Iran, la guerra si espande
I bombardamenti israelo-americani sull’Iran continuano incessantemente ma le risposte iraniane colpiscono gli occidentali come mai prima, comunque più e oltre ciò che si aspettavano. Fino a questo momento, voler tentare una operazione di regime-change in Iran si è rivelato un azzardo con scarse possibilità di riuscita. In questi casi, stando ai manuali militari, l’operazione ha qualche decina di ore come tempo massimo per la sua riuscita: passate le 60-120 ore i sistemi difensivi di allineano e si riposizionano in forma di maggiore efficienza e l’impatto dell’attacco risulta spuntarsi. Il tentativo di capitalizzare l’effetto sorpresa coprendo i preparativi di attacco con i colloqui di pace mirava proprio a concentrare sull’impatto immediato e sulla decapitazione del gruppo dirigente sperando che, spezzando la catena di comando politico-militare, il sistema militare sarebbe entrato in stallo. Per Trump, fidarsi della narrazione del Mossad e dello Shin-Bet più di quanto gli aveva consigliato e avvertito il Pentagono si è rivelato un errore al quale ora non può che rimediare rilanciando la prosecuzione della guerra.
Né i raid dell’agosto scorso né quelli di queste ore hanno intaccato severamente le potenzialità militari e balistiche iraniane. C’è stato un profondo errore di calcolo nell’idea di attaccare Teheran. Un paese ed una etnia la cui storia millenaria esprimono una grandezza difficile da riscontrare altrove. Probabilmente Trump si è ingolosito con il Venezuela ma scoprirà che l’Iran non è il Venezuela, non si può immaginare una operazione militare lampo come quella di Caracas. Pensare di uccidere la massima autorità religiosa degli sciiti significa non capire come il martirio sia l’elemento vitale dal punto di vista religioso. Non comprendere come uno stato ebreo e uno cattolico non possono attaccarne uno musulmano significa non capire il sentimento e l’ideologia religiosa dell’Islam.
Decapitare un Paese non significa metterlo in ginocchio. Uccidere l’Ayatollah Khamenei non solo non ha comportato nessuno sgretolamento del gruppo dirigente, che anzi ha messo da parte le diverse anime e sensibilità che lo occupano in nome dell’unità nazionale contro il nemico esterno. Esattamente lo stesso avviene nella parte maggioritaria della popolazione, compresa quella più critica contro il regime e certo l’aver sterminato 150 ragazzine in una scuola non favorisce sentimenti di comprensione verso gli aggressori. Soddisfatta solo l’alta borghesia iraniana, la quinta colonna dello Scià, che s’illude di tornare al comando del Paese tramite l’intervento militare straniero. L’azzeramento delle cellule di CIA e Mossad che hanno costruito le proteste di piazza recenti, naufragate in un eccidio, rende difficile ora sia l’attivazione di nuove cellule che l’adesione dei dissidenti, giustamente spaventati.
Quindi lungi dall’operazione lampo di regime-change, per l’Occidente l’Iran è una trappola tra le peggiori in cui poteva cadere sotto l’influenza dell’isteria coloniale israeliana, che vuole occupare ogni spazio del Medio Oriente grazie all’appoggio degli Stati Uniti.
L’Iran ha colpito 11 paesi e 14 basi militari. Tutta la rete di alleanze degli Stati Uniti. Che si dimostrano così incapaci di difendere i propri proxy. Israele, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Kuwait, Giordania, Cipro; sono state colpite praticamente tutte le confort-zone degli evasori fiscali occidentali, del parco giochi dei miliardari esentasse, ma permane seriamente il rischio di veder colpire a fondo le infrastrutture petrolifere dell’Arabia Saudita, cosa che genererebbe un disastro nei mercati del greggio.
Per analizzare l’errore di questa aggressione ci sono poi anche alcune considerazioni militari che non possono essere eluse se non dalla propaganda. Dalle colonne di fumo a Tel Aviv, Haifa ed altre località israeliane, viene fuori il mito dell’impenetrabilità dei cieli israeliani grazie all’Iron Drome che pare funzionare fino a un certo punto. Ma, soprattutto, gli attacchi alle basi militari negli undici paesi alleati e la mancata efficienza dello scudo protettivo su Israele annunciano una credibilità relativa alla narrazione degli USA che proteggono gli amici e colpiscono i nemici. Sembra non riescano a fare bene nessuna delle due operazioni e questo riduce di molto l’affidabilità verso la macchina bellica, ormai unico strumento per la politica estera e interna statunitense.
La quantità di missili che l’Iran possiede consente a Teheran di poter mantenere un attacco costante sugli obiettivi prescelti. Il che ha due conseguenze: la prima è che i lanci massicci di missili devono essere contrastati in numero almeno doppio dei missili difensivi (Patriot) e questo accelera l’esaurirsi delle scorte. La seconda è che un invio simultaneo di decine di missili satura la capacità di risposta dei sistemi difensivi rendendoli in buona parte inefficaci.
Tutto questo ha un costo sia in termini di vite umane e di infrastrutture che psicologico, facendo venir meno la tranquillità di uno Stato che si sentiva sicuro di non poter essere colpito. Inoltre, la geografia corre in aiuto all’Iran, che non ha nemici alle spalle e può ricevere armamenti e rifornimenti di ogni tipo da paesi terzi, non importa se alleati. Al contrario, l’ipotesi di occuparla militarmente, situata tra due cordigliere e due deserti, appare come un’idea senza senso e prospettive.

Ci sono poi i guai interni di Trump. Lo scontro tra Casa Bianca e Pentagono è stato reso pubblico in diverse dichiarazioni fatte filtrare nei giorni immediatamente precedenti all’attacco, quando i vertici militari hanno fatto presente a Trump come la scorta di munizioni statunitensi potesse non essere sufficiente per sostenere una guerra che durasse più di un paio di settimane. Le forniture dirette e attraverso i centri di costo della UE all’Ucraina e quelle a Taiwan hanno pesato non poco nello stoccaggio dei sistemi missilistici di difesa a disposizione. Fonti qatariote parlano di altri 4 giorni, non di più.
Ogni ora che passa aumentano i morti e le distruzioni parziali o totali delle basi militari USA, costate decine di miliardi di Dollari, oltre alla perdita di uomini e mezzi (già 4 aerei e diversi soldati) rappresentano un problema serio. Sia perché sono costi difficilmente rimpiazzabili, sia perché aumentano le contrarietà della base MAGA, già scontenta in parte del suo operato e delle violazioni continue alla promessa elettorale di uscire dalle guerre e incrementano l’ostilità aperta di alcuni settori della società e della parte progressista del Partito Democratico.
Un altro errore è stato sottovalutare la strategia militare di Teheran. Le forze armate persiane sembrano aver deciso di articolare la difesa su due elementi: il primo è quello di un attacco diffuso a tutte le postazioni statunitensi nel Golfo Persico e in Medio Oriente. Così inviano un segnale chiaro a popoli e governi arabi, con i primi invitati a reagire all’assassinio di un martire dell’Islam (vedi Karachi) ed i secondi chiamati a riflettere sull’incapacità di essere protetti come da promesse statunitensi proprio mentre invece l’Iran mette in pratica quanto minacciato in caso di aggressione.
Il secondo elemento ha a che vedere con la strategia missilistica, che punta alla saturazione delle difese missilistiche israeliane e sulla difficoltà di approvvigionamento per le due flotte USA nel Golfo, che rischiano di trovarsi a breve a corto di munizioni sufficienti per attacchi su vasta scala. In quest’ottica anche il numero delle operazioni giornaliere che la coalizione Epstein può compiere, contrasta con l’intensità militare delle stesse. Il tempo sarà un fattore chiave e non sembra voler aiutare i piani di Tel Aviv eseguiti da Washington.

