NAZA
NAZA è l’acronimo che l’esercito israeliano usa per segnalare le possibili vittime civili di un attacco programmato.
Il film ti tiene al buio per quasi tutta la sua durata. Si sentono solo le voci degli interlocutori — ex soldati dell’IDF — che emergono dall’oscurità dei tetti di Tel Aviv con una chiarezza che fa male. Le loro identità sono protette: volti nascosti, voci alterate digitalmente, ma le parole arrivano nette, quasi taglienti.
La scelta di lavorare nell’ombra è un rovesciamento radicale rispetto a No Other Land, il documentario precedente di Yuval Abraham e Rachel Szor, realizzato con due collaboratori palestinesi e premiato con l’Oscar nel 2025. Lì la luce era quasi accecante, qui invece i registi israeliani scelgono di affrontare da soli il peso delle responsabilità del proprio governo. Si sente tutto nelle pause di Abraham, soprattutto prima di domande come: “Perché li avete uccisi?”. La risposta — “Non lo so” — non chiude nulla, lascia solo un vuoto che pesa.
Il film si nutre di due influenze principali: Jonathan Glazer, produttore esecutivo, e Laura Poitras, consulente. Da Glazer arriva l’idea di The Zone of Interest: le vittime restano presenti anche quando la camera non le mostra mai. Da Poitras viene invece la riflessione sul rapporto tra giornalismo e documentario, in particolare sul concetto di “journalism plus”, cioè ciò che le immagini dicono oltre le parole. Se sul primo fronte NAZA funziona bene, sul secondo appare più incerto: i registi faticano a spiegare perché scegliere il documentario dopo anni di inchieste scritte per testate come The Guardian e +972 Magazine.
Proprio quando questa distinzione emerge con chiarezza, il film raggiunge il suo apice. Mentre l’insegna della Cineteca di Tel Aviv annuncia una stagione dedicata a Claude Lanzmann, un soldato paragona l’uccisione di palestinesi a quella degli ebrei durante l’Olocausto. Poco dopo, alti ufficiali descrivono i meccanismi burocratici della pulizia etnica, mentre il montaggio inserisce filmati d’archivio di Benjamin Netanyahu che, quarant’anni fa, definiva il terrorismo come “l’omicidio deliberato e sistematico degli innocenti per ispirare paura a fini politici”: la stessa logica degli ordini che lui stesso ha dato all’IDF.
Questi momenti, seguiti da silenzi calcolati, permettono allo spettatore di assimilare il flusso di informazioni. Sotto la pressione delle domande di Abraham, ufficiali raccontano come l’intelligenza artificiale usata per localizzare Hamas abbia permesso agli operatori di “lavarsi le mani” dalla responsabilità degli omicidi; un tecnico ricorda di aver sentito una bambina di tre anni bruciare viva prima di autorizzare un attacco sulla sua casa; un soldato confessa di aver distolto lo sguardo mentre i cani rosicchiavano corpi nei fossati. Non c’è musica, solo il rumore di pennarelli che scarabocchiano schemi di sistemi di sicurezza su fogli bianchi, mentre i testimoni disegnano l’ordinaria amministrazione del genocidio.
Solo negli ultimi minuti la luce invade lo schermo, ma non porta conforto. Abraham e Szor mostrano finalmente le conseguenze delle azioni raccontate. È allora che il buio dei 75 minuti precedenti acquista tutto il suo peso: non era assenza di immagini, ma accumulo di responsabilità.
NAZA (Gran Bretagna, USA, 2026)
Regia: Yuval Abraham, Rachel Szor
Sceneggiatura: Yuval Abraham, Rachel Szor
Fotografia: Rachel Szor
Produzione: The Guardian, JW Films
Distribuzione: I Wonder Pictures

