Verso l’autoritarismo
Che la destra meloniana avesse una visione politica autoritaria era chiaro fin dall’inizio della legislatura. Dagli otto decreti sicurezza di questi anni alla minacciata riforma del premierato, dalla riforma della giustizia (fortunatamente bocciata al referendum costituzionale) che intendeva sottoporre la magistratura al controllo dell’Esecutivo, al revisionismo storico con cui più di un esponente della maggioranza vorrebbe riscrivere la storia delle stragi nere degli anni di piombo (e forse anche quella del ventennio), la ricetta è apparsa chiara da subito.
Per non parlare del razzismo che sottende la politica sull’immigrazione o del nazionalismo su base etnico-biologica, rivendicato dalla destra come vessillo di una propaganda violenta quanto efficace, fino alla legge elettorale iper-maggioritaria con i capilista bloccati, in virtù della quale il 55% dei seggi parlamentari andrà alla coalizione che otterrà appena il 42% dei voti (percentuale che, con l’astensionismo vicino al 50% come in Italia, corrisponde più o meno al 25%-27% degli aventi diritto). A questo punto, chi ancora parla di destra moderata e liberale o non vede la realtà o mente spudoratamente.
A scanso di equivoci, l’ultimo decreto sicurezza, entrato in vigore da pochi giorni, toglie ogni dubbio sui principi morali, sui riferimenti valoriali e sulla “cultura” di chi ci governa. Messo a punto in fretta e furia dopo gli ultimi fatti violenti di Milano, cioè all’inseguimento della cronaca esattamente come tutti i precedenti decreti sicurezza (a partire dal primo indimenticato decreto del 2022 contro i Rave Party, gravissima emergenza del Paese), questa volta ha come bersaglio i giovani che manifestano, meglio se minorenni.
Il decreto istituisce il delitto di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche “, con pene da due a cinque anni e multe fino a ventimila euro, come se i reati già esistenti di associazione a delinquere, lesioni, porto di oggetti atti a offendere, danneggiamento, devastazione e saccheggio, non fossero sufficienti a sanzionare le violenze di piazza. Per giunta, viene esteso ai reati individuati dal decreto l’arresto in flagranza differita, finora valido per le manifestazioni sportive che sfociano in atti violenti.
Se non fosse già stato reso chiaro dalla stretta contro i blocchi stradali, l’eco vandalismo e le manifestazioni contro le opere pubbliche strategiche, questo governo mal sopporta il dissenso e le sue manifestazioni. È ovvio che le violenze vadano condannate, tuttavia, un intervento repressivo di questa portata scoraggerà qualsiasi forma di dissenso pubblico, compreso quello pacifico, per via del comprensibile timore di restare coinvolti, anche senza volerlo, in situazioni rischiose e subirne le conseguenze penali.
Ma le vere “perle normative” riguardano i giovanissimi: vengono infatti estesi ai minorenni appunto l’arresto in flagranza differita (seppure solo per i danneggiamenti di gruppo) e il fermo preventivo.
Estendere ai minori il fermo preventivo, istituto in vigore da poco meno di un anno e che viola principi fondanti dello stato di diritto come la presunzione di non colpevolezza, significa che ragazzini e ragazzine alle soglie della pubertà potranno essere trattenuti fino a dodici ore dalle forze dell’ordine, sulla base di indizi o sospetti circa la loro attitudine a compiere atti violenti. Sia chiaro, il trattenimento avviene “prima” che vengano compiute azioni violente, sulla base del principio fascista della presunzione di colpevolezza (fondata su precedenti reati, o su altri indizi a discrezione della forza pubblica).
E meno male che il presidente Mattarella, dopo aver già sventato la norma che voleva dare lo scudo penale alle forze dell’ordine – a dispetto dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge – in questa occasione ha preteso che si eliminasse la norma che avrebbe dato poteri di polizia giudiziaria all’esercito, così da consentire ai militari di mantenere l’ordine pubblico alla loro maniera. Poi se ci fosse scappato il morto – o i morti – pazienza.
In aggiunta, mentre prima per i ragazzi tra i quattordici e i diciotto anni la capacità di intendere e di volere – cioè l’imputabilità – doveva essere accertata dal giudice, con la nuova disciplina viene presupposta, salvo prova contraria
In sostanza gli adolescenti verranno trattati alla stregua di criminali adulti. Non importano il degrado in cui siano cresciuti, la povertà materiale e culturale delle famiglie di provenienza, il determinismo socioeconomico che si è affermato da quando la scuola ha abdicato alla sua funzione di ascensore sociale, o semplicemente le banali considerazioni sull’adolescenza e i suoi demoni che potrebbe fare qualsiasi psicologo dell’età evolutiva, ma anche qualsiasi genitore.
Sul versante delle libertà civili, viene colpita anche la libertà di associazione: il questore, infatti, potrà vietare a determinate persone di radunarsi in luoghi individuati o con specifici soggetti, per un tempo che non può superare l’anno. Anche in questo caso, sulla base di precedenti o di indizi che siano ritenuti sufficienti a far temere una futura condotta criminale.
Ma non basta ancora: dopo l’abolizione del reato di abuso d’ufficio a tutela delle malversazioni degli amministratori pubblici e dopo la riforma della Corte dei Conti, in base alla quale gli amministratori condannati per danni all’erario dovranno risarcire allo stato solo il 30% del maltolto, lor signori hanno avuto l’ardire di introdurre sanzioni amministrative a carico dei genitori di minori che abbiano preso parte a determinati reati (anche qualora non siano imputabili penalmente). Le multe saranno comprese tra 500 e 1.000 euro, con possibilità di raddoppio in caso di reiterazione. Il decreto sveltisce anche le procedure necessarie a ottenere il risarcimento. Se i genitori non fossero nelle condizioni economiche di poter pagare, anche in questo caso pazienza, si arrangino.
Insomma, un governo come quello di Giorgia Meloni che affronta il disagio sociale non trovando altre risposte oltre la repressione, senza guardare in faccia nemmeno agli adolescenti, ha palesemente rinunciato, in barba all’articolo 3 della Costituzione, a tentare di porre rimedio alle disuguaglianze sociali, peraltro sempre più gravi negli ultimi anni, confermando di avere di una visione di società ispirata al darwinismo sociale, in cui vince chi è più forte e più ricco, mentre chi è debole rimane indietro.
Con ogni evidenza, inoltre, ignora i principi fondanti del liberalismo e dello stato di diritto: quando si è pronti a sacrificare le libertà costituzionali sull’altare dell’ordine pubblico, al punto di voler dare mano libera alle forze dell’ordine e perfino ai militari, vuol dire che la democrazia parlamentare fatta di pesi e contrappesi, di diritti inviolabili e di conflitti sociali che lo stato dovrebbe riequilibrare, è già un ricordo. C’è di che preoccuparsi seriamente.

