Ucraina, Trump mette sotto scacco UE e Zelensky
La fine della guerra tra NATO e Russia in Ucraina potrebbe aver trovato un primo concreto percorso. Non per una accresciuta disponibilità russa o ucraina di mettere fine al conflitto ma per una oggettiva impossibilità da parte della UE di continuare a finanziarla e per la contemporanea decisione statunitense di riportare al centro della scacchiera i suoi interessi globali nel settore energetico. Ovvero riaprire un canale di approvvigionamento per i mercati con la rimessa in circolazione di gas e petrolio russi.
Vi sarà l’acquisizione da parte di operatori statunitensi del ramo estero della Lukoil, sul quale già in passato erano arrivate offerte da grandi gruppi petroliferi. I negoziati in corso prevederebbero una soluzione che coinvolge Russia, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti e vedrebbero la fine immediata delle sanzioni sia ovviamente alla Lukoil che alle altre società petrolifere russe. L’amministrazione Trump vuole la fine della guerra per riaprire rapporti economici con la Russia, soprattutto nel settore energetico, e per far entrare capitali americani negli asset russi oggi sottoposti a sanzioni. La Casa Bianca ha infatti esplicitamente parlato di pagamento iniziale e partecipazione agli utili per gli Stati Uniti. I riverberi di questo accordo sono diversi: ricavi per gli USA e dipendenza da essi per l’Europa; fine o quantomeno serio allentamento delle sanzioni per Mosca; Ucraina all’angolo negoziale oltre che militare.
Che Trump stesse preparando un accordo con la Russia si era intuito con l’inaspettato (e privo di senso in un mercato già in crisi) inasprimento delle sanzioni sugli idrocarburi russi votato un mese addietro da Congresso e Senato. Com’è ormai consuetudine, Trump alza preventivamente al massimo livello possibile l’aggressività verso coloro con i quali poi intende sedersi a negoziare. Lo fa per fissare in partenza un’asticella alta che nei negoziati scenderà, senza però andare al di sotto dell’obiettivo fissato in anticipo, molto spesso costituendo un quadro d’insieme conclusivo più avanzato di quello precedente per gli affari statunitensi.
La mossa di Trump si è resa necessaria anche a seguito della sciagurata operazione in Iran, che ha fortemente complicato e comunque ridotto la quantità di greggio sul mercato mondiale. Il fatto che gli europei e Zelensky non apprezzino affatto le intenzioni e le mosse di Trump lascia la Casa Bianca del tutto indifferente: la possibilità di vedersi destinare gas e petrolio precedentemente assegnati all’Europa, permette agli USA sia di risollevare le sorti delle sue riserve – ormai al di sotto del minimo storico – che di acquistare a prezzi competitivi gli idrocarburi che rivenderà poi agli europei a prezzi alti.
Al netto delle tecnicalità di simili accordi, la Russia ha tutto l’interesse che l’operazione vada in porto, stante l’impossibilità di tornare al sistema vigente prima del 2022. Oggi potrebbe ottenere la monetizzazione di asset immobilizzati, la possibilità di tornare gradualmente nei mercati occidentali, la fine o l’allentamento di alcune sanzioni, nuovi rapporti economici con Washington e una possibile normalizzazione dei rapporti commerciali.
Gli stessi investitori del Golfo ne trarrebbero vantaggio, perché potrebbero acquisire asset energetici a condizioni potenzialmente molto favorevoli, entrando in un mercato dal quale la Russia è stata in parte espulsa. Nello stesso tempo, gli USA sono al lavoro su una bozza d’intesa che prevede la riattivazione del gasdotto North Stream.
Qui davvero si consumerebbe la beffa per la UE: il gasdotto, che gli USA non volevano si costruisse, venne sabotato da ucraini e svedesi su ordine della NATO, rompendo così l’ultima possibilità di riprendere attraverso una trattativa i flussi del gas verso la UE ed ora invece gli USA lo utilizzerebbero per prendere loro quei flussi e rivenderli poi agli europei che così sarebbero due volte fregati dal suo alleato. Il delitto perfetto.
Insomma, le mosse statunitensi riguardo il conflitto in Ucraina sembrano indirizzate più verso una chiusura conveniente per tutti piuttosto che sostenere ancora l’ambiziosa illusione della “sconfitta strategica della Russia” tanto cara agli Stranamore dell’Alleanza Atlantica e dimostratasi una teoria bislacca. I colloqui tra i negoziatori USA e Zelensky a Miami saranno complicati, preceduti dalle dichiarazioni di Trump che ha definito Zelensky “responsabile della continuazione di una guerra che avrebbe potuto far finire diverse volte” e ha offerto indicazioni precise circa il futuro immediato, dove ritiene “necessario un cambio alla guida dell’Ucraina”. La strategia USA sembra coincidere con quello che suo il vero Segretario di Stato, Kushner, chiama “prosperity agreements”: creare interessi economici condivisi affinché la pace diventi economicamente conveniente. Con queste operazioni, infatti, gli Stati Uniti potrebbero ottenere accesso a enormi asset energetici; partecipazioni societarie; profitti dagli investimenti; maggiore influenza sul mercato energetico europeo; una leva economica nei confronti della Russia.
Una nuova fase per Mosca
La Russia condurrà le trattative per una possibile ricomposizione su due diversi binari. Il primo è quello militare, con l’indisponibilità reiterata a rallentare l’avanzata definitiva verso il pieno controllo del Donbass e la possibile presa di Odessa. Se l’Ucraina continuerà nei suoi attacchi terroristici organizzati da Londra, allora gli attacchi russi finiranno per distruggere ciò che resta delle infrastrutture energetiche e delle vie di comunicazione ucraine che lasceranno Kiev al gelo invernale. I soldi europei sono finiti davvero e la distruzione sistematica di tutti i siti bellici ucraini gestiti in collaborazione con la NATO proseguirà senza incertezze. Kiev non dispone più delle munizioni e dei sistemi d’arma per contrastare la supremazia aerea russa, non ha più il controllo sul porto di Odessa e sul Mar Nero e non riesce più ad esportare i suoi prodotti, già peraltro ridotti ad un quantitativo minimo. Inoltre, la situazione dei conti è catastrofica e persino le previsioni di Black Rock di due anni fa, che prevedevano 500 miliardi di Dollari il necessario per ricostruire il Paese, risultano oggi essere fortemente approssimativi per difetto.
L’Unione Europea, che preme per mandare gli ucraini a morire, non li vuole però in casa e ha già ribadito come l’ingresso nella UE dovrà essere condizionato all’osservanza di tutti i parametri previsti, così come vale per tutti i paesi in attesa (pochissimi ormai). Del resto basta solo l’essere in guerra per determinare il rifiuto formale alla richiesta di adesione alla UE ma la legislazione ucraina, che viola quasi tutti i postulati UE, ci mette del suo.
Un quadro insomma che appare drammatico e non sono certo le sbruffonate di Zelensky che lancia minacce a vanvera che potranno restituire all’Ucraina il 25% del suo territorio oggi in mano russa. La realtà sul campo di battaglia espone il contesto ucraino alla necessità di raggiungere un accordo al più presto con Mosca proprio per contenere ulteriori danni.
Sul piano politico le cose non sono cambiate. Mosca ribadisce quanto ha sempre detto dall’inizio dell’Operazione Militare Speciale nel Febbraio del 2022: la fine delle politiche di espansione ad Est della NATO e la costruzione di una architettura della sicurezza europea che coinvolga tutti gli attori in campo. E ancora: neutralità dell’Ucraina, riconoscimento dei territori separatisti in Donbass e della Crimea come facenti parte della Federazione russa; limitazione dell’esercito ucraino ed espulsione dei reparti connotati ideologicamente in chiave nazista.
La posizione dell’Europa in tutto questo è drammaticamente supina, tipica di chi resta col cerino acceso in mano. Perché se USA e Russia riuscissero a mantenere o addirittura ampliare questo tipo di accordo energetico, potrebbe verificarsi una situazione paradossale: Washington e Mosca tornano a fare affari, mentre Bruxelles, Varsavia e i Paesi baltici restano con il problema strategico di una Russia ancora lì, ma militarmente forte ed economicamente riabilitata. E, cosa ancora peggiore, la UE resta l’unico continente a non approvvigionarsi con l’energia russa, a buon mercato e di buona qualità.
Peraltro il fantomatico Parlamento Europeo, specializzato in lattine di tonno e sanzioni sparse nel nulla, nella speranza che il mondo si accorga della sua esistenza ha deciso che dal 1° Gennaio del 2027 la UE non comprerà più nemmeno le ultime residue quote energetiche e dovrà invece investire in non meglio precisate e ancor meno verificate “fonti alternative”. Il disastro energetico, oltre che quello politico, si prospetta sul Vecchio Continente, guidato da una masnada di imbecilli e di esaltati russofobi che mettono l’intera Europa in ginocchio pur di tentare di salvare i governi francesi e tedesco. Ma per Merz come per Macron sarà il combinato disposto di insulsaggine politica e di ribellione sociale a decretarne la fine prima ancora che lo facciano le urne.

