Fairford, il terrore senza bombe
L’episodio altamente sospetto che ha interessato domenica scorsa una base militare britannica utilizzata dagli Stati Uniti sembrava destinato a essere messo da parte come un crimine comune dopo la diffusione di dettagli che smentivano l’allarme iniziale per un possibile attacco terroristico. Dopo alcuni giorni dai fatti, invece, i leader dei governi di Israele, Stati Uniti e Regno Unito hanno dato segnali dell’intenzione di sfruttare l’incidente per i rispettivi interessi geopolitici, in larga misura collegati alla guerra di aggressione contro l’Iran. Dopo Trump e il primo ministro Burnham, è stato il premier-criminale di guerra israeliano Netanyahu a intervenire sulla vicenda, lasciando intendere che su di essa vi sia un’impronta iraniana e che, guarda caso, i servizi di intelligence dello stato ebraico avevano avvertito i colleghi britannici circa i rischi di possibili operazioni simili pianificate dalla Repubblica Islamica.
Era stato in verità lo stesso Burnham a citare in precedenza l’ipotesi della regia iraniana. Mercoledì, il primo ministro era intervenuto pubblicamente sull’argomento, spiegando come fossero emerse “forti indicazioni che Teheran abbia svolto un ruolo in ciò che è accaduto nel fine settimana alla base RAF di Fairford”. Burnham aggiungeva tuttavia che si tratta di un’indagine di polizia “complessa e ancora in corso”. Il leader laburista teneva infine a precisare che gli inquirenti e il suo governo stanno “lavorando a stretto contatto con i colleghi americani”. Quest’ultima osservazione si collega all’irritazione a malapena celata da Trump e dal segretario di Stato Rubio per la gestione ritenuta troppo frettolosa e superficiale del caso da parte delle autorità britanniche.
Anche credendo che i governi coinvolti agiscano in buona fede, se si considerano i fatti come sono stati resi pubblici, le probabilità che si sia in presenza di un tentato crimine con implicazioni più ampie di un furto comune sono molto scarse. In tutti i casi, la fretta con cui Washington, Londra e Tel Aviv hanno puntato il dito contro l’Iran, senza attendere lo sviluppo delle indagini e in assenza di una sola prova, è a dir poco sospetta. Il tutto era comunque iniziato nella notte tra sabato e domenica, quando una coltivatrice del Gloucestershire, dove si trova la base di Fairford, di ritorno da una festa con la sua auto si era imbattuta in tre furgoni bianchi che ostacolavano il passaggio lungo la strada che conduce alla sua abitazione.
La donna aveva invertito la direzione di marcia per imboccare una via alternativa e a un certo punto aveva osservato alcuni individui – più di cinque – mascherati e incappucciati, che si erano poi rapidamente dispersi. Era allora seguita una telefonata alla polizia della contea che, in maniera decisamente insolita, era intervenuta in pochi minuti con il supporto di un elicottero. Cinque uomini, tutti ventenni londinesi, sono stati così arrestati mentre si trovavano a circa 300 metri dal perimetro della base militare. In seguito è sembrato che l’arrivo così tempestivo fosse dovuto a un particolare curioso e difficilmente collegabile a un caso di “terrorismo”. Uno dei cinque arrestati aveva cioè egli stesso chiamato la polizia poco meno di un’ora prima della telefonata della coltivatrice locale.
L’area adiacente alla base era stata subito dichiarata “off limits” e, addirittura, più di 80 famiglie di residenti fatte allontanare. Personale specializzato delle forze di sicurezza aveva poi esaminato i tre furgoni, che portavano il marchio di una società esistente di trasporto carburanti, alla ricerca di esplosivo. Già nella giornata di domenica, Burnham aveva convocato una riunione dell’unità speciale di crisi del governo (COBRA) per discutere dell’episodio. Un evento piuttosto raro quest’ultimo, che testimonia del peso dato da Londra alla vicenda. Intanto, i cinque sospettati erano stati messi in stato di fermo con gravi accuse, tra cui quella di terrorismo.
Da qui, i fatti hanno preso però una piega diversa. Sui mezzi sequestrati ai cinque individui non è stata rinvenuta la presenza di esplosivo, ma solo alcuni contenitori in plastica vuoti, ad eccezione di uno con una certa quantità di benzina. Il tentativo di alimentare il panico con la versione dell’attacco terroristico sventato è infine crollato nel pomeriggio di lunedì dopo che i cinque arrestati sono stati rilasciati senza cauzione, anche se con restrizioni ai loro movimenti.
Come hanno subito fatto notare svariati esperti in ambito della sicurezza, le accuse iniziali sono state lasciate cadere perché non giustificate dai rilievi effettuati e dalle evidenze raccolte dalle prime indagini. La legge britannica consente una detenzione preventiva fino a 14 giorni per i sospettati di terrorismo, ragione per cui non vi è una sola possibilità che qualcuno venga scarcerato dopo poche ore se vi sia anche solo un qualche elemento che lo colleghi a un crimine di questo genere. Tanto più da parte di un governo che dà una definizione molto ampia – e profondamente antidemocratica – di atto “terroristico”.
La storia si è subito complicata con l’intervento precoce di Donald Trump, che domenica aveva parlato apertamente di “complotto terroristico”. Soprattutto, il presidente americano aveva detto alla stampa che gli Stati Uniti stavano cooperando con Londra e che i servizi di intelligence americani “seguivano da molto tempo” gli arrestati. Trump aveva lasciato soltanto intendere che nel fallito attentato c’era probabilmente la mano dell’Iran. Più esplicito era stato invece, il giorno successivo, il ministro della Difesa britannico, Wes Streeting, il quale aveva assicurato che il Regno Unito non si sarebbe lasciato intimidire dalle minacce di Teheran, né avrebbe permesso che la Repubblica Islamica “detti la nostra politica estera”.
In definitiva, la versione più credibile della vicenda è che si sia trattato di un furto o tentativo di furto di carburante, visto che nell’area adiacente alla base della RAF molte abitazioni fanno uso di gasolio o altri combustibili per il riscaldamento, spesso conservati in bidoni che potevano essere quindi l’obiettivo dei cinque arrestati. Il fatto che siano stati rilasciati poco dopo il fermo conferma questa tesi. Giovedì, cioè il giorno successivo alle dichiarazioni di Burnham che hanno riproposto la pista iraniana, le forze dell’antiterrorismo hanno fatto sapere di avere arrestato un 27enne di origine iraniana, sospettato di avere partecipato alla progettazione di un attentato terroristico. Una seconda persona, un cittadino britannico di 26 anni, è stato invece interrogato dagli investigatori. Quello che potrebbe profilarsi è insomma un’accelerazione delle indagini verso la direzione prospettata dal governo e dalla Casa Bianca, nel quadro di un piano sotto la regia iraniana, con i cinque arrestati inizialmente che sarebbero stati forse utilizzati come pedine inconsapevoli.
Trump, da parte sua, aveva attaccato pesantemente le autorità britanniche a inizio settimana, dicendosi sorpreso del rilascio senza cauzione dei cinque giovani nella giornata di lunedì. Nel parlare con i giornalisti, il presidente americano aveva poi rilanciato sul possibile legame tra i fatti di Fairford e l’Iran, ma che maggiori informazioni sarebbero state rese note a tempo debito. Trump aveva anche ribadito che gli USA “sanno tutto” degli arrestati, ma fonti di polizia e di intelligence nel Regno Unito non avevano confermato questa tesi.
Proprio quando il disegno del complotto terroristico sembrava sul punto di cadere sono arrivate dunque le già ricordate dichiarazioni del premier britannico Burnham a proposito della Repubblica Islamica. Il governo di Londra e quello americano possono insistere su questa versione soprattutto perché la base militare in questione è utilizzata dai cacciabombardieri degli Stati Uniti per condurre operazioni contro l’Iran. Ciò è possibile grazie alla decisione dell’ex primo ministro Starmer che, dopo il rifiuto iniziale a partecipare alla guerra scatenata dall’amministrazione Trump, aveva concesso l’uso delle basi nel suo paese a patto che i velivoli americani che decollano da esse portino a termine solo “bombardamenti difensivi”. Vista la natura criminale della guerra di aggressione, questa eventualità risulta decisamente remota.
Tutte le indicazioni fanno pensare a un tentativo coordinato da parte di USA e Israele per fare pressioni su Londra affinché il governo di Burnham tenga una posizione più collaborativa sull’Iran. La scoperta di una trama terroristica organizzata dall’intelligence della Repubblica Islamica contro una base militare britannica sarebbe perciò l’evento ideale per un cambiamento di rotta nel quadro di un conflitto avversato dalla stragrande maggioranza della popolazione del Regno Unito. Per Netanyahu, inoltre, c’è l’occasione di denunciare le sterili iniziative prese dal governo laburista nelle scorse settimane contro gli insediamenti illegali in Cisgiordania. Nell’affermare, come accennato all’inizio, che i servizi israeliani avevano avvertito Londra di possibili attacchi terroristici per mano iraniana, Netanyahu ha indirettamente ammonito Burnham per essersi dedicato alla punizione dei coloni ebrei invece di prestare attenzione alle minacce iraniane.
Per quanto riguarda Downing Street, ci sono pochi dubbi che anche il governo laburista condivida in larga misura gli obiettivi strategici della guerra criminale lanciata da USA e Israele. Quello che ha finora consigliato un’attitudine relativamente cauta è appunto l’impopolarità dell’aggressione ingiustificata, ovvero i crimini di guerra commessi dai governi di Trump e Netanyahu dal 28 febbraio scorso. Il riferimento esplicito di Burnham all’Iran nella giornata di mercoledì per i fatti di Fairford indica tuttavia che l’approccio alla questione potrebbe cambiare. Se il caso resterà al centro dell’interesse dei media ufficiali nei prossimi giorni, verosimilmente con qualche sviluppo a “sorpresa” delle indagini, proprio come il nuovo arresto di giovedì, è probabile che sarà il segnale di un rimescolamento in corso delle posizioni sulla guerra in Iran da parte del Regno Unito.

