Iran, il conto dell’aggressione
La nebbia della guerra sta avvolgendo i cieli del Golfo Persico, tra proclami trionfalistici di difesa a tappeto e numeri che, anche a concedere il beneficio del dubbio, paiono più frutto di calcoli propagandistici che di reali conteggi bellici. L’ondata di droni e missili iraniani che ha preso di mira gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar e gli altri satelliti occidentali della regione ha prodotto l’ennesima ostentazione di percentuali d’intercettazione da primato, con le difese emiratine che vantano l’abbattimento del 92 per cento degli ordigni e i qatarioti che addirittura superano il 96. Cifre che gli analisti più attenti definiscono “straordinarie”, ma che celano una realtà assai meno confortante per i petro-stati alleati di Washington: quella di una strategia di logoramento finanziario che Teheran sta conducendo con la calma del giocatore di scacchi e la precisione del ragioniere.
Perché se è vero che i Patriot e i Thaad americani continuano più o meno a fare il loro dovere, trasformando i cieli di Dubai e Doha in un fuoco d’artificio permanente, è altrettanto vero che ogni drone Shahed abbattuto – un gioiellino di tecnologia low-cost che i russi hanno imparato a utilizzare con profitto in Ucraina – costa ai difensori tra le venti e le ventotto volte quanto è costato all’Iran produrlo. Una sperequazione che rasenta l’assurdo economico: gli emiri stanno impiegando “Ferrari per intercettare biciclette elettriche”, ha spiegato un analista politico in questi giorni, mentre Teheran, forte di costi di produzione irrisori, può permettersi di saturare i cieli con sciami di droni e missili balistici dal rapporto costo-efficacia semplicemente impareggiabile.
La stima dell’analista Kelly Grieco dello Stimson Center è impietosa: come già accennato, per ogni dollaro speso dall’Iran in droni, gli Emirati ne hanno spesi tra i venti e i ventotto per abbatterli. Un’emorragia finanziaria che, moltiplicata per le centinaia di intercettazioni vantate dai governi locali, porterebbe il conto complessivo per Abu Dhabi a superare i due miliardi di dollari in pochi giorni. Non solo, c’è più di un motivo anche per dubitare che i numeri diffusi dai ministeri della Difesa del Golfo corrispondano alla realtà sul campo.
La tentazione di gonfiare le percentuali di successo è, per usare un eufemismo, pratica consolidata in ogni conflitto che si rispetti. La prassi bellica insegna che per abbattere un missile si impiegano almeno due o tre intercettori: anche volendo accettare per buone le cifre ufficiali, il conto lieviterebbe a tal punto da mettere in discussione la sostenibilità stessa dello sforzo difensivo. Cifre quasi certamente sovrastimate, insomma, che servono allo scopo prioritario di rassicurare le opinioni pubbliche locali e, soprattutto, i mercati petroliferi internazionali, ipersensibili a qualsiasi turbolenza nella regione che produce il greggio da cui dipende mezzo pianeta.
Ma al di là dei numeri di facciata, ciò che realmente conta sono gli equilibri che si vanno delineando dietro le quinte. E qui la farsa lascia il posto a qualcosa di molto più simile a un dramma per gli alleati storici degli Stati Uniti. Secondo quanto riportano fonti occidentali e persino ex funzionari americani, Washington starebbe facendo orecchie da mercante di fronte alle pressanti richieste dei paesi del Golfo di rifornire gli arsenali di intercettori, ormai pericolosamente vicini all’esaurimento. Le scorte di missili Patriot e Thaad, che richiedono anni per essere prodotte e assemblate, si stanno assottigliando a vista d’occhio, e la macchina bellica industriale americana non riesce a tenere il passo. Il problema è che Stati Uniti, Israele e monarchie del Golfo attingono tutti alle stesse linee di produzione: un collo di bottiglia che rischia di trasformarsi in una tagliola.
La situazione è talmente paradossale che, mentre i lanciatori antiaerei nei dintorni di Dubai continuano a vomitare fuoco contro minacce che non accennano a diminuire, alcuni stati del Golfo che hanno messo a disposizione basi aeree per le operazioni statunitensi si sono sentiti rispondere con vaghe rassicurazioni quando hanno chiesto garanzie sulla loro stessa difesa. Il messaggio che arriva da Washington, filtrato da dichiarazioni informali e incontri riservati, è che di nuovi rifornimenti non se ne parla, almeno nel breve termine: tutto quello che poteva essere prodotto nei mesi scorsi è già stato sparato nei primi giorni di conflitto. Un ex funzionario americano citato dalla testata on-line Middle East Eye è stato lapidario: qualunque munizione fosse stata prodotta recentemente, ne abbiamo sparata l’equivalente di anni di produzione in pochi giorni.
Nel frattempo, dall’altra parte dello schieramento, l’Iran massimizza i suoi vantaggi produttivi. La strategia di attrito finanziario, già sperimentata con successo dai russi in Ucraina, sta producendo i suoi frutti. I droni Shahed costano poche migliaia di dollari, sono facili da produrre in massa e possono essere lanciati a grappoli per saturare le difese. I missili balistici, più costosi, vengono impiegati con parsimonia per colpire obiettivi strategici. Ma soprattutto, Teheran sa che il tempo gioca a suo favore. Prima o poi le difese nemiche rimarranno a secco, e a quel punto anche un drone da diecimila dollari potrà fare danni da miliardi colpendo un impianto di liquefazione del gas o una raffineria.
Israele, che pure ha annunciato di aver distrutto metà dei lanciatori di missili balistici iraniani, ammette sottotraccia di essere a corto di intercettori Arrow 3. Gli Stati Uniti stanno consumando Tomahawk e missili aria-superficie a un ritmo insostenibile. E i paesi del Golfo, che hanno speso fortune nei decenni passati per dotarsi dei più sofisticati sistemi antiaerei occidentali, scoprono ora che la vera guerra non si vince con la tecnologia, ma con la capacità di tenere il passo sul fronte della produzione industriale. Capacità che loro non hanno e che gli americani faticano a garantire.
La domanda, a questo punto, non è se l’Iran riuscirà a mettere in ginocchio le difese nemiche, ma quando. Perché se è vero che Israele e Stati Uniti possono contare su una logistica più articolata e su alleati disposti a sacrificarsi, è altrettanto vero che la guerra di logoramento ha le sue leggi ferree. Il Cremlino, dal canto suo, osserva con interesse: quello che succede nei cieli del Golfo è un banco di prova perfetto per affinare le tattiche da utilizzare domani contro le difese NATO in Europa.
Nei prossimi giorni si capirà se i numeri trionfalistici diffusi dalle capitali del Golfo reggeranno all’urto dei fatti o se, più probabilmente, la realtà della guerra economica imposta da Teheran comincerà a fare capolino tra le pieghe della propaganda. Per ora, i petro-stati possono continuare a illudersi di essere relativamente al sicuro sotto l’ombrello protettivo americano. Ma quando gli ultimi intercettori saranno esauriti e un drone Shahed da ventimila dollari riuscirà a centrare senza nessuna opposizione un serbatoio di petrolio da duecento milioni, allora forse qualcuno comincerà a chiedersi se ne sia valsa la pena. E a quel punto, come insegna la storia, potrebbe essere troppo tardi per cambiare strategia.

