Giappone, la tentazione della guerra
Decine di migliaia di giapponesi hanno protestato domenica nella sola Tokyo contro i piani del governo conservatore della premier, Sanae Takaichi, per emendare la Costituzione pacifista del paese estremo-orientale. Appena due settimane fa era stato cancellato quasi del tutto il divieto di esportare armamenti “letali” prodotti in Giappone, facendo registrare un ulteriore passo nel processo di militarizzazione in corso ormai da svariati anni. Con una situazione internazionale sempre più calda e un governo di fatto allineato alle priorità strategiche di Washington in Asia orientale, la classe dirigente nipponica sta intensificando gli sforzi per far digerire una definitiva svolta militarista a una popolazione che resta invece in larga misura orientata al pacifismo e, ancora di più, maggiormente interessata a un aumento della spesa sociale piuttosto che di quella destinata ai preparativi per future guerre.
Domenica 3 maggio ricorreva in Giappone la festa della Costituzione e il primo ministro ha pensato bene di celebrarla ribadendo la necessità di stravolgerne la natura. Oltre alle manifestazioni in difesa della Costituzione, sono andate in scena anche assemblee e incontri pubblici di partiti e organizzazioni favorevoli alle modifiche. A uno di questi ultimi è intervenuta in videoconferenza la stessa Takaichi per ribadire l’esigenza di “aggiornare periodicamente [la carta costituzionale] in base alle necessità richieste dai tempi”. La premier si è anche impegnata a “spiegare dettagliatamente al pubblico potenziali emendamenti”, mentre il suo partito Liberal Democratico avvierà un dibattito in parlamento con l’obiettivo di raccogliere un ampio consenso politico.
Per modificare la Costituzione giapponese è necessario il voto favorevole dei due terzi di entrambe le camere del parlamento (Dieta) e la successiva ratifica referendaria a maggioranza semplice. I sondaggi più recenti indicano dati contrastanti in base al contenuto dei cambiamenti proposti, ma in genere un ampio consenso per il mantenimento del carattere pacifista della carta entrata in vigore nel 1947 e scritta di fatto dagli Stati Uniti durante l’occupazione seguita alla Seconda Guerra Mondiale.
Domenica, almeno 50 mila manifestati si sono riuniti in un parco della capitale per chiedere che la Costituzione resti invariata. In decine di altre città giapponesi si sono tenuti eventi simili con svariate migliaia di partecipanti. Il tema ricorrente è stato la salvaguardia in particolare dell’articolo 9, che vieta al Giappone di avere un esercito e di ricorrere alla guerra come strumento per risolvere le dispute internazionali. Molti dimostranti hanno ricordato come proprio grazie a questo articolo il governo di Tokyo abbia declinato la recente richiesta americana di partecipare alla guerra di aggressione contro l’Iran. Singolarmente, lo scorso mese di marzo la premier aveva invece espresso un certo rammarico per i vincoli costituzionali che impedivano l’invio di un contingente militare nipponico in Medio Oriente.
Il Giappone dispone in realtà di proprie forze armate. Ciò è possibile perché queste ultime sono ufficialmente definite “Forze di Auto-Difesa”. Come tali hanno comunque più limiti rispetto a un normale esercito. Queste restrizioni sono percepite da tempo dalla gran parte della classe politica indigena come intollerabili, in quanto limitano le possibilità di partecipare o dichiarare guerre in un quadro globale che, sempre più, impone l’accaparramento anche con la forza di risorse e mercati per il capitalismo giapponese.
Come anticipato all’inizio, lo svuotamento dello spirito pacifista della Costituzione è un processo già in atto, in sostanziale violazione delle norme che ne definiscono i procedimenti di modifica. Ad aprile era stata emessa un’autorizzazione all’esportazione di qualsiasi tipo di armamenti, sia pure limitatamente a 17 paesi con cui Tokyo ha sottoscritto accordi per il trasferimento di equipaggiamenti e tecnologia militare. In precedenza, il Giappone poteva esportare solo materiale che rientrava in una manciata di categorie “non letali”, come “sorveglianza” e “trasporti”.
Il divieto era stato introdotto nel 1967 e poi ampliato nel 1976, anche se eccezioni erano state stabilite riguardo ai trasferimenti di tecnologia militare agli Stati Uniti. Il via libera alla vendita di armi “non letali” venne introdotto nel 2014 dal governo di Shinzo Abe, mentre nel 2023 l’allora premier Fumio Kishida avrebbe consentito l’esportazione di armi di qualsiasi genere a quei paesi che di queste ultime detengono il brevetto. Un’eccezione che ha ad esempio permesso a Tokyo di consegnare batterie di Patriot agli USA, poi finiti in dotazione dell’Ucraina per essere usati contro la Russia.
Queste iniziative e la stessa offensiva politica per cambiare la Costituzione vengono spesso ricondotte all’imperativo per il Giappone di essere in grado di far fronte alle minacce che incomberebbero per la propria sicurezza nazionale, se non per la sua stessa sopravvivenza. Politici e media ufficiali citano con frequenza le “minacce” di Corea del Nord e Cina. Minacce, quelle di questi ultimi paesi, che sono tuttavia tali sono in relazione alle manovre degli Stati Uniti e dei loro alleati asiatici per isolarli, contenerli e indebolirli.
La questione di Taiwan è un altro elemento cruciale di questa strategia. Poco dopo essere stata nominata alla guida del governo, la premier Takaichi lo scorso autunno aveva dichiarato pubblicamente che il Giappone intende prendere parte a un’eventuale guerra a fianco di Washington in caso di attacco cinese contro Taiwan. Parole che confermano come il primo obiettivo del rinnovato militarismo nipponico sia appunto la Cina. Da Pechino, inevitabilmente, erano arrivate accese proteste e altre dichiarazioni di condanna sono arrivate ad aprile dopo il via libera di Tokyo alle esportazioni di armi “letali”.
L’accelerazione militarista giapponese e l’insistenza sulla necessità di cambiare la Costituzione stanno avvenendo non a caso in un frangente storico come quello attuale. Le pressioni dell’amministrazione Trump sugli alleati per aumentare il livello delle spese militari e la richiesta più o meno esplicita di allinearsi a Washington nei preparativi di una futura guerra con la Cina spingono il governo di Tokyo a muoversi per liquidare i vincoli pacifisti della carta costituzionale. L’opposizione popolare a questi cambiamenti fa però in modo che ci si debba muovere con cautela, puntando sulla propaganda e amplificando le presunte minacce esterne.
La lunga marcia giapponese verso il ritorno al militarismo spinto rischia in ogni caso di sollevare più di un sospetto a Washington e di generare divisioni crescenti, quanto meno nel medio o lungo periodo. La potenziale ricostruzione di capacità militari da grande potenza implica infatti il perseguimento di obiettivi e interessi autonomi, non necessariamente assoggettati a quelli americani. Basti pensare ai fatti che portarono alla Seconda Guerra Mondiale. Precisamente a queste inquietudini si ricollega il post pubblicato nel fine settimana dall’ambasciata USA a Tokyo in occasione della festa della Costituzione.
Nonostante Trump sia più volte andato all’attacco per il mancato contributo militare alla guerra in Iran o per i livelli insufficienti di spese militari, su X i diplomatici americani di stanza in Giappone hanno celebrato la carta costituzionale del 1947 come garanzia “della sovranità popolare, del rispetto dei diritti umani e del pacifismo”. Un documento, proseguiva il post, decantato anche “dal generale MacArthur nelle sue memorie”, in quanto elemento fondante “della società giapponese per 79 anni… senza essere mai stato modificato”.

