Il Golfo frena: investimenti USA a rischio
La guerra contro l’Iran scatenata da Donald Trump insieme a Israele sta producendo effetti che vanno ben oltre il piano militare, iniziando a colpire direttamente gli equilibri finanziari globali e, in particolare, il cuore dell’economia statunitense. Secondo quanto emerso da fonti finanziarie e riportato anche da Drop Site News, i principali fondi sovrani del Golfo starebbero rivedendo in profondità la loro esposizione negli Stati Uniti, con un processo di revisione degli investimenti che minaccia di innescare una dinamica potenzialmente destabilizzante per settori chiave come media e intelligenza artificiale.
Uno dei dossier più sensibili riguarda la maxi fusione tra Paramount, Skydance e Warner Bros. Discovery, un’operazione da oltre 100 miliardi di dollari sostenuta in larga parte da capitali provenienti da Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. L’accordo, annunciato a fine febbraio 2026, è stato immediatamente travolto dal mutato contesto geopolitico, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran e la conseguente risposta di Teheran contro infrastrutture strategiche nei paesi del Golfo che ospitano basi americane.
In questo scenario, il ruolo del fondo sovrano del Qatar (Qatar Investment Authority) è emblematico. Il fondo ha rinviato decisioni cruciali sull’operazione e avviato una revisione complessiva della propria strategia di investimento negli Stati Uniti. Tuttavia, un eventuale ritiro non può essere deciso unilateralmente: una mossa del genere verrebbe interpretata come un atto politico ostile nei confronti di Washington e Tel Aviv, motivo per cui Doha attende segnali da Riyadh prima di prendere qualsiasi decisione definitiva.
Il nodo, infatti, non è soltanto economico ma profondamente politico. I fondi sovrani del Golfo si trovano stretti tra la necessità di proteggere i propri “asset” — oggi esposti a possibili ritorsioni iraniane — e il rischio di compromettere relazioni strategiche con gli Stati Uniti. Questa ambivalenza si riflette in un atteggiamento attendista, che però non esclude un progressivo disimpegno, destinato a manifestarsi in modo graduale e poco visibile.
Le prime avvisaglie di questo ripensamento erano già emerse all’inizio di marzo, quando il Financial Times aveva riportato che Arabia Saudita, Qatar, Emirati e Kuwait stavano valutando la possibilità di rivedere o cancellare alcuni investimenti, anche attraverso l’attivazione di clausole di forza maggiore. Una scelta dettata dall’aumento dei costi legati al conflitto e dall’incertezza crescente sui mercati energetici e finanziari.
Se il caso Paramount rappresenta la punta dell’iceberg, la questione più ampia riguarda l’intero modello di crescita dell’economia statunitense, sempre più dipendente dai capitali del Golfo. Negli ultimi anni, gran parte dello sviluppo nel settore dell’intelligenza artificiale — inclusa la costruzione di data center e infrastrutture digitali — è stato finanziato proprio da questi investitori. Una dinamica che ha contribuito in modo decisivo alla crescita del PIL americano.
Secondo stime economiche, oltre il 90% della crescita registrata nella prima metà del 2025 è stata trainata da investimenti legati all’intelligenza artificiale. Tuttavia, questo modello appare oggi fragile, perché fondato su flussi di capitale che potrebbero ridursi drasticamente. Se i fondi del Golfo dovessero ridurre o ritirare del tutto i propri investimenti, le conseguenze per l’economia statunitense sarebbero immediate e profonde.
Le grandi aziende tecnologiche, i cosiddetti “hyperscalers”, dispongono di risorse sufficienti per assorbire eventuali shock. Ma il problema riguarda soprattutto il livello intermedio dell’ecosistema tecnologico: startup, aziende emergenti e progetti infrastrutturali che dipendono in larga misura da finanziamenti esterni. Senza il sostegno del Golfo, molti di questi attori rischiano di non sopravvivere.
A complicare ulteriormente il quadro vi è il deterioramento dei rapporti tra Washington e Riyadh, alimentato anche dalle recenti uscite pubbliche di Trump nei confronti del principe ereditario Mohammed bin Salman. Dichiarazioni giudicate offensive e umilianti in ambienti sauditi hanno contribuito a incrinare una relazione già messa alla prova dal contesto geopolitico, introducendo una componente emotiva nelle decisioni strategiche dei fondi sovrani.
Non a caso, nello stesso contesto, il fondo sovrano saudita ha annunciato una riduzione del 15% degli investimenti, segnalando un cambio di rotta che potrebbe avere effetti a catena su numerosi progetti internazionali. Anche figure vicine all’amministrazione americana, come Steve Bannon, hanno contribuito ad alzare i toni, aggravando ulteriormente il clima di tensione.
Nel frattempo, l’incertezza si estende anche al settore energetico, con implicazioni dirette per l’Europa e per gli stessi Stati Uniti. Washington punta a esportare gas naturale liquefatto verso il mercato europeo, ma lo stesso gas è essenziale per alimentare i data center necessari allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Una contraddizione strutturale che evidenzia la mancanza di una strategia coerente.
A ciò si aggiungono rischi legati alla disponibilità di risorse critiche, come l’elio, fondamentale per molte applicazioni tecnologiche avanzate. Anche in questo caso, la guerra introduce elementi di instabilità che potrebbero rallentare o compromettere lo sviluppo di interi settori industriali.
Paradossalmente, diversi attori globali sembrano avere interesse a prolungare il conflitto. Russia e Cina traggono vantaggio da un indebolimento dell’economia occidentale, mentre gli stessi equilibri regionali nel Golfo stanno cambiando, con alcuni paesi che riescono a compensare le perdite grazie all’aumento dei prezzi energetici. In questo contesto, la de-escalation appare tutt’altro che scontata.
Il risultato è una crescente incertezza che investe mercati, investimenti e relazioni internazionali. Anche senza decisioni clamorose, il progressivo disimpegno dei fondi del Golfo rischia di produrre effetti significativi nel medio periodo, ridisegnando le mappe del potere economico globale.
In definitiva, le conseguenze della guerra contro l’Iran iniziano a manifestarsi ben oltre il campo di battaglia, colpendo direttamente gli interessi economici degli stessi Stati Uniti. Per un’amministrazione come quella di Trump, poco incline a farsi vincolare da considerazioni legali o umanitarie — comprese le accuse di crimini di guerra che apertamente respinge — potrebbe essere proprio l’accumularsi di questi costi economici a rappresentare l’unico fattore in grado di spingere verso una possibile via d’uscita dal conflitto.

