I confini incerti della guerra
Oltre ai danni economici, che come in tutte le guerre intraprese dagli Stati Uniti vengono pagati da Europa e petro-monarchie del Golfo, l’aggressione all’Iran della coalizione Epstein ha scompaginato equilibri che sembravano assodati. Si va verso un generale rimescolamento di carte sia sul piano militare che su quello politico. Che nasce da un errore di fondo: l’idea che un Paese come l’Iran possa essere ridotto a colonia, che si regga solo stretto tra una repressione insostenibile e un dissenso improponibile.
Il regime teocratico di Teheran non gode di stima diffusa: non ha tifosi, al massimo nemici e spettatori interessati. I pur straordinari risultati in termini emancipatori del sistema socio economico, che fa del Paese un soggetto diverso da quelli tribali in voga nella regione, non ha peso specifico nel momento in cui si deve decidere come rapportarsi. Nella valutazione generale che precede il “cosa, come e perché” manca sempre un giudizio complessivo sul Paese e sulla sua popolazione che, in grande maggioranza, sostiene il sistema.
Nessuna indagine sulle cause storiche e, soprattutto, nessuno sforzo per riconoscerne il diritto all’autodeterminazione, come sempre avviene quando questa, ovunque nel mondo, entra in rotta di collisione con gli affari dell’Occidente. D’altra parte nessuno può dirsi indifferente o addirittura compiaciuto di fronte ad un governo autoritario che si poggia sulla centralità teocratica e sulla menomazione dei diritti civili, in particolare di quelli delle donne. Ma francamente assistere all’indignazione permanente di chi invece ignora o celebra l’Arabia Saudita e le petro-monarchie o la Turchia – sistemi ben più autoritari e ad indole repressiva – alza la labirintite della politica viziata dagli affari e inficia qualunque professione di equilibrio nel ragionare.
La demonizzazione dell’Iran riempie lo scenario. A giorni alterni i diritti umani si trasformano in royalties e nell’opera sistematica di denigrazione mediatica che lo descrive come un luogo medievale, ci si dimentica che fu un impero con 3000 anni di storia, che ha scritto la prima dichiarazione dei diritti umani, del Cilindro di Ciro il Grande custodito al Palazzo di Vetro dell’Onu, e del simbolo “X” nelle equazioni di primo e secondo grado. Non stiamo parlando dell’Ucraina, stato proxy di interessi bellici, ma di un’identità culturale autonoma ed una influenza politica che viene da lontano e che non sembra poter finire sull’aggiornamento dell’indice Brent.
Doveva essere una passeggiata, stando alle smargiassate di Trump, ma si è rivelata tutto fuorché tale. Sul piano militare è la fine della narrazione hollywoodiana per la quale gli Stati Uniti, insuperabili militarmente (pur se mai vittoriosi negli ultimi 70 anni), garantiscono l’intoccabilità dei loro alleati e il castigo dei nemici. La reazione di Teheran ha colpito infatti tutte le basi statunitensi e alcuni centri di estrazione e raffinazione petrolifera nell’area del Golfo Persico. Messaggio chiaro: se prestate il vostro territorio alle basi dalle quali ci attaccano, vi consideriamo, a ragione, un obiettivo militare.
I danni materiali sono considerevoli, soprattutto per quanto riguarda gli EUA e il Qatar, ma anche l’impatto psicologico degli ordigni su Dubai, mecca del turismo d’élite ora rivelatasi trappola da dove è meglio uscire, ha un peso nella valutazione delle conseguenze dell’aggressione. Non solo sono andate distrutte edificazioni costati ognuna decine di milioni di Dollari e sistemi difensivi costati dieci volte di più, ma quel che è più grave è che la rete difensiva statunitense, privata dei suoi appoggi logistici, ha dovuto ritirare dal conflitto la portaerei Abraham Lincoln, colpita dai droni iraniani sin dalle prime ore e maldestramente nascosto all’opinione pubblica internazionale.
L’Iran ha confermato di essere all’avanguardia nella fabbricazione di droni a basso costo e ad alta precisione: gli Shaled (in persiano “Martire”), con i quali Teheran ha inferto colpi durissimi; sono droni suicidi che costano poco, possono attaccare in massa e saturare le difese antiaeree, esaurire le scorte di munizioni di questi sistemi e colpire a centinaia di chilometri di distanza. Anche un Thaad (sistema difensivo ad altissima tecnologia che costa 1,5 miliardi di Dollari), è stato colpito da uno Shahed, negli Emirati. Un’arma da massimo 60 mila dollari contro una da 1,5 miliardi. I super radar, colpiti anch’essi, costano 1,1 miliardi l’uno. Pagati in Dollari dagli emiri e ora anche in figuracce dagli USA.
Insomma gli stati del Golfo hanno utilizzato i costosi missili Patriot per difendersi dalle ondate di droni iraniani, imparando a loro spese come sganciare un’arma da milioni di dollari per abbatterne una da poche migliaia sia un’operazione poco razionale, sia in termini di protezione di vite umane che da un punto vista economico. Come già in Ucraina e diversamente da quel che si spaccia mediaticamente tramite un giornalismo arruolato che deve nascondere o almeno manipolare, difendersi costa molto più che attaccare.
Questa guerra, nonostante le sbruffonate di Trump che ricorre quotidianamente ad un arsenale di menzogne e contraddicendosi apertamente con sfacciataggine e volgarità, ha cambiato a molti la percezione dell’Iran. Altro che poveri mullah in turbante, donne velate e pistacchi. C’è un esercito di ingegneri, tecnici e ufficiali e una catena di comando diffusa con alta qualità operativa. C’è, a fronte di un racconto dei soliti liberatori che esportano la democrazia con i bombardieri, un Paese che da trent’anni si aspettava di essere attaccato ed ha avuto tutto il tempo, nonostante la mancanza di risorse, per prepararsi a respingere l’aggressione.
A questo si aggiunge il dato meramente politico che attiene alla situazione politica nella Regione: davvero, vista oggi, quest’alleanza tra le petro-monarchie del Golfo e Stati Uniti conviene? Il messaggio inviato da Teheran, che chiede scusa per aver dovuto colpire le basi USA nei diversi paesi del Golfo (voleva colpire le basi USA dalle quali partivano gli attacchi), pare sollecitare riflessioni. In primo luogo in Arabia Saudita, dove la guerra ha fatto saltare il tavolo diplomatico costruito meticolosamente negli ultimi anni all’insegna del multilateralismo. Fondatosi sul dialogo con Teheran, rinato grazie agli sforzi diplomatici cinesi e, contemporaneamente, alle aperture verso Israele (Accordi di Abramo, investimenti in innovazione tecnologica, cooperazione di difesa durante gli attacchi iraniani, gestione della ricostruzione di Gaza). Bin Salman bilancia riaffermando la partnership stretta con Washington sul piano militare ed economico, ma intrecciando anche relazioni energetiche e tecnologiche sempre più importanti con Pechino. Ma ora la coperta si è fatta corta.
Quelli che potrebbero sembrare dei rapporti incrociati e contraddittori, sono il punto chiave della strategia di Bin Salman, che continua ad essere nemico religioso e competitor politico di Teheran, alleato insincero di Washington e che guarda con sospetto Tel Aviv. Ma l’obiettivo è consolidare il regno in un hub economico, logistico e tecnologico regionale. Tutto in forza del convincimento che in quella regione si possa campare con turismo, commercio e finanza. Forse da ora le priorità andranno riviste e le alleanze storiche andranno ripensate.
Oggi, allinearsi apertamente con Washington – anche per necessità dei sistemi di difesa aerea americani – significherebbe di fatto avvicinarsi anche a Israele, vista la sovrapposizione ideologica e operativa dei due paesi. E questa è una scelta con un costo politico e di immagine altissimo e forse insostenibile davanti a opinioni pubbliche arabe che osservano lo Stato Ebraico che non si ritira dalla Striscia di Gaza, ma avanza nel processo di occupazione della Cisgiordania e prepara un’invasione di terra nel sud del Libano. Pensare di ritirare fuori dal closet gli Accordi di Abramo è fantasia nera; più probabile che, sotto il tavolo, Bin Salman tenti di sostituirsi all’Iran nelle forniture alla Cina. Forniture già peraltro sostanziose e pagate in Yuan, con buona pace del Dollaro, ormai a rischio di tramutarsi in piano B. Sarebbe il peggior rinculo possibile per gli USA e ottenuto grazie alle armi del Pentagono.
Israele dal canto suo non gode certo di un aumento dell’empatia internazionale (come succede ai genocidi) e cerca di approfittare della contingenza: oltre a rinnovare la sua furia contro la popolazione civile in Iran, Gaza e Libano, cerca la massima estensione territoriale del conflitto, per far scattare l’annessione de facto della Cisgiordania mettendo la comunità internazionale di fronte al fatto compiuto.
Nessuno ha ragionevoli ipotesi circa la durata di questa guerra. Trump minaccia di invadere via terra ma sa che non è nemmeno pensabile, dunque prova a cercare ogni frattaglia dell’area – dai famosi kurdi ai meno famosi azeri – disposti a morire per lo zio Sam, il quale però non è più in grado nemmeno di pagare per il disturbo o di promettere causa manifesta insolvenza politica.
Nulla fa presagire che si possa trovare a breve uno sbocco diplomatico e le elezioni di mid-term negli USA sono ancora troppo lontane, mentre i file di Epstein sono pericolosamente vicini. Distruzione e distrazione di massa sono irrinunciabili. L’Iran dovrà cavarsela da solo o con l’aiuto dei pochi amici che ha. Il Diritto Internazionale resta in pausa prolungata e silenziosa, effetto del coma irreversibile in cui versa.

