Cent’anni di Fidel, senza Fidel, con Fidel
Cento anni fa anni nasceva Fidel Castro Ruz e dieci anni fa ci lasciava fisicamente per trasformarsi in nostalgia. Fidel è stato il più grande statista del 900 e ha reso Cuba il primo territorio libero delle Americhe. La gigantesca statua esposta a Managua ricorda il legame indissolubile tra le due rivoluzioni. Un atto di riconoscenza e di affetto nel Nicaragua rivoluzionario, perché Fidel è nell’olimpo dei grandi rivoluzionari che hanno cambiato il corso della storia. Una storia che è stato capace di anticipare, di affrontare e di dominare. È stato maestro e guida per tutti coloro che, in ogni angolo della terra, abbiano provato a fare del mondo un luogo più giusto e degno di quello che avevano davanti a sé.
Fidel è il patrimonio storico e umano di Cuba e dei cubani, ma non solo. Lo si può trovare appunto nella statua eretta nell’Avenida Bolivar di Managua, dove a poca distanza riposano i resti di Carlos Fonseca Amador e Tomàs Borge. Ma in realtà, come i due fondatori del FSLN, Fidel è in ogni strada, in ogni aula e in ogni ospedale del Nicaragua, dove se oggi potesse passeggiare constaterebbe come ciò che fu promesso è stato mantenuto. E lo si può rintracciare nelle strade distrutte di Gaza e nelle città liberate del Donbass. Fidel è stato e continua ad essere l’esempio che ognuno di noi esibisce con orgoglio nel suo argomentare, protagonista della narrazione dei migliori ideali, delle più grandi vittorie, dei nostri sogni più belli.
Dall’entrata a L’Avana del 1° Gennaio del 1959, Fidel seppe solo vincere. Aveva preso l’abitudine alla vittoria sconfiggendo Batista e gli Stati Uniti, che con l’aiuto della mafia italo-americana lo sostenevano. L’Avana divenne una città cubana, Miami invece fu condannata a divenire l’immondezzaio d’America, tutt’ora incubatrice degli avanzi di ogni tirannia, fogna contenente ogni nausea. Lì vi abitano terroristi, controrivoluzionari ed ex presunti rivoluzionari, coloro che per denaro e per ambizione personale hanno tradito tutto e tutti: quelli verso cui Fidel era implacabile.
In Nicaragua come in Venezuela, come prima in Vietnam, le vittorie sono state guidate da leader e condottieri che in Fidel avevano il miglior amico e il miglior consigliere, colui che era capace di esaltare le qualità e correggere i difetti di ogni processo politico, che leggeva da lontano come se vi fosse immerso e, per quanto intimamente coinvolto, sapeva farsi indietro per vedere le cose dalla giusta distanza. Era il padre di ogni anelito di libertà e il fratello di tutti coloro che combattevano per essa. Nulla di quello che suggeriva poteva essere sottovalutato, nel bene e nel male: del resto, quello che non sapeva di rivoluzioni lo si poteva scrivere sul retro di un francobollo.
Fidel è sinonimo di ribellione vittoriosa, di quella straordinaria matematica dei sogni che calcola il numero dei nemici e la loro potenza solo allo scopo di capire come averne ragione. Ha insegnato a non aver paura, a cercare in ogni dettaglio, per piccolo che sia, la possibilità di volgere a proprio favore anche il quadro più problematico. Che per quanto l’oppressore sia forte e poderoso gli oppressi sono maggioranza che può diventare il tutto. Ha insegnato a credere che la battaglia delle idee è decisiva nella battaglia per la conquista della giustizia. A costruire una società diversa dove si può percorrere quel solco che separa la democrazia formale da quella sostanziale; a non scambiare il numero dei partiti con quelli degli indici di sviluppo; ha ricordato a tutti che la differenza tra indipendentismo ed annessionismo si esprime anche tra il rifiuto o l’accettazione dell’ingerenza straniera e come le certificazioni di democrazia rilasciate dall’impero post coloniale non abbiano nessun valore, né politico né etico.
Lo ha fatto indicando come i diritti siano di tutti e come la ricerca dell’eguaglianza sia presupposto fondamentale per definire cosa sia democrazia e cosa no, rendendo un’isola esempio globale di indipendenza, dotandola di un antidoto straordinario contro il veleno ideologico che si inocula da fuori. Ha insegnato a leggere il debito del Sud del mondo con le lenti giuste, che raccontano l’enorme espoliazione delle risorse di cui il Nord si appropria senza diritto. A denunciare l’insostenibilità di un mondo dove il 4% della sua popolazione consuma il 26% delle risorse. E, soprattutto, ha dimostrato al mondo intero come la parola solidarietà sia prologo, svolgimento ed epilogo del libro degli abbracci su scala globale.
Si può raccontare di lui e delle sue gesta, della sua grandezza e del suo carisma leggendo le sue parole e il suo agire, mai in contraddizione tra loro. Si ne può parlare come l’icona più grande del Socialismo, l’artefice della rinascita di Cuba e della sua proiezione internazionale, che fece dell’isola la più grande riserva di forza morale e di solidarietà con ogni movimento rivoluzionario, in America Latina come in Africa. Ha insegnato come la difesa della Patria non sia solo nazionalismo, ma luogo di partenza dell’internazionalismo. L’isola fu rifugio e conforto, palestra di idee e di principi, scuola del fare e del pensare. Non c’è vittoria rivoluzionaria o liberazione nazionale che si sia affermata senza il suo contributo politico, umano, anche militare quando è stato necessario.
Questi anni senza Fidel non sono riusciti a far prevalere l’abitudine alla sua assenza. Immaginare il mondo, pensare a come analizzarlo e provare a cambiarlo non è lo stesso con Fidel o senza Fidel. La sua assenza ci ha privato della sua straordinaria capacità di analisi e di interpretazione del fenomenico, della sua lucidità strategica, della sua grandezza politica.

Abbiamo tutti bisogno di ricostruire una teoria ed una prassi della trasformazione e sarebbe utile la sua lungimiranza, la sua capacità di prevedere i processi storici e la direzione politica che prendono. Ci avrebbe offerto una lettura dell’immanente con altre categorie ed altri paradigmi, senza subire il fascino di questa presunta modernità ideologica che è l’altra faccia della medaglia della resa. Oggi, che l’impero in decadenza ha scoperto lo scorrere del tempo come una clessidra rovesciata che ne indica la fine, oggi che il Sud sembra voler mescolare tutte le sue lingue per riuscire a parlare con una voce sola, la presenza di Fidel sarebbe stata fondamentale.
Dieci anni dopo le sue esequie, risuona come memoria e allo stesso tempo come presente e futuro la voce del Comandante Sandinista Daniel Ortega, che dalla Piazza della Rivoluzione dell’Avana, di fronte a un milione di cubani, domandava: “Dove sta Fidel?”
Stava lì, residente dell’ovunque. Non se n’è mai andato Comandante Daniel. Quelli come Fidel non se ne vanno un giorno proprio perché non arrivano un giorno. Ci sono da sempre e per sempre, a prescindere dal tempo e dalla biologia, dai nemici e dagli amici, dalla storia e dalla cronaca. La loro esistenza biologica è solo una parte di quella politica. Ci sono perché quell’insieme di uomini e popoli, di circostanze e condizioni che la storia si impegna a mischiare e che noi, per brevità, chiamiamo destino, si compie. E questo lo hanno capito tutti quelli che sanno come rivoluzionare il mondo sia l’unico modo per salvarlo.
Per questo Fidel è in ogni luogo dove ve ne sia bisogno, ovunque qualcuno lotta e si danna per identificarsi nel destino di tutti. Per chi ha scelto di non abiurare agli ideali di giustizia ed uguaglianza, a cui brillano gli occhi di fronte agli umili che si fanno titolari di diritti; per chi non ha titubato davanti alle ondate reazionarie; che non ha avuto incertezze di fronte alle difficoltà e non ha tradito i propri compagni e il proprio popolo; che non si è venduto al nemico nemmeno quando si è presentato indossando le vesti della ragionevolezza e della moderazione; che preferisce morire piuttosto che inginocchiarsi e che non ha rinunciato ad innalzare la sua bandiera di combattimento. Sono coloro i quali possono sentirsi parte del suo lascito. Che hanno il diritto di dire “yo soy Fidel”.
Fidel c’era, c’è e ci sarà: perché nella inutile attesa della giustizia divina, quella degli uomini prima o poi arriva. In ritardo magari, ma arriva. Ed ha le sue sembianze.

