Antrophic a cena da Trump, ma il conto lo paghiamo noi
Il dibattito sul futuro dell’intelligenza artificiale si snoda tra lo spettro apocalittico di una super intelligenza letale per l’umanità e la realtà materiale di una spregiudicata competizione economica e strategica. I recenti sviluppi di cronaca, segnati dal vertice alla Casa Bianca e dalla distensione dei rapporti tra il presidente Trump e il CEO di Anthropic, Amodei, sono un esempio perfetto delle dinamiche in corso.
Per mesi le tensioni tra l’azienda e Washington sono rimaste altissime, culminando con il bando di Claude dalle agenzie federali e dal Pentagono, a causa del rifiuto di Anthropic di rimuovere i limiti etici sul tracciamento e sulle armi autonome. Eppure, proprio in concomitanza con il vertice, la startup ha avviato le procedure per una IPO (Initial Public Offering), l’offerta pubblica iniziale con cui una società privata vende per la prima volta le sue azioni sul mercato azionario per quotarsi in borsa. Si tratta di un’operazione finanziaria complessa che richiede per legge il deposito di un prospetto informativo in cui l’azienda è obbligata a mettere a nudo i propri bilanci e i potenziali fattori di rischio per gli investitori.
È qui che la coincidenza temporale assume contorni fumosi: i documenti di Anthropic hanno svelato perdite nette spaventose per 42 miliardi di dollari, ma nello stesso istante sbandieravano catastrofici “rischi esistenziali” legati alla potenziale letalità dell’intelligenza artificiale. Una tempistica perfetta che solleva più di un dubbio: agitare lo spettro dell’apocalisse proprio mentre si espongono al pubblico perdite finanziarie miliardarie, appare come una cinica ma brillantissima mossa di marketing geopolitico, utile a distogliere l’attenzione dal dissanguamento economico, a giustificare i costi agli occhi dei futuri azionisti e a spingere il governo a intervenire con aiuti e protezioni di Stato proprio nel momento del debutto sul mercato.
In questo contesto rimanere intrappolati in una lista nera governativa come minaccia alla sicurezza nazionale, specialmente alla vigilia della quotazione (e sotto un’amministrazione Trump, nota per la sua assoluta mancanza di diplomazia) sarebbe stato un suicidio finanziario per Anthropic. Sotto le attuali leggi statunitensi sulla sicurezza nazionale e i poteri di emergenza dell’Esecutivo, l’inclusione in tali liste non comporta solo l’esclusione dai ricchi contratti pubblici della Difesa, ma innesca sanzioni a cascata che possono scatenare una devastante reazione a catena per l’azienda. Di fronte a una Casa Bianca pronta a tutto, con i decreti esecutivi dalla loro, per Amodei la distensione non era un’opzione filosofica, ma una necessità per la sopravvivenza stessa della sua società e garantire il successo del debutto in borsa.
Questa enfasi retorica sui pericoli da fantascienza offre alle Big Tech un duplice vantaggio strategico: da un lato agisce come una barriera regolatoria secondo il principio della regulatory capture: invocando norme severe e licenze governative costosissime con il pretesto di scongiurare la fine del mondo, i giganti del settore blinderebbero il proprio monopolio tagliando fuori la concorrenza dell’open-source e delle realtà più piccole. Dall’altro lato, equiparare la superintelligenza alla bomba atomica all’interno della contesa strategica con la Cina, permette di sbloccare colossali flussi di sussidi statali e contratti di difesa. Soprattutto, questa narrazione devia l’attenzione dei cittadini e degli investitori dal vero e imminente “buco nero” della tecnologia: l’insostenibile impatto energetico e infrastrutturale.
Notoriamente una singola richiesta a un modello di IA generativa consuma circa dieci volte l’energia di una normale ricerca web, costringendo i colossi digitali a consumare milioni di litri d’acqua dolce per il raffreddamento. Per garantire energia costante, aziende come Microsoft e Amazon stanno finanziando la riattivazione di centrali nucleari o ritardando la chiusura degli impianti a carbone, scaricando i costi di aggiornamento delle reti pubbliche sulle bollette dei cittadini e aumentando il rischio di blackout nelle reti locali. Questo impatto ambientale ricade drammaticamente sulle popolazioni, che in diverse parti del mondo protestano contro il prosciugamento delle falde acquifere e l’inquinamento acustico causato dai ronzii delle ventole industriali. Non si è fatta attendere una legge contro il terrorismo verso le farm.
Questo scenario di aggressiva espansione infrastrutturale e militare riflette le profonde preoccupazioni degli assennati, intimoriti dall’idea di affidare le chiavi di una super intelligenza artificiale all’amministrazione Trump, che anche con quelle biologiche ha sempre convissuto malino. Un timore concreto (purtroppo non l’unico) è che la rimozione dei filtri etici porti all’integrazione di sistemi predittivi e di sorveglianza di massa nelle operazioni di agenzie come l’ICE per la gestione dei campi di detenzione e il tracciamento dei migranti.
Sul fronte opposto, i sostenitori della deregolamentazione americana considerano prioritario vincere la corsa tecnologica contro la Cina, ritenendo che un primato di Pechino sarebbe geopoliticamente più pericoloso di qualsiasi abuso interno.
Dal canto suo, Xi Jinping sta portando avanti un modello radicalmente opposto, basato sul ferreo primato dello Stato sul mercato. All’interno della Cina, il governo impone il rispetto dei valori socialisti, vigila per impedire che l’automazione provochi licenziamenti di massa destabilizzanti e vieta gli assistenti empatici per i minori. All’esterno, Pechino si propone come leader del Sud Globale, promuovendo l’IA como bene pubblico condiviso per scardinare il monopolio occidentale.
Eppure, proprio il fatto che due leader così distanti abbiano deciso di dialogare istituendo il U.S.-China Super Intelligence Dialogue e un canale di emergenza bilaterale, dimostra che, al di là della propaganda, una minaccia reale per l’incolumità dell’umanità esiste davvero. Nei dettagli tecnici, i protocolli di sicurezza concordati in questo dialogo si concentrano su meccanismi operativi stringenti per scongiurare catastrofi causate da malfunzionamenti algoritmici. Appare dunque utile dare vita ad una linea di comunicazione crittografata che funge da moderno “telefono rosso”, progettata per consentire lo scambio immediato nel caso in cui un modello di frontiera mostri comportamenti anomali o tentativi di intrusione nei sistemi di comando e controllo nucleari.
Il secondo elemento obbliga entrambe le superpotenze a standardizzare i registri di addestramento dei rispettivi modelli militari; in questo modo, se un’IA cinese o statunitense dovesse interpretare erroneamente una normale esercitazione come un attacco imminente, i tecnici della controparte possono decodificare in tempo reale e comprendere l’errore di calcolo prima che avvenga una risposta armata. Infine, ha introdotto un accordo che impone la disconnessione fisica dalle reti internet globali di qualsiasi sistema di intelligenza artificiale integrato nella gestione delle infrastrutture critiche o dei vettori strategici, affiancato da un sistema di “Kill-Switch” in grado di bloccare tutto qualora un agente autonomo tenti una replicazione non autorizzata o mostri capacità di hacking distruttivo. Non si tratta quindi della ribellione dei robot, ma del rischio che bug del software o algoritmi militari autonomi inneschino escalation nucleari incontrollate.
La coesistenza tra una minaccia materiale autentica e la sua cinica strumentalizzazione commerciale definisce la duplice natura della transizione digitale, dove la paura del futuro viene usata dai governi come arma di egemonia e dalle multinazionali come il noto cavallo di legno per i propri interessi. Bisognerà capire a che prezzo stiamo accettando questa innovazione e quanto stiamo sviluppando non tanto l’arma che potrebbe distruggerci come specie, ma un conglomerato da cui avremo in rapporto di assoluta dipendenza a senso unico e senza più valori e risorse per contrattare.

