Iran, le illusioni e la realtà
A dieci giorni dall’inizio della guerra di aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, le fantasie trumpiane di una vittoria o una resa rapida del governo di Teheran sono andate in fumo. Le indicazioni che la decisione di attaccare sarebbe sfociata in una guerra di attrito dalle conseguenze imprevedibili erano molteplici, in varie occasioni arrivate dalle stesse agenzie di intelligence e dai vertici militari americani. La domanda che in molti continuano a farsi è perciò se Trump e Netanyahu siano così stupidi da aver creduto in un’operazione indolore che avrebbe cambiato il volto del Medio Oriente a favore di Washington e Tel Aviv senza conseguenze troppo pesanti per i loro paesi. Al di là della risposta, i contorni del conflitto continuano ad allargarsi e non ci sono ovvie vie d’uscita da un’avventura che minaccia di essere la più disastrosa della già distruttiva storia dell’Impero a stelle e strisce.
I rapporti fantasma e il fantasma dei rapporti
Già alla vigilia del lancio dei bombardamenti contro la Repubblica Islamica era circolata la notizia di un avvertimento rivolto a Trump dal capo di Stato Maggiore USA, generale Dan Caine, circa i rischi di una guerra di questo genere. A molti, la rivelazione era sembrata un modo per i militari di mettere le mani avanti e scaricare la responsabilità della probabile débâcle interamente sulla Casa Bianca. Nel fine settimana si è ripetuto questo scenario con la pubblicazione sul Washington Post dell’esistenza di un rapporto, stilato dal Consiglio Nazionale dell’Intelligence (NIC) circa una settimana prima dell’inizio della guerra, che sollevava seri dubbi sulle prospettive di un cambio di regime a Teheran attraverso l’aggressione militare.
I membri del NIC mettevano in guardia dall’illusione di potere rovesciare un “regime” sostanzialmente compatto e con un sistema di successione creato precisamente per salvaguardare la continuità del potere. Gli scenari delineati dal Consiglio erano due: una campagna limitata alla decapitazione dei vertici della Repubblica Islamica e un attacco di più vasta scala contro la leadership del paese e le sue istituzioni governative. In entrambi i casi la prospettiva di un’opposizione interna in grado di prendere il controllo dell’Iran appariva “improbabile”.
Successione e interferenze
Nonostante gli avvertimenti, dal 28 febbraio Trump ha comunque continuato a seguire un copione tutto suo, in contraddizione non solo dei pareri interni ma anche della realtà sul campo. Nei giorni scorsi, la bolla in cui si muovono i pensieri del presidente americano lo ha spinto a scrivere in alcuni post sul suo social Truth che l’unica opzione per l’Iran è la “resa incondizionata” e che egli stesso avrebbe avuto un ruolo chiave nel designare il successore all’assassinato Ali Khamenei alla carica di Guida Suprema della Rivoluzione. Alla stampa americana Trump aveva anzi detto senza mezzi termini che la scelta del figlio di Khamenei, Mojtaba, non rientrava tra quelle per lui accettabili. Per Trump, Mojtaba Khamenei rappresenta la continuità con la linea dura del regime e ricostruirebbe quindi semplicemente le capacità nucleari e il programma missilistico dell’Iran.
Malgrado le pretese del presidente americano, domenica l’Assemblea degli Esperti ha nominato proprio il 56enne figlio di Ali Khamenei alla carica ricoperta dal padre per quasi 37 anni. L’elezione ha un preciso significato politico per la Repubblica Islamica. Da un lato sfida polemiche e accuse relativamente a una successione dinastica per riaffermare continuità e coesione interna attorno alla figura e all’eredità della Guida Suprema assassinata il 28 febbraio scorso. Dall’altra è appunto un messaggio diretto alla Casa Bianca che l’Iran non intende piegarsi né accettare le imposizioni americane. Il miraggio, forse avanzato dal regime di Netanyahu, di una leadership iraniana che si sarebbe messa a disposizione dei suoi aggressori in seguito all’eliminazione di alcune figure chiave ai vertici delle istituzioni è dunque rimasto tale.
I burattini curdi
Da svariati giorni si parla con insistenza del possibile utilizzo da parte americana e israeliana di milizie curde – irachene e iraniane – come forza di terra da inviare dentro i confini della Repubblica Islamica per creare caos, sobillare rivolte, sottrarre una parte del territorio al controllo di Teheran e, in ultima analisi, favorire il cambio di regime. La CIA e il Mossad, che notoriamente hanno relazioni molto strette con alcune fazioni della minoranza curda nell’area, starebbero addestrando e armando queste forze, verosimilmente già da prima dell’inizio dell’aggressione contro l’Iran.
Trump sembra avere intrattenuto conversazioni telefoniche settimana scorsa a questo proposito con il presidente del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e con i leader dei due principali partiti curdi in Iraq. Non è chiaro come siano stati accolti gli inviti del presidente americano a sacrificarsi per USA e Israele nel tentativo di destabilizzare l’Iran, ma gli sviluppi successivi hanno fatto emergere tendenze contraddittorie. Dall’Iraq, in particolare, arrivano segnali di prudenza, anche in conseguenza degli avvertimenti iraniani a non assecondare le richieste israelo-americane e delle operazioni militari che Teheran ha già intrapreso contro obiettivi curdi per scoraggiare preventivamente azioni di disturbo a sostegno dell’aggressione in corso.
Che ambienti curdi stiano valutando una mobilitazione contro le forze di Teheran è però evidente. Al Jazeera ha citato ad esempio il leader di un gruppo nazionalista curdo di stanza nella regione semi-autonoma curda dell’Iraq, secondo il quale un’operazione di terra oltre i confini iraniani sarebbe “molto probabile”. Il governo di Baghdad continua ad ogni modo a ripetere che il territorio del paese non deve essere usato come base di lancio per attacchi contro i paesi vicini.
In generale, sembra esserci un più che giustificato scetticismo negli ambienti curdi verso Washington. La storia dei rapporti tra Stati Uniti e curdi è ricca infatti di tradimenti e il più recente risale a nemmeno due mesi fa, quando, dopo un decennio di stretta collaborazione, gli USA hanno liquidato l’alleanza con i curdi siriani, assieme al progetto di autonomia che era nato, a favore del consolidamento del nuovo regime di Damasco dell’ex capo di al-Qaeda, Ahmed al-Sharaa. Esempi simili sono parecchi, tra cui il via libera americano alle operazioni militare turche anti-curde sempre in Siria durante la guerra contro Assad o il mancato appoggio al referendum per l’indipendenza del Kurdistan nel 2017.
Al contrario, dopo l’invasione dell’Iraq del 2003, gli USA favorirono la creazione di una regione autonoma curda in Iraq, ma ciò solo perché il progetto rispondeva agli interessi americani di dividere il paese lungo linee settarie. L’elemento che sembra decisivo per ora, in ogni caso, è la posizione della Turchia, che non vuole vedere replicati gli scenari siriani in Iran con l’emergere delle condizioni per la creazione di un’entità autonoma curda ai propri confini.
Verso una sconfitta strategica?
Dichiarazioni deliranti a parte, Trump si trova già dopo pochi giorni di guerra in una situazione dalla quale non sembrano esserci ovvie vie d’uscita. Senza ragionevoli possibilità di ordinare un’invasione di terra, che in ogni caso non potrebbe non tradursi che in un autentico disastro, il tentativo di degradare e azzerare le capacità iraniane di lanciare missili contro obiettivi americani e degli alleati di Washington nella regione è una corsa contro il tempo. Le caratteristiche del territorio di un paese sterminato, il livello di preparazione del “regime” per una guerra ampiamente annunciata e la solidità del suo sistema politico-militare rendono complicatissimi i piani di USA e Israele.
Il tasso di consumo delle scorte di missili difensivi dei due paesi aggressori e la distruzione in serie di installazioni radar cruciali in Qatar, Bahrein e altrove espongono entrambi a perdite che sempre più difficilmente censura e propaganda riescono a tenere nascoste. Mentre l’Iran sembra in grado di potere calibrare la risposta agli attacchi con una crescente libertà di iniziativa, sia pure dovendo fare i conti con altissimi livelli di distruzione, per Trump si tratta anche e soprattutto di evitare l’esplosione di una crisi economica ed energetica globale senza precedenti.
Procedendo per ipotesi, se la situazione dovesse diventare insostenibile per gli Stati Uniti, Israele e l’Occidente fino a convincere Trump a fare un passo decisivo verso un cessate il fuoco, mentre l’Iran ancora conserva la capacità di bombardare obiettivi nemici in Medio Oriente o di influenzare i traffici di petrolio e l’economia mondiale, quali sarebbero le implicazioni per Washington? La risposta è che la Casa Bianca dovrebbe incassare niente meno che una sconfitta strategica, non avendo raggiunto nessuno degli obiettivi fissati, sia pure confusamente, all’inizio dell’aggressione.
L’aspetto peggiore per Washington è inoltre che, come hanno fatto notare alcuni osservatori indipendenti, la Repubblica Islamica ha probabilmente altre carte da giocare in caso Trump e Netanyahu decidessero di spingere verso un’ulteriore escalation. In altri termini, è possibile che Teheran, malgrado le apparenze e le notizie diffuse dai media ufficiali, stia conservando le armi più sofisticate e si stia astenendo dal mettere in atto operazioni contro obiettivi ultra-sensibili, come ad esempio le portaerei americane nella regione, il complesso nucleare militare israeliano di Dimona o le infrastrutture petrolifere saudite. Se la guerra arrivasse fino a questo punto, la gravità della situazione metterebbe ancora di più sotto pressione la Casa Bianca, ma, in assenza di opzioni militari percorribili per cambiare gli equilibri, sul tavolo ci sarebbe solo un aumento del rischio di subire un’umiliazione di proporzioni ancora maggiori.

