Iran, il tunnel senza uscita di Trump
La storia della guerra con l’Iran ha poche certezze, ma una resiste: al briefing di Trump con i media, minacce e volgarità non mancano mai. Missili e negoziati sarebbero rette parallele, ma i primi abbondano i secondi tutt’altro. Ad oggi ci sarebbe solo un piano di tregua della durata di 45 giorni presentato dal Pakistan, che svolge il ruolo di mediatore. Ci si aggrappa l’Europa e ci sperano gli USA, per i quali è «significativo ma non sufficiente», mentre l’Iran ha fatto pervenire una controproposta in 10 punti tra cui la fine dei conflitti nella regione, un protocollo per il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, i risarcimenti e la revoca delle sanzioni.
A Teheran preoccupa l’accanimento degli israelo-americani contro la centrale nucleare di Bushehr, attaccata 4 volte dal 28 Febbraio. Se venisse colpita la centrale e vi fosse una fuga radioattiva, le conseguenze le pagherebbero centinaia di migliaia di persone per almeno due generazioni e in un raggio che coprirebbe almeno 3 o 4 paesi. Ma sono considerazioni che sembrano non impensierire Netanyahu, riconosciuto professionista dello sterminio.
L’ultima minaccia di Trump, caricata a insulti, prevede un accordo entro 48 ore o l’inferno, con gli iraniani che gli rispondono che in quell’inferno ci sta cadendo dentro lui. Che sia l’ultimo grido del cafone o una cosa seria lo si vedrà, ma intanto ne annotiamo l’ennesima – ad occhio la 15esima – nel corso di un mese di “Furia epica” che somiglia sempre più a una figuraccia epica. Ovviamente nessuno può ignorare la gravità della minaccia che sovrintende il ricatto, ma fornire una credibilità minima alle parole dello psicopatico che abita la Casa Bianca può risultare seguire solo il suo delirio quotidiano.
Basta vedere lo “storico” delle sue dichiarazioni per rendersene conto: gli ultimatum divengono “penultimatum” e ormai diversi esponenti politici e dei media negli USA ritengono necessario un intervento del Congresso per disarcionare il Caligola di Mar a Lago. Per non parlare del pazzoide emule dei crociati di Hegset, che in piena guerra caccia tutta la catena di comando del Pentagono.
I negoziati? Tutti li auspicano ma che non siano ad oggi possibili lo si può misurare nei 15 punti del cosiddetto “piano” USA: sono scritti solo per essere respinti, giacché prevedono né più né meno la resa incondizionata dell’Iran. Dunque destinati a fallire prima di cominciare, schiacciati dal rumore della sconfitta militare che la coalizione Epstein sta subendo nel Golfo. Perché una guerra immaginata di qualche giorno, con un’altra vittoria stile Venezuela, in Iran ha avuto tutt’altro sviluppo e nemmeno la solita parata incessante del media system occidentale riesce ormai ad occultare i colpi che ricevono Stati Uniti, Israele e alleati delle monarchie feudali arabe del Golfo Persico, che sotto la balistica iraniana sono passati dal lusso sfrenato alla paura.
Ad ogni modo le trattative hanno uno scarso appeal per Teheran giacché i negoziati per Trump, come al solito, preparano le guerre, mai la loro fine. Infatti, mentre parla di trattative, la Casa Bianca fa filtrare dal Washington Post i “preparativi in corso da settimane” e il Wall Street Journal riferisce di 17.000 marines pronti a raggiungere la zona delle operazioni. Insomma sposta bombe, uomini e aerei da ogni dove per portarli nel Golfo.
Un’ipotesi ragionevole è che quanto fatto filtrare a mezzo stampa faccia parte di una tattica di guerra psicologica destinata a premere su Teheran affinché accetti le trattative, alle quali Trump aspira disperatamente per una sua exit strategy da quello che si sta rivelando il pantano iraniano.
Gli “scarponi a terra” sembrano un’ipotesi più difficile. Gli iraniani, che non assegnano ormai nessun valore alle parole di Trump, considerandolo un presidente inaffidabile e completamente nelle mani di Netanyahu, fanno sapere che un eventuale assalto all’isola di Kharg – da dove salpano l’80% delle esportazioni petrolifere iraniane – riceverebbe una risposta militare pesantissima quanto estesa, al punto da mettere in ginocchio le petromonarchie dell’area.
Con la famosa escalation gli USA avrebbero molto da perdere e poco da guadagnare. Sarebbe una dichiarazione di impotenza più che di forza, perché la distruzione o il controllo della centrale elettrica iraniana rappresenterebbe la fine di ogni ipotesi negoziale e spingerebbe verso la guerra totale. c’è il rischio, semmai, di una possibile entrata in gioco di altri attori, più o meno potenti, che spinti dalle difficoltà statunitensi, cosa che potrebbe davvero espandere il conflitto oltre ogni immaginazione. Tutti gli strateghi militari sanno che l’Iran ha un grande vantaggio: la geografia. Invadere l’Iran è sostanzialmente impossibile senza almeno un milione e mezzo di soldati, retrovie logistiche assicurate e appoggio aereo e navale e rimanerci richiederebbe uno sforzo non compatibile con il livello attuale degli USA.
Infatti si evoca l’immagine della fortezza naturale costruita da spazi marittimi e territori aspri. Il primo bastione dell’Iran si trova ad Ovest: i monti Zagros. Il secondo è al Nord, con i monti Alborz. A Est ci sono due deserti: il Dasht-e Kavir, grande deserto salato estremamente inospitale, con pochissima vegetazione e precipitazioni quasi assenti: il Dasht-e Lut, noto per essere una delle aree più calde e aride della Terra, con alte dune e formazioni rocciose che rendono quasi impossibile manovrare truppe e mezzi. A Sud c’è la costa rugosa, con alture che possono diventare postazioni, celare trappole, permettere ai guardiani di organizzarsi al meglio.
Nel caso di una invasione la prima conseguenza sarebbe l’attacco di Teheran a tutto il sistema energetico e di desalinizzazione del Golfo e coinvolgendo iracheni, Hezbollah e Houti, bloccherebbe ogni trasporto petrolifero verso Asia ed Europa; le installazioni civili, militari e petrolifere in tutto il Golfo diverrebbero bersaglio certo, procurando danni severissimi nell’area. L’invasione di terra avrebbe peraltro bisogno di risorse militari ed economiche che nemmeno gli USA possono mettere in campo se non vogliono trovarsi un nuovo Vietnam in Asia minore; dunque al massimo è possibile immaginare un blitz dalla durata breve sull’isola di Kharg che consenta a Trump di ripetere la storiella dell’annientamento militare di Teheran. Ma se ciò avvenisse, anche solo per dare modo di uscire dal conflitto senza dimostrarsi sconfitto, i danni sarebbero incalcolabili per l’immagine di USA e Israele.
Per non parlare di quelli, ancor maggiori, economici. L’intero Medio Oriente e Golfo Persico presenterebbero al mondo una catastrofe energetica e ambientale la cui soluzione sarebbe stimabile con tempi lunghi, se non lunghissimi. Per gli assetti strategici il contraccolpo sarebbe notevole, si potrebbe arrivare a una rottura tra petromonarchie, con Qatar, Oman e Bahrein che, diversamente da Arabia Saudita, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, vorrebbero trovare un accordo con l’Iran essendo già stati duramente colpiti ed avendo chiaro che la difesa degli USA non difende nemmeno gli USA stessi.
Ma soprattutto l’allargamento del conflitto a tutti i partners statunitensi nel Golfo e alla chiusura totale dello Stretto di Hormuz, rischierebbe di essere ulteriormente aggravato dalla chiusura dello stretto di Bab el Mandab. Quest’ultimo, di 28 chilometri, si trova tra lo Yemen e Gibuti e collega il Mar Arabico al Mar Rosso ed è indispensabile per accedere al Canale di Suez dal quale poi le navi raggiungono i porti europei.
Se anche questa strada venisse chiusa, alle petroliere non resterebbe altro che scendere per tutta l’Africa e risalire dal Capo di Buona Speranza allungando da giorni a mesi la navigazione e i suoi costi, diretti e indiretti. I quali, com’è scontato, si ripercuoterebbero sul costo dell’energia per i compratori e sull’innalzamento notevole dei rispettivi punti di inflazione, con conseguente rischio di recessione e, in alcuni casi, addirittura di stagflazione.
Uno scenario da incubo per una buona parte del pianeta, che già vede i primi segnali di emergenza e che si troverebbe ad affrontare una nuova crisi energetica globale dalla quale rimarrebbero fuori solo Russia, Gran Bretagna e produttori latinoamericani, Messico, Brasile, Venezuela, Ecuador. Probabilmente qualche genio evangelico deve aver fatto presente a Trump che una crisi globale sosterrebbe il prezzo in ascesa del petrolio USA, solo che questo eventuale vantaggio verrebbe annullato dall’impossibilità di mantenere i livelli di produzione e distribuzione destinati al loro portafoglio clienti bisognoso di maggiori forniture. La domanda resterebbe alta e l’offerta bassa, con conseguente spirale verso l’alto dei prezzi.
Ancor più inciderebbero sulla salute del Dollaro, architrave del dominio USA sui mercati, che con un nuovo equilibrio nel Golfo, vedrebbe una ulteriore riduzione dell’acquisto in Dollari di idrocarburi, con danni enormi per il debito USA e per la stabilità della sua valuta. Le ripercussioni sull’ordine internazionale sarebbero devastanti per l’impero anglosassone, già provato da una crisi che ogni giorno di più sembra confermare il suo essere esistenziale e non congiunturale.

