Criminali dei Caraibi

Che i bombardamenti mirati di questi mesi contro un numero imprecisato di imbarcazioni nelle acque dei Caraibi e del Pacifico orientale, condotti dalle forze armate americane, fossero crimini deliberati e privi di qualsiasi giustificazione, era apparso chiaro fin dalle prime operazioni autorizzate all’inizio di settembre. Alcuni dettagli raccapriccianti emersi nei giorni scorsi aggiungono però ulteriore materiale per una possibile incriminazione che, in un sistema anche solo minimamente democratico, dovrebbe riguardare almeno il presidente Trump e il segretario alla “Guerra”, Pete Hegseth. Una rivelazione pubblicata nel fine settimana dal Washington Post ha contribuito a riaccendere il dibattito su queste operazioni proprio mentre l’escalation militare nei confronti del Venezuela sembra avvicinare pericolosamente l’ennesima guerra di aggressione promossa dagli Stati Uniti.
L’articolo si basa su informazioni ottenute da fonti interne al Pentagono e all’amministrazione Trump in generale e si riferiscono alla prima della ventina di operazioni registrate nelle scorse settimane. Il 2 settembre, nel mirino delle forze americane al largo delle coste di Trinidad c’era una barca con a bordo 11 persone, ritenuta un obiettivo legittimo perché dedita, secondo la versione ufficiale, al trasporto di droga verso gli USA. Un primo missile aveva quasi distrutto il mezzo, innescando un gravissimo incendio, mentre i comandanti delle unità incaricate delle operazioni potevano seguire i fatti in diretta grazie alle immagini trasmette da un drone di sorveglianza. Dopo alcuni minuti, due sopravvissuti tra l’equipaggio erano riemersi dall’acqua cercando di aggrapparsi ai resti dell’imbarcazione per mettersi in salvo. A quel punto è stato lanciato un secondo missile che ha liquidato anche i due superstiti.
Questo secondo attacco, ha spiegato una delle fonti del Post, è da collegare all’ordine, emesso direttamente dal segretario Hegseth, di “uccidere tutti” coloro che si trovavano a bordo dell’obiettivo da colpire. La giustificazione ufficiale per questo genere di operazioni è appunto la minaccia che il narcotraffico rappresenterebbe per gli Stati Uniti e la sua popolazione. Del fatto che le imbarcazioni distrutte finora, con i quasi cento morti tra le persone che su esse viaggiavano, fossero effettivamente coinvolte nel trasporto di stupefacenti il governo americano non ha presentato finora una sola prova. Anzi, indagini giornalistiche successive hanno documentato che tra le vittime vi erano spesso persone estranee al mondo del narcotraffico, tra cui un autista di autobus e alcuni pescatori.
È evidentemente molto improbabile che imbarcazioni di piccola taglia nel mar dei Caraibi possano arrivare con il loro carico fino alle coste americane. Come hanno dimostrato tutte le indagini più autorevoli sul narcotraffico, le rotte verso nord passano inoltre per lo più via terra o attraverso le acque del Pacifico. Se, però, anche la versione della Casa Bianca e del Pentagono fosse accurata, non esiste nessuna giustificazione legale per distruggere i mezzi navali e assassinare i trafficanti a bordo. La legge americana e il diritto internazionale impongono misure come fermo e confisca, nonché l’eventuale arresto dell’equipaggio e un processo basato su prove reali.

Quello che invece Trump e Hegseth stanno facendo è distruggere imbarcazioni e uccidere impunemente quanti sono a bordo soltanto sulla base di informazioni di intelligence con ogni probabilità inventate per giustificare la militarizzazione delle acque del centro e sud America, con l’obiettivo immediato di deporre il legittimo governo di Nicolas Maduro in Venezuela. Per dare a questa campagna criminale una facciata pseudo-legale, il dipartimento di Giustizia americano ha prodotto un “memorandum” che dovrebbe garantire la legalità delle operazioni, proprio come fece l’amministrazione di George W. Bush all’indomani dell’11 settembre 2001 commissionando un famigerato documento che autorizzava l’uso delle tecniche di tortura negli interrogatori dei sospettati di terrorismo.
Dopo l’uscita dell’articolo del Washington Post, un’associazione nata qualche mese fa su iniziativa di un gruppo di “avvocati generali” (JAGs), cioè i giuristi del Pentagono che si occupano delle questioni legali all’interno delle forze armate, ha diffuso una dichiarazione che lascia pochi spazi alle interpretazioni circa le responsabilità di Hegseth, nonché dello stesso Trump. Il gruppo di esperti spiega che il segretario alla “Guerra” deve essere messo sotto accusa con uno di questi due capi d’accusa: omicidio o crimini di guerra.
Il governo americano ha definito la guerra che starebbe conducendo al narcotraffico come un “conflitto armato non internazionale”, ovvero non condotto contro un altro stato ma contro un’organizzazione armata. Trattandosi di un conflitto, spiegano i giuristi, è disciplinato dal diritto internazionale e l’ordine di uccidere i sopravvissuti all’attacco all’imbarcazione del 2 settembre scorso è quindi un crimine di guerra, anche se si dovesse accettare per legittimo il quadro (pseudo-)legale costruito dall’amministrazione Trump. Se invece non si considerano le operazioni nei Caraibi come un conflitto armato, tutti gli individui coinvolti nei fatti oggetto della rivelazione del Post, dal segretario Hegseth fino a colui che ha “premuto il grilletto”, sono passibili di incriminazione per omicidio.
L’articolo ha prevedibilmente suscitato la reazione rabbiosa di Hegseth, il quale, però, in un post su X ha di fatto ammesso le responsabilità attribuitegli, oltre a prospettare un’ulteriore escalation delle operazioni illegali ufficialmente contro il narcotraffico. Parole decisamente poco sorprendenti da un ex militare la cui carriera nelle forze armate si intreccia con i crimini dell’imperialismo americano nel periodo della “guerra al terrore”. L’unità di fanteria a cui Hegseth apparteneva ha prestato servizio in Afghanistan e in Iraq, ma anche nel lager di Guantanamo. In veste poi di commentatore per Fox News, Hegseth ha difeso pubblicamente militari americani condannati per crimini di guerra.
Il suo curriculum, assieme alla scarsa brillantezza intellettuale e alla fedeltà a Trump, lo ha reso la scelta ideale per guidare un dipartimento dal budget virtualmente illimitato che è lo strumento principale per perseguire gli obiettivi dell’imperialismo americano senza nemmeno più lo scrupolo formale per il diritto internazionale. Quella di Trump non è chiaramente la prima amministrazione USA ad avere condotto assassini mirati senza nessun fondamento legale. Tralasciando le operazioni clandestine pre-11 settembre, Obama aveva implementato una teoria pseudo-legale ad hoc per liquidare anche cittadini americani senza nessun procedimento legale, bensì solo in base a una valutazione in forma segreta dei vertici dell’esecutivo.
Il primo Trump e poi Biden avrebbero poi proseguito su questa strada, ma l’attuale amministrazione ha portato la criminalità dell’apparato di potere americano su un altro livello. Quella in corso è la distruzione anche formale dello stato di diritto e delle garanzie costituzionali, sostituite sempre più da metodi più consoni a una dittatura. Una deriva in corso da tempo e non solo dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca, intrecciata in maniera inestricabile alla crisi terminale del capitalismo USA e al parallelo consolidarsi del carattere oligarchico e anti-democratico del sistema politico di questo paese.
Per quanto riguarda ancora la scusa del narcotraffico per interferire nei paesi latinoamericani, è stato lo stesso Trump ad auto-smentirsi in questi giorni e a mostrare a tutto il mondo le priorità della sua amministrazione. Il presidente americano ha annunciato di volere concedere la grazia all’ex presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernandez, condannato negli Stati Uniti a 45 anni di carcere per avere facilitato il traffico di cocaina verso l’America. Il provvedimento trasforma di fatto in farsa la tanto sbandierata guerra ai “narcos” della Casa Bianca. Anche perché si inserisce nel quadro delle manovre di Washington per far vincere le elezioni presidenziali di domenica nel paese centro-americano al candidato Nasry “Tito” Asfura dello stesso Partito Nazionale di Hernandez, notoriamente collegato agli ambienti del narcotraffico.

