Cisgiordania: Israele seppellisce Oslo
Il genocidio e il controllo della striscia di Gaza da parte di Israele fanno parte di un piano coordinato per occupare e annettere definitivamente tutti i territori palestinesi, liquidandone in parallelo il popolo a cui essi appartengono. Ciò implica un’offensiva non meno spietata – nonché illegale – anche in Cisgiordania, dove violenze e nuovi insediamenti si sono moltiplicati relativamente sotto traccia dall’ottobre 2023. In questo quadro, nel fine settimana appena trascorso, il regime criminale di Netanyahu ha creato le basi “legali” per dare inizio alla fase finale del piano di annessione della Cisgiordania con un provvedimento che accentra nelle mani dell’entità occupante la gestione anche amministrativa delle aree nominalmente di competenza di un’Autorità Palestinese (AP) sempre più svuotata di significato.
Come sempre senza il minimo rispetto per trattati e diritto internazionale, Tel Aviv ha trasferito sotto il controllo civile israeliano le cosiddette Aree A e B della Cisgiordania. In base agli accordi di Oslo II del 1995, su queste aree l’AP si occupa degli affari civili e della sicurezza, anche se nella B quest’ultima responsabilità è condivisa con le forze di occupazione. L’area C è invece dove sorge la maggior parte degli insediamenti ebraici illegali e pienamente sotto il controllo israeliano. Inoltre, il gabinetto Netanyahu ha cancellato una legge che vieta agli ebrei israeliani di acquistare terreni di proprietà privata palestinese, così da facilitare l’espansione degli insediamenti.
Le autorità israeliane avranno anche l’ultima parola sulla gestione di siti religiosi e archeologici, nonché di altri dove sono in vigore regolamentazioni riguardanti la distribuzione dell’acqua e l’inquinamento ambientale, con evidenti ulteriori possibilità di manipolazione sempre al fine di ridurre la presenza palestinese e ampliare quella dei coloni illegali. A completamento del piano di occupazione, il regime sionista ha trasferito dall’AP ai propri militari la competenza sul rilascio di permessi di costruzione nella città di Hebron, la più importante della Cisgiordania.
Qui risiedono circa 200 mila palestinesi e 700 coloni israeliani. Un’analisi degli ultimi provvedimenti israeliani pubblicata dal sito Middle East Eye spiega che Hebron “è stata per decenni al centro dell’attività di insediamento di Israele ed è l’unica città palestinese, oltre a Gerusalemme Est, dove i coloni vivono nel centro urbano”. Hebron ospita anche la moschea di Ibrahimi (Tomba dei Patriarchi), un sito importantissimo sia per i musulmani sia per i cristiani e gli ebrei, ed è da sempre oggetto di raid dei coloni israeliani. Ricorda ancora Middle East Eye: “Dopo il massacro nella moschea del 1994 per opera di un colono israeliano, la città è stata suddivisa in due aree con il Protocollo di Hebron: l’area H1, controllata dai palestinesi, che copre circa l’80% della superficie e l’area H2, controllata dai militari israeliani, che corrisponde al restante 20%”.
La misura appena approvata a Tel Aviv cancella di fatto e in maniera unilaterale questo accordo, dando alle autorità occupanti il potere di decidere su pianificazione urbana e servizi anche riguardo al sito della moschea Ibrahimi. Un ricercatore del Jerusalem Legal Aid and Human Rights Center (JLAC) ha spiegato che quello appena deciso da Netanyahu è “l’ultimo atto di un piano ultra decennale per ripulire etnicamente la città” di Hebron. Questo modello sarà senza dubbio applicato in futuro anche ad altre città palestinesi della Cisgiordania.
Se ci fosse qualche dubbio residuo sul senso delle leggi appena approvate dal gabinetto Netanyahu, a fugarli ci ha pensato il ministro delle Finanze di estrema destra, Bezalel Smotrich, il quale ha chiarito che i cambiamenti implementati servono per “continuare a estirpare l’idea di uno stato palestinese”. L’appropriazione definitiva della Cisgiordania è ormai una politica di stato per Israele, tanto che varie personalità di governo e non solo la invocano pubblicamente, mentre lo scorso luglio il parlamento (Knesset) aveva approvato una risoluzione non vincolante per chiedere l’annessione di questo territorio palestinese.
Lo stesso Smotrich a settembre 2025 aveva predisposto un piano per annettere a Israele l’82% della Cisgiordania. I numeri parlano d’altra parte chiaro. Dall’inizio del 2023, quando l’attuale governo si è insediato, l’espansione degli insediamenti illegali è avvenuta a ritmi senza precedenti. Nel solo 2025 più di 47 mila unità abitative illegali sono state costruite o approvate, contro le circa 26 mila nel 2024. Tra il 2017 e il 2022 il numero degli insediamenti aggiunti in Cisgiordania erano stati in media 12.800 all’anno. La campagna israeliana procede dunque essenzialmente lungo tre direttive: espansione degli insediamenti, espulsione dei palestinesi e modifica di leggi e ordinamenti amministrativi.
Il genocidio in corso a Gaza ha fornito sia ulteriore motivazione ai coloni per occupare terre palestinesi sia una certa copertura alla luce del relativo disinteresse dei media, concentrati sugli eventi della striscia. Gli attacchi violenti dei coloni in Cisgiordania, oltre al numero di nuovi insediamenti, hanno fatto registrare non a caso un numero da record negli ultimi due anni e mezzo. Tutto ciò spinge Israele verso un’annessione di fatto di questo territorio, rendendo a tutti gli effetti impossibile la creazione di uno stato palestinese in un futuro anche lontano.
Le ultime iniziative israeliane costituiscono anche un attacco frontale all’ultra-screditata Autorità Palestinese, la quale, dopo decenni di collaborazione con lo stato occupante, si ritrova svuotata e senza alternative tra il ritorno a una reale resistenza contro Israele e la trasformazione definitiva in un esecutore delle politiche di annessione dello stato ebraico. L’AP, come già accennato, rischia di vedersi sottrarre tutte o quasi le funzioni amministrative nelle aree designate dagli accordi di Oslo, col risultato di perdere anche la residua legittimità agli occhi dei palestinesi grazie alla gestione di servizi pubblici e altre competenze.
La sorte per l’AP sembra essere segnata perché Israele, dopo avere sfruttato i suoi servizi nel reprimere ogni forma di resistenza, sull’onda degli eventi degli ultimi due anni si sta muovendo a grandi passi dalla fase della gestione del conflitto con i palestinesi alla risoluzione della “crisi” attraverso la pulizia etnica e l’annessione dei loro territori. Le prestazioni di una forza collaborazionista, come appunto l’Autorità Palestinese, per controllare il livello dello scontro in un contesto relativamente stabile e con competenze condivise non sono ora più richieste.
Vista la sua natura, l’AP non ha potuto fare altro che lanciare un appello all’ONU e agli Stati Uniti per fare pressioni affinché il regime di Netanyahu torni sui suoi passi riguardo la Cisgiordania. La richiesta non avrà evidentemente nessun effetto. Le Nazioni Unite sono da tempo paralizzate, in primo luogo per via della copertura totale che Washington garantisce a Israele nella violazione di tutte le norme del diritto internazionale. Trump, da parte sua, continua a sostenere pubblicamente di essere contrario all’annessione della Cisgiordania, ma, dietro le apparenze, Washington e Tel Aviv sono sulla stessa lunghezza d’onda e qualsiasi iniziativa intende prendere Netanyahu ha con ogni probabilità l’avallo della Casa Bianca.
La soluzione finale di Israele continua così ad avvicinarsi nel silenzio o nell’impotenza della comunità internazionale. L’Unione Europea e svariati governi di paesi musulmani hanno emesso nelle scorse ore condanne retoricamente incisive contro le politiche “espansioniste” dello stato ebraico. Ma le prese di posizione pubbliche non avranno il minimo effetto su uno stato “canaglia” che opera nella totale impunità fin dalla sua fondazione. Oltretutto, quegli stessi paesi che criticano Israele non hanno mosso un dito per fermare il genocidio a Gaza e, anzi, molti di essi – dall’UE alla Turchia – hanno facilitato e continuano a facilitare in vari modi lo sterminio della popolazione palestinese.

