso legale e di forti pressioni internazionali per le loro politiche nei confronti di Israele. Al centro delle accuse vi sono la tolleranza verso club situati negli insediamenti illegali nei territori palestinesi occupati e il mancato rispetto delle normative contro la discriminazione. Accuse sfociate in un esposto alla Corte Penale Internazionale che ipotizza responsabilità dirette dei vertici delle due organizzazioni. Sullo sfondo emergono inoltre relazioni politiche controverse — come quelle tra il presidente della FIFA Gianni Infantino e Donald Trump — e un evidente doppio standard, se si considera la rapidità con cui la Russia era stata esclusa dalle competizioni internazionali rispetto all’assenza di misure analoghe nei confronti dello stato ebraico, nonostante violazioni e crimini ben più gravi e protratti nel tempo.
Nei giorni scorsi, la FIFA ha annunciato che non adotterà alcun provvedimento nei confronti dei club israeliani con sede negli insediamenti della Cisgiordania occupata, respingendo di fatto le richieste avanzate dalla federazione calcistica palestinese (PFA) già dal 2024. La decisione, giustificata dall’organismo con il richiamo a uno “status legale non definito” del territorio, si pone in netto contrasto con quanto stabilito da decenni di diritto internazionale, dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e dai pronunciamenti della Corte Internazionale di Giustizia, che considerano gli insediamenti israeliani illegali. Una scelta che contribuisce a legittimare una situazione di fatto già ampiamente condannata sul piano giuridico e politico.
Parallelamente, la FIFA ha deciso di sanzionare la federazione calcistica israeliana (IFA) per episodi di discriminazione e comportamenti razzisti da parte di tifoserie e dirigenti, imponendo una multa relativamente modesta (150 mila franchi svizzeri) e l’adozione di misure simboliche contro il razzismo. Un provvedimento che appare più come un gesto formale — un classico “slap on the wrist” — utile a dimostrare un’apparente attenzione al problema, piuttosto che un intervento proporzionato alla gravità delle violazioni denunciate, soprattutto alla luce della sistematica presenza di club insediati in territori occupati illegalmente.
Ancora più controversa è la motivazione adottata dalla FIFA per giustificare la propria inazione, ovvero la definizione della Cisgiordania come “territorio conteso”. Una formulazione che non solo si discosta dal lessico consolidato del diritto internazionale, ma che finisce per offuscare una realtà giuridica ampiamente riconosciuta, oltre che a normalizzare, in linea con l’agenda sionista, una condizione di brutale occupazione militare che dura da decenni.
Il procedimento più rilevante sul piano giudiziario è in ogni caso quello avviato a metà febbraio da alcune organizzazioni a difesa dei diritti umani presso la Corte Penale Internazionale, che chiama in causa direttamente i vertici di FIFA e UEFA. Nell’esposto, articolato in oltre cento pagine, si ipotizza che i presidenti Gianni Infantino e Aleksander Čeferin possano aver contribuito, in forma di concorso, a crimini di guerra e contro l’umanità. Le accuse si concentrano in particolare sul sostegno indiretto al trasferimento di popolazione civile nei territori occupati e sul mantenimento di un sistema discriminatorio assimilabile a pratiche di apartheid.
Al centro della contestazione vi è il ruolo della federazione calcistica israeliana e la partecipazione, da anni tollerata da FIFA e UEFA, di club con sede negli insediamenti della Cisgiordania alle competizioni ufficiali. Secondo l’impianto accusatorio, questa inclusione non rappresenterebbe soltanto una violazione degli statuti delle organizzazioni sportive internazionali, ma contribuirebbe a normalizzare e rafforzare una situazione illegale dal punto di vista del diritto internazionale, offrendo legittimazione e visibilità a realtà insediate su territori occupati. Inoltre, viene sottolineato come tali strutture sportive siano di fatto precluse alla popolazione palestinese, sia in termini di partecipazione che di accesso, configurando un ulteriore elemento di discriminazione sistemica.
L’esposto sostiene anche che, nel corso degli anni, FIFA e UEFA abbiano deliberatamente evitato di intervenire, nonostante fossero pienamente consapevoli delle implicazioni legali e politiche della questione. In questo senso, il confronto con altri precedenti — come l’esclusione della Russia dalle competizioni internazionali a partire dal 2022 — rafforza l’accusa di un’applicazione selettiva delle norme e di una gestione politica delle sanzioni sportive. La Corte Penale Internazionale dovrà ora valutare se esistano gli estremi per aprire un’indagine formale, con potenziali conseguenze senza precedenti per i vertici del calcio mondiale.
Il confronto con quanto avvenuto nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, appare dunque inevitabile e alimenta le accuse di doppio standard. In quell’occasione, FIFA e UEFA agirono con estrema rapidità, escludendo squadre nazionali e club russi da tutte le competizioni internazionali nel giro di pochi giorni. Una decisione netta, politicamente significativa, che dimostrò come le istituzioni calcistiche siano perfettamente in grado di intervenire quando lo ritengono opportuno, ovvero quando i provvedimenti sono allineati all’agenda dei governi occidentali. La mancata adozione di misure analoghe nei confronti di Israele, nonostante accuse ben documentate e di lunga durata relative all’occupazione dei territori palestinesi, rafforza di conseguenze la percezione di un’applicazione selettiva delle regole e di una gestione fortemente politicizzata delle sanzioni sportive.
In questo quadro si inseriscono anche i rapporti sempre più stretti tra il presidente della FIFA Gianni Infantino e il presidente americano Donald Trump, che contribuiscono ad alimentare dubbi sull’autonomia dell’organizzazione. La partecipazione di Infantino a iniziative politiche promosse da Trump, come il cosiddetto “Board of Peace”, e la collaborazione su progetti legati alla “ricostruzione” di Gaza in ambito sportivo, sollevano interrogativi sulla reale natura di tali operazioni. Il piano annunciato dalla FIFA per la striscia — che prevede la costruzione di infrastrutture calcistiche, tra cui stadi e centri sportivi — viene presentato come un intervento umanitario, ma consiste in realtà in un’operazione di “sportswashing”.
Il coinvolgimento diretto della FIFA in questi progetti, insieme alla visibilità offerta a Trump in eventi ufficiali dell’organizzazione, come il conferimento del “FIFA Peace Prize” durante il sorteggio del tabellone dei Mondiali a dicembre, conferma la convergenza tra interessi politici e sportivi. In questo senso, la gestione del dossier israelo-palestinese da parte delle istituzioni calcistiche internazionali si inserisce in una più ampia dinamica di allineamento strategico, dove le scelte sportive finiscono per riflettere equilibri geopolitici ben lontani dai principi di neutralità e universalità che FIFA e UEFA continuano formalmente a rivendicare.
Sul terreno, intanto, il bilancio per lo sport palestinese è devastante. Dall’ottobre 2023, le operazioni militari israeliane hanno colpito in maniera sistematica infrastrutture sportive nella striscia di Gaza e in Cisgiordania: stadi rasi al suolo o gravemente danneggiati, centri di allenamento distrutti, intere società calcistiche cancellate. La quasi totalità degli impianti sportivi di Gaza ha subito danni, insieme alla maggioranza dei club locali, molti dei quali rappresentavano da decenni punti di riferimento sociali oltre che sportivi. Anche le accademie giovanili, fondamentali per la crescita delle nuove generazioni, sono state annientate, interrompendo percorsi formativi e prospettive professionali.
Il costo umano è altrettanto drammatico. Centinaia di atleti, tra cui numerosi calciatori, allenatori e dirigenti, hanno perso la vita, mentre altri sono stati feriti, detenuti o costretti ad abbandonare definitivamente la propria attività. Intere squadre sono state decimate, privando il tessuto sportivo palestinese non solo delle sue strutture, ma anche delle sue figure più rappresentative e della memoria collettiva costruita nel tempo. In questo contesto, parlare di ricostruzione senza affrontare le responsabilità politiche e militari è un puro esercizio retorico, mentre lo sport, anziché terreno di incontro, continua a riflettere e amplificare le profonde fratture di un conflitto irrisolto.

