Complici d’Australia
Il governo laburista australiano è finora l’alleato americano maggiormente coinvolto nella guerra di aggressione scatenata contro l’Iran e, per coprire le tracce di una decisione che asseconda un’impresa oggettivamente criminale, ha bisogno di creare con urgenza un qualche diversivo propagandistico. L’occasione perfetta è arrivata nei giorni scorsi grazie alla presenza in Australia della squadra di calcio femminile iraniana, impegnata nelle partite della Coppa d’Asia. A una manciata di atlete della delegazione della Repubblica Islamica è stato così concesso in fretta e furia il diritto di asilo, nell’ambito di un’operazione creata ad arte per promuovere un’inesistente attitudine “umanitaria” del gabinetto del primo ministro, Anthony Albanese, a fronte del pericolo rappresentato dalla tirannia iraniana. Al di fuori della finzione mediatica, sono due i sostantivi che meglio definiscono il comportamento in questa vicenda del governo di Canberra: cinismo e ipocrisia.
L’inizio della guerra israelo-americana aveva sorpreso appunto in territorio australiano le calciatrici iraniane, le quali si erano ritrovate inevitabilmente addosso gli occhi di opinione pubblica, stampa e politici locali. Il fermento mediatico era poi aumentato dopo che alcune di queste atlete non avevano cantato l’inno nazionale iraniano suonato prima della partita inaugurale del torneo contro la Corea del Sud il 2 marzo scorso. Per giornali e televisioni australiane si trattava di una “protesta silenziosa” contro il regime di Teheran, nonostante fosse quest’ultimo la vittima di una guerra di aggressione.
La trama si è poi infittita in occasione dei due match successivi disputati dalla squadra iraniana. Al momento dell’inno, in entrambe le occasioni, tutte le calciatrici avevano deciso di cantarlo. Per gli stessi media e per gli “attivisti” anti-iraniani che avevano celebrato in precedenza la presunta protesta, il cambiato atteggiamento non poteva che essere la conseguenza di pressioni o minacce arrivate direttamente da Teheran. In tutti i casi, le atlete sarebbero state in serio pericolo se fossero rientrate in patria. Di fronte all’hotel che le ospitava durante l’ultimo incontro della competizione nella città di Gold Coast, erano intanto andate in scena proteste contro la Repubblica Islamica da parte di membri della diaspora iraniana in Australia, in larga misura sostenitori di Reza Pahlavi, il cosiddetto “erede” del deposto scià e, per inciso, aperto sostenitore dei bombardamenti sui civili nel suo paese.
Il clima così alimentato ha dato l’occasione al governo e alle forze di sicurezza australiane di agire per capitalizzare al massimo la situazione. Agenti della polizia federale, lo scorso fine settimana, si sono appostati nei pressi dello stadio di Gold Coast in attesa delle calciatrici iraniane, così da recapitare loro il messaggio che le autorità australiane erano pronte e disponibili ad accogliere eventuali defezioni. In quel momento, il primo responsabile dell’aggressione contro l’Iran e del massacro di civili in corso, il presidente americano Trump, aveva deciso di partecipare alla campagna, esprimendo sul suo social Truth la preoccupazione per la sorte delle calciatrici. In una telefonata con il premier Albanese, l’inquilino della Casa Bianca ha esortato quest’ultimo a concedere l’asilo a quante lo avessero richiesto.
Nella giornata di lunedì, è circolata così la notizia che cinque elementi della squadra di calcio iraniana avevano fatto intendere di volere restare sotto la protezione del governo di Canberra. Immediatamente sono state prese in consegna dalla polizia federale e un evento di aperta propaganda è stato organizzato per la serata dello stesso giorno. Il ministro degli Interni, Tony Burke, incidentalmente responsabile della linea dura contro l’immigrazione del governo laburista, si è fatto riprendere in compagnia delle atlete, esibendo alla stampa i visti umanitari concessi, assieme ai documenti necessari ad accedere a una procedura accelerata per ottenere la residenza permanente in Australia.
L’assurdità del caso è testimoniata anche dal fatto che presumibilmente nessuno sulla stampa ufficiale si è azzardato a ipotizzare che le calciatrici convinte dall’offerta di asilo siano state motivate, più che dai timori della repressione del “regime”, dal terrore di finire sotto le bombe che USA e Israele, con l’attiva partecipazione proprio dell’Australia, stanno facendo cadere sul loro paese.
La questione non si è comunque chiusa qui. Il già citato ministro Burke, dopo essere apparso raggiante con le cinque calciatrici, si è recato in fretta e furia a Sydney dove i restanti membri del team iraniano si stavano per imbarcare sul volo che le avrebbe riportate in patria. Qui, in violazione di ogni protocollo diplomatico, è partita la seconda fase dell’operazione. Altri agenti della polizia federale hanno prelevato ogni singola atleta già dentro l’aeroporto, per poi trasferirle in una stanza isolata dove è stata rilanciata l’offerta di asilo. Quello che è stato senza dubbio un atto di intimidazione si è concluso con altre due calciatrici che hanno accettato la proposta del governo. Nel frattempo, però, una di quelle che avevano inizialmente defezionato ha cambiato idea ed espresso l’intenzione di tornare in patria. In totale, sei atlete iraniane sono rimaste in Australia, mentre le altre componenti della squadra si sono imbarcate e mercoledì sono state ritratte durante lo scalo all’aeroporto malese di Kuala Lumpur.
L’intera farsa è stata organizzata con lo scopo deliberato di dare una giustificazione “morale” alla partecipazione di fatto dell’Australia a una guerra criminale che vede Washington e Tel Aviv impegnati a distruggere letteralmente la società iraniana e a rovesciarne il legittimo governo. Non è infatti un caso che proprio nel pieno della saga delle calciatrici, Albanese abbia formalmente ratificato la complicità con i regimi di Trump e Netanyahu, annunciando un contributo in termini di missili, velivoli da ricognizione e, addirittura, soldati da destinare al territorio degli Emirati Arabi. Personale militare australiano era anche a bordo del sottomarino nucleare americano che settimana scorsa ha affondato senza ragione una fregata iraniana indifesa al largo dello Sri Lanka mentre rientrava da un’esercitazione in India. Come stanno facendo alcuni governi europei che hanno inviato navi da guerra nel Mediterraneo, anche Albanese sostiene ridicolmente che l’impegno militare a fianco degli alleati contro l’Iran ha scopi puramente “difensivi”.
Il governo di Canberra è già stato oggetto di massicce manifestazioni di protesta negli ultimi tre anni per il proprio sostegno al genocidio palestinese e, di conseguenza, la decisione di allinearsi a un nuovo crimine che vede protagonista lo stato ebraico rappresenta un rischio per quanto riguarda l’opposizione popolare sul fronte domestico. La possibilità di mettere in piedi un’operazione di propaganda, facendo credere di essere al fianco di giovani atlete iraniane a rischio in caso di rientro in patria, è stata perciò un’occasione che non poteva non essere sfruttata.
Che gli scrupoli dell’Australia nell’offrire asilo alle calciatrici iraniane non abbiano nulla a che fare con questioni umanitarie lo si può facilmente comprendere anche dai precedenti in materia di lotta all’immigrazione. Per cominciare, ci sono circa centotrenta immigrati di nazionalità iraniana detenuti silenziosamente nei centri speciali creati dal governo di Canberra, di fatto senza diritti e a tempo indeterminato. Evidentemente, la sorte di questi ultimi è per qualche ragione meno meritevole di quella delle atlete “corteggiate” nei giorni scorsi dalla polizia federale e da membri del gabinetto laburista.
Un’altra coincidenza dà l’idea della predisposizione “umanitaria” di Albanese e del suo governo. Proprio nei giorni scorsi è stata presentata una proposta di legge per sospendere l’ingresso in Australia di cittadini stranieri da determinati paesi anche se in possesso di regolare visto. Il provvedimento ha l’obiettivo esplicito di limitare l’afflusso di rifugiati dal Medio Oriente, in previsione di un possibile esodo a causa precisamente della guerra di aggressione a cui Canberra sta prendendo parte.
In linea generale, l’Australia è da tempo un “modello” per le politiche ultra-repressive di contrasto ai flussi migratori. Le autorità federali implementano ad esempio un sistema ferreo di selezione per i migranti “economici”, mentre escludono del tutto l’accoglienza per i disperati che cercano di entrare via mare attraverso respingimenti indiscriminati. Un altro sistema ampiamente utilizzato è quello della detenzione dei richiedenti asilo in strutture “off-shore”, con condizioni che le stesse Nazioni Unite hanno definito “incompatibili con la dignità umana”.

