Il golpe polacco
La feroce contesa politica tra il fronte governativo ultra-europeista e quello dell’opposizione nazionalista-sovranista in Polonia ha raggiunto livelli esplosivi nel fine settimana con il vero e proprio tentativo di golpe messo in atto dal primo ministro, Donald Tusk. Quello che appare come un braccio di ferro per il controllo della Corte Costituzionale è, a un livello più generale, anche e soprattutto un conflitto sulla natura stessa del potere e sugli interessi che lo sostengono, ovvero se lo strisciante totalitarismo dell’Unione Europea debba avere la priorità o meno sulla sovranità nazionale dei singoli paesi membri.
A differenza di quanto riportato dalla maggior parte dei media in questi giorni, il confronto tra il governo di Tusk, dominato dal suo partito Piattaforma Civica, e il partito PiS di opposizione, in merito al più alto tribunale polacco non è un evento recente ma risale almeno a una decina di anni fa. Una volta tornato al governo nel 2015, il PiS aveva subito bloccato l’insediamento di 5 giudici eletti dal governo uscente. Negli anni successivi, la nuova maggioranza populista aveva poi implementato una riforma radicale della giustizia, che includeva la modifica delle norme di elezione dei giudici della Corte Costituzionale, non più scelti dalla magistratura stessa ma dal Parlamento (Sejm). Ciò aveva permesso al governo guidato dal PiS di installare giudici di proprio piacimento. La questione sarebbe in seguito arrivata all’attenzione della giustizia europea, con sentenze di condanna della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo e della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, a cui il governo di Varsavia non si è mai adeguato.
Tornato al potere nel 2023, Tusk aveva iniziato semplicemente a ignorare i pareri della Corte Costituzionale, mentre nel marzo di quest’anno il Parlamento, controllato dalla coalizione che sostiene il suo governo ultra-europeista, aveva eletto sei nuovi giudici, così da ribaltare la maggioranza all’interno del supremo organo. Il presidente polacco, Karol Nawrocki, espressione del PiS, si era però rifiutato di ratificare la nomina di quattro di loro attraverso il giuramento davanti alla più alta carica istituzionale dello Stato, come previsto dalla legge. In parallelo, il presidente della Corte, Bogdan Święczkowski, aveva impedito ai cinque giudici nominati dal Parlamento di insediarsi. Per tutta risposta, i giudici scelti dal governo avevano organizzato una propria cerimonia, trasmettendo i rispettivi giuramenti al presidente.
Con il tribunale costituzionale di fatto sdoppiato, venerdì scorso è arrivato il colpo di mano di Tusk. La giudice della Corte, Anna Korwin-Piotrowska, evidentemente con una mossa coordinata assieme al primo ministro e al suo governo, ha emesso un ordine straordinario di sospensione della durata di un mese contro il presidente del tribunale, il già ricordato Święczkowski, e il suo vice, Bartłomiej Sochański. Questa misura, legalmente a dir poco discutibile, era stata anticipata dall’ingresso nell’edificio della Corte Costituzionale, sotto scorta delle forze di sicurezza, dei giudici nominati dal Parlamento nei mesi scorsi. La polizia ha poi immediatamente circondato l’edificio per impedire l’irruzione della folla di sostenitori del PiS radunatisi poco dopo.
Avuta notizia degli eventi, il presidente Nawrocki ha ordinato all’equipaggio del suo volo, che si stava dirigendo in Senegal per una visita di Stato, di invertire la rotta e tornare a Varsavia. Secondo alcune indiscrezioni circolate sui media, ci sarebbero stati tentativi di impedire l’atterraggio del presidente, ma l’ordine, sempre che sia stato effettivamente emesso, è stato disatteso. Nawrocki, dopo avere denunciato l’iniziativa del governo, ha visitato la Corte Costituzionale e annunciato consultazioni d’urgenza con tutti i partiti rappresentati in Parlamento. Il Partito Popolare Polacco (PSL), che fa parte della coalizione di Tusk, ha accettato l’invito e i suoi leader hanno rilasciato dichiarazioni moderatamente critiche verso le azioni del premier. Piattaforma Civica ha invece finora disertato i colloqui col presidente polacco.
Al momento, le forze di polizia continuano a presidiare l’edificio che ospita la Corte Costituzionale. Tusk, da parte sua, ha incassato il prevedibile appoggio delle autorità europee, ma ha assistito al surriscaldarsi del clima politico in Polonia. Messo chiaramente alle strette, il premier ha fatto ricorso alla propaganda, riferendosi orwellianamente alla necessità di “ristabilire la legge”, proprio mentre cercava di mandare in porto un golpe. Inoltre, e non poteva essere altrimenti, ha accusato un “esercito di bot russi” di avere favorito l’aggravarsi della crisi costituzionale in corso.
L’escalation si collega anche alle elezioni generali in calendario in Polonia nell’autunno del prossimo anno. La maggioranza attuale potrebbe essere sconfitta dal PiS e dai suoi alleati, almeno secondo quasi tutti i sondaggi, e l’iniziativa di Tusk appare perciò un tentativo disperato di recuperare consensi facendo credere di aver promosso una crociata legittima per ristabilire democrazia e diritto contro un’opposizione e un presidente “illiberali”. Alcuni osservatori hanno fatto notare inoltre come il controllo sulla Corte potrebbe tornare utile sia per penalizzare i rivali politici di Tusk sia per assecondare eventuali manovre dirette a interferire sull’esito del voto. Su un piano più ampio, il ritorno al potere della destra “sovranista” polacca segnerebbe una battuta d’arresto dei progetti antidemocratici di Bruxelles (e di Berlino) per subordinare sempre più gli interessi dei singoli paesi membri all’UE.
È interessante notare come, giusto un paio di giorni prima della spallata di Tusk, il leader storico del PiS, Jarosław Kaczyński, aveva rilanciato un tema caro al suo partito, vale a dire un piano di “riforma” dell’Unione per fermare la deriva centralizzatrice e la costante spinta verso il monopolio del potere dei burocrati non eletti di Bruxelles. Kaczyński sosteneva che vi erano concrete possibilità di invertire questa tendenza grazie all’ascesa al potere di governi della destra populista nelle elezioni che si terranno nei prossimi mesi in paesi importanti come Spagna e Francia, oltre che Polonia. L’ex primo ministro aveva anche lasciato intendere la possibilità di valutare l’uscita della Polonia dall’Europa in assenza di cambiamenti in questo senso. Se è indiscutibile che l’argomentazione di Kaczyński vada a toccare un nervo scoperto che ha a che fare con la crescente opposizione popolare verso l’UE in quasi tutti i paesi membri, va detto allo stesso modo che la disputa tra le due fazioni ha poche o nessuna implicazione realmente democratica per i cittadini europei.
Dietro agli slogan della “sovranità” e degli interessi nazionali della destra ci sono giochi di potere e calcoli ben precisi che si intrecciano, tra l’altro, con gli obiettivi geopolitici delle diverse sezioni delle classi dirigenti europee, ma anche questioni che si rifanno alle priorità dei vari settori delle élites economico-finanziarie o alle scelte relative ai canali di approvvigionamento di armi, sempre più importanti alla luce del processo di militarizzazione in atto nei paesi NATO. Il PiS è a questo proposito tradizionalmente vicino agli ambienti “MAGA” trumpiani negli Stati Uniti, a differenza del filo-europeista e alleato di ferro della Germania Tusk. Le posizioni di politici come Nawrocki e Kaczyński riflettono dunque anche le mire strategiche di Washington, da dove viene vista con favore un’Europa divisa e con ogni paese membro che difende i propri interessi nazionali, piuttosto che un soggetto centralizzato, in larga misura dominato da Berlino, capace di imporre le decisioni ai singoli governi.
Tutto ciò si ricollega a sua volta alla disputa attorno al controllo della Corte Costituzionale polacca, in primo luogo perché questo organo ha il potere di stabilire se le leggi domestiche debbano prevalere o meno su quelle europee. E, nella composizione attuale, ovvero quella stravolta dal tentato golpe del governo Tusk, i giudici si sono espressi in prevalenza a favore della prima opzione.
La vicenda polacca conferma infine per l’ennesima volta come l’ormai logora retorica infarcita di riferimenti a “diritto” e “democrazia” dell’Europa e dei governi europeisti sia facilmente adattabile alle circostanze e dipenda dagli obiettivi politici del momento. Bruxelles aveva infatti condannato e penalizzato sul piano finanziario Varsavia per via dell’involuzione anti-democratica dei governi guidati dal PiS, mentre questi problemi si sono magicamente dissolti una volta che Tusk e i suoi alleati sono tornati al potere. Anche quello che appare molto simile a un golpe giudiziario, ovvero l’occupazione della Corte Costituzionale e la rimozione del suo presidente, è salutata così dall’Europa come un gesto di democrazia che, come tale, giustifica anche il ricorso alle maniere forti.
Quel che è certo è che la carta dello spauracchio del Cremlino nell’ennesima crisi pilotata da Bruxelles appare difficilmente spendibile in uno scenario che vede opposti due campi irriducibilmente russofobi. Entrambi gli schieramenti condividono infatti gli stessi obiettivi geopolitici, sia pure differenziandosi in parte sul piano tattico e nell’approccio alla questione dei rapporti con l’Europa. Di conseguenza, al di là della fazione che uscirà “vincitrice” dallo scontro esploso in questi giorni, non c’è da aspettarsi alcun cambiamento significativo riguardo, ad esempio, alla NATO o alla guerra in Ucraina. La Polonia, in altre parole, continuerà a rappresentare, almeno nelle intenzioni, l’ultimo avamposto di USA e Europa in previsione della guerra che si sta preparando contro la Russia.

