Iran, il rebus dell’invasione
Mentre la Casa Bianca continua da un lato a sostenere che le autorità iraniane vogliono negoziare una soluzione alla guerra che li vedrebbe ormai di fatto sconfitti, dall’altro sembra essere sempre più vicina a ordinare una qualche operazione di terra, in quella che sarebbe una drammatica escalation del conflitto in corso dal 28 febbraio scorso. Questa decisione potrebbe arrivare praticamente per inerzia, cioè come un tentativo disperato di giocarsi una carta vincente contro un nemico che ha imbrigliato le forze israelo-americane in un conflitto “asimmetrico” nel quale Washington e Tel Aviv risultano essere a corto di soluzioni e di obiettivi realistici da raggiungere. Il tutto con una crisi economica globale che, in caso di prolungamento o dell’inasprirsi della guerra, minaccia di assumere proporzioni inedite per i tempi moderni.
La mini-invasione
Ha fatto il giro nel mondo nel fine settimana la notizia riportata dal Washington Post sui preparativi del Pentagono per condurre operazioni di terra della durata di “alcune settimane”. Escludendo una impossibile invasione su vasta scala, le fonti del giornale della capitale americana rivelano che qualsiasi “potenziale” operazione di terra potrebbe vedere coinvolte alcune migliaia di “forze speciali e truppe convenzionali di fanteria”. Gli obiettivi potrebbero consistere nell’occupazione dell’ultra-strategica isola di Kharg, principale “hub” delle esportazioni petrolifere iraniane, oppure l’individuazione e la distruzione dei sistemi bellici utilizzabili contro le imbarcazioni che attraversano lo stretto di Hormuz.
Lo stesso Trump, in un’intervista al Financial Times che ha evidenziato una crescente sconnessione mentale, ha ipotizzato l’invasione di Kharg, oltre ad avere espresso la sua preferenza per l’ipotesi di “impossessarsi” del petrolio iraniano. Tra le parole, soprattutto quelle di Trump, e i fatti resta tuttavia un oceano e anche il Post, nell’articolo citato in precedenza, ha dato spazio alle fortissime riserve che circolano a Washington a proposito di operazioni di terra in Iran. Vari accademici ed ex ufficiali hanno fatto notare, riguardo all’isola di Kharg, che l’invio di militari USA potrebbe anche riuscire, ma il vero problema sarebbe il mantenimento del controllo su di essa, visto che il contingente che vi si dovrebbe stabilire risulterà esposto a una massa di fuoco tramite droni e artiglieria, con possibilità di difendersi e di garantire le linee di rifornimento virtualmente inesistenti.
Gli uomini che sono arrivati o stanno per arrivare in Medio Oriente in teoria per prendere parte a operazioni di questo genere sono poche migliaia e sarebbero sottoposti a rischi altissimi. Un fallimento delle missioni assegnate comporterebbe un numero elevato di vittime americane, senza contare le ripercussioni strategiche della presa d’atto definitiva dell’impossibilità di piegare il nemico e di garantire la tenuta economica e la sopravvivenza stessa degli alleati di Washington nella regione. Un altro possibile incarico che le forze USA potrebbero ricevere dalla Casa Bianca è appunto la ricerca e distruzione di installazioni militari iraniane o addirittura il tentativo di mettere le mani sull’uranio arricchito che Teheran ha accumulato in questi anni. Questa scorta potrebbe trovarsi sottoterra o all’interno di una montagna, forse nell’area di Isfahan, e non è chiaro come un blitz con un numero relativamente ristretto di uomini e mezzi, da portare a termine in tempi brevi, possa essere completato prima dell’intervento e del fuoco delle forze iraniane.
Il docente del King’s College di Londra, Lawrence Freedman, parlando sempre al Washington Post ha spiegato il vicolo cieco trumpiano sostenendo che “il presidente [americano] ha già fatto uno scacco matto contro sé stesso” con la decisione di autorizzare un’operazione di terra, “al di là di quale forma essa dovesse prendere”. L’unica opzione “reale”, continua Freedman, è “semplicemente dichiarare una vittoria senza precedenti e abbandonare il campo”. Anche in questo caso, però, resterebbe il caos provocato nell’area del Golfo, ad esempio senza garanzie che Teheran riapra a tutti lo stretto di Hormuz. “Il successo in una guerra”, conclude Freedman, “non viene giudicato dai danni causati [al nemico], bensì dagli obiettivi politici raggiunti” e quelli fissati più o meno chiaramente dalla Casa Bianca sembrano essere tutti fuori portata, dal cambio di regime fino all’azzeramento delle capacità balistiche di Teheran.
Va ad ogni modo ricordato che non tutti ritengono imminente un’operazione di terra. Il giornalista investigativo americano Ken Klippenstein settimana scorsa aveva citato sul suo blog fonti del Pentagono che avrebbero definito “esagerate” le notizie circolate sui media a questo proposito, amplificate ad arte come campagna di “disinformazione” e per mettere in allarme gli iraniani, nonché “per compiacere Donald Trump”. Resta il fatto che un passo indietro unilaterale da parte americana appare impensabile, così come l’ipotesi di intrattenere seri negoziati con Teheran, visto anche che il governo della Repubblica Islamica continua respingere le condizioni USA e resta fermo nelle sue richieste “massimaliste”.
È possibile che la Casa Bianca e il Pentagono intendano per il momento “solo” continuare a bombardare l’Iran, ma anche in questo caso le prospettive non sono incoraggianti. Ciò che Washington e Tel Aviv hanno fatto meglio finora è colpire obiettivi civili, ma stragi e distruzioni indiscriminate non fanno vincere una guerra. Gli obiettivi militari, a cominciare dai missili iraniani, restano in larga misura off-limits per gli aggressori, perché ben nascosti sotto terra e utilizzati con movimenti rapidi che li tengono fuori dalla portata dell’artiglieria nemica. Anche la minaccia di bombardamenti di massa contro le installazioni energetiche iraniane ha dei serissimi rischi. Teheran ha più volte chiarito che a simili operazioni seguiranno ritorsioni contro le infrastrutture più critiche della regione, così da causare ulteriore caos e peggiorare la situazione economica regionale e globale.
Entrano gli “Houthis”
Il controllo dell’escalation dello scontro da parte della Repubblica Islamica è stato confermato nel fine settimana con l’ingresso di fatto in guerra del governo di Ansarallah (“Houthis”) in Yemen. Sabato è stato lanciato da questo paese il primo missile balistico contro Israele dal 28 febbraio. L’ordigno sarebbe stato intercettato, ma l’importanza dell’evento non risiede in questo né nella possibilità nei prossimi giorni che i missili dallo Yemen provochino o meno danni allo stato ebraico.
L’utilità degli “Houthis” risiede piuttosto nel contribuire a far lievitare il costo dell’aggressione per gli Stati Uniti e i loro alleati, che è poi l’obiettivo numero uno della strategia iraniana. La mobilitazione a cui si sta assistendo significa infatti che Ansarallah potrebbe procedere con la chiusura di fatto dello stretto di Bab al-Mandeb, fermando il traffico navale nel Mar Rosso. La possibilità di dirottare lungo questa rotta le esportazioni di petrolio da parte di alcune monarchie del Golfo, a cominciare dall’Arabia Saudita, ha finora permesso di limitare i danni della chiusura dello stretto di Hormuz, ma un’azione degli “Houthis” potrebbe escludere l’alternativa a disposizione, mettendo definitivamente in crisi l’industria petrolifera dei regimi sunniti.
Difesa al buio
La distruzione massiccia di armi ed equipaggiamenti in dotazione dell’Iran ostentata da USA e Israele fa a pugni con il successo delle operazioni sempre più precise portate a termine dalle forze della Repubblica Islamica. Ad avere subito i danni più dolorosi per gli aggressori e i loro alleati nel Golfo sono i sistemi radar che permettono o, per meglio dire, permettevano alle forze americane di monitorare i cieli della regione e organizzare operazioni efficaci di difesa aerea. Il primo grave colpo in questo senso gli Stati Uniti lo avevano subito poco dopo l’inizio dell’aggressione, con la distruzione e la messa fuori uso di radar ultra-costosi almeno in Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi.
Il costo totale stimato degli strumenti non più utilizzabili potrebbe superare i due miliardi di dollari. Oltre al danno in termini economici e di reputazione per gli Stati Uniti, queste perdite hanno permesso all’Iran di ridurre la quantità di fuoco giornaliera, non per il logorarsi delle scorte ma perché la difesa ora quasi al buio di USA e Israele ha reso possibile ai missili di arrivare a destinazione con poca o nessuna opposizione. L’installazione più importante distrutta dall’Iran è probabilmente il radar a lungo raggio AN/FPS-132 ospitato dal Qatar e usato per il tracciamento di missili balistici e per la sorveglianza spaziale. Considerato il “cuore” dello scudo di difesa missilistica americana nel Golfo, il suo costo è stimato in oltre un miliardo di dollari.
In Bahrein aveva subito invece danni verosimilmente irreversibili il radar AN/TPS-59 per la difesa tattica, spesso integrato con i sistemi Patriot. Il valore di questo strumento può arrivare fino a 70 milioni di dollari. Con altre iniziative umilianti per Washington, le forze iraniane hanno anche spazzato via radar AN/TPY-2 da 500 milioni ciascuno, legati al sistema difensivo THAAD in Giordania ed Emirati Arabi. Queste perdite e altre ancora hanno molto probabilmente costretto il Pentagono a inviare nell’area i velivoli “sentinella” E-3 AWACS, impiegati per la sorveglianza dello spazio aereo e prodotti negli anni Novanta del secolo scorso al prezzo di almeno 300 milioni di dollari di allora. Uno di questi mezzi è stato però colpito e completamente distrutto nel fine settimana nella base saudita di Prince Sultan. Nell’attacco di altissima precisione sarebbero rimasti feriti anche una dozzina di militari americani, due dei quali in modo grave.
Una situazione, quella disegnata dalla decimazione dei sistemi di sorveglianza aerea americani (e israeliani), che espone sempre più gli “asset” strategici dei due aggressori all’artiglieria iraniana, innescando un rapido deterioramento delle capacità difensive di entrambi, così come di quelle offensive. Per questo secondo caso, basti ricordare un’altra missione completata con successo dall’Iran nelle scorse ore. Nella stessa base di Prince Sultan sono state cioè colpite svariate aerocisterne KC-135 ferme in pista. Due di questi velivoli sono andati distrutti e altri ancora hanno subito danni molto gravi.

