Entrare nella UE? L’Islanda dice NO
In un referendum celebratosi ieri, l’Islanda ha detto “NO” alla possibilità di entrare nell’Unione Europea. Con un’affluenza dell’82,5 per cento, il 52,8 ha votato “No” contro il 47,2 di favorevoli. Ha dunque rifiutato di diventare il 28esimo Paese a consegnare sovranità nazionale e prospettive di sviluppo alla pletora di funzionari di Bruxelles agli ordini dei banchieri e speculatori famelici che si stanno mangiando l’Europa e riducendo il progetto storico di comunità continentale a magazzino delle scope di Washington.
È una sconfitta dura per i sogni espansionistici della UE, che ambiva ad una maggiore presenza nell’Artico e immaginava sommare un altro paese candidato al suicidio politico ed economico, nella speranza di poter accrescere il suo ruolo, al quale però ha già abdicato a favore di una dimensione da protettorato statunitense.
I favorevoli al “SI” – in prima fila il governo in carica – hanno dapprima fondato la loro campagna elettorale su non meglio precisate prospettive di sviluppo che Reikiavik avrebbe stando nella UE salvo poi, visto che l’indimostrabile equazione non convinceva, spostare il tiro sul tema della sicurezza. Il cui refrain puntava soprattutto sulla sicurezza che l’appartenenza alla UE garantirebbe all’Islanda. La quale però – è evidente – incontrerebbe problemi di sicurezza solo entrando nella UE, vista la sua trasformazione in associazione belligerante. La mutazione genetica di una Unione Europea nata per scongiurare per sempre una guerra mondiale e finita ormai ad essere il principale stimolo per la prossima ed ultima, cataloga infatti la UE come luogo denso di rischi e non certo di riparo dagli stessi.
Del resto la sicurezza dell’UE è tutt’altra cosa dalla pace. Gli Stati membri sono obbligati a destinare il 5% del loro PIL al complesso militare industriale statunitense ed ai sogni di riarmo europeo. Sulla carta – ma sono conteggi per difetto – si tratta di 454 miliardi nel 2026 destinati a salire nel prossimo biennio 27-28. Una sostanziale ristrutturazione delle politiche industriali, Estere e di Difesa della UE che non sono solo una manifestazione ideologica di ritorno, ma hanno una genesi e un fine che corrisponde precisamente agli interessi dei grandi gruppi speculativi come Black Rock, Vanguard e State Street, che hanno puntato sulla riconversione bellica dell’Europa (che controllano e alla quale dettano le politiche) proprio per incrementare i profitti delle aziende belliche USA e per ridare ossigeno ad un impero che ne ha sempre meno.
Idem dicasi per l’intento di dimostrare come l’Euro sia una concreta possibilità di arricchimento, senza però dire dei vincoli politici e di Bilancio ai quali l’economia islandese sarebbe costretta dall’adesione alla moneta europea oltre alla subordinazione assoluta a Washington via Bruxelles. La commissaria europea per l’Allargamento, Marta Kos, aveva promesso “soluzioni creative” per la pesca ma gli islandesi hanno perfettamente chiaro sia la sostanziale ininfluenza della signora così come la necessità di mantenere il timone nelle salde mani islandesi. E d’altra parte ogni possibile vantaggio nel rapporto con la UE l’Islanda lo ottiene già attraverso la sua partecipazione al mercato comune (area Schengen). L’Islanda non ha bisogno di rinunciare alla propria sovranità in cambio di una associazione che ha ormai smarrito il proprio senso storico e lo scopo politico per i quali venne fondata.
L’Islanda vede invece le sue prospettive di sviluppo proprio nell’apertura del suo mercato a tutti, in particolare alla Cina, che è però un’autentico incubo commerciale per USA e UE. Di conseguenza davvero non si capisce quale sarebbe stato il vantaggio ed entrare nella UE, che impedirebbe invece qualunque ulteriore sviluppo della sua economia, opponendo decisioni basate sulla volontà politica occidentale di ostilità all’Oriente.
Ma la forza di questo piccolo Paese (400.000 abitanti) che vive di import ed export delle sue risorse – in primo luogo la pesca, che offre risorse pari al 40% del totale dell’export, è proprio la sua capacità di sfruttare la sua posizione geografica ad alto valore strategico.
L’Islanda infatti, dal ritiro degli USA (2006) ha volto lo sguardo verso Oriente, ponendosi come interlocutore per lo sviluppo delle nuove rotte commerciali artiche costruite da Russia e Cina. In particolare con Pechino, Reikiavik ha costruito rapporti solidi: è stato infatti il primo paese in Europa a sottoscrivere il patto di libero scambio con la Cina e il primo a riconoscere alla Repubblica Popolare lo status di economia di mercato. Non a caso la più grande ambasciata nella capitale sia proprio quella cinese, che ospita 500 diplomatici. Inoltre, i ricchi e potenti uomini d’affari cinesi guardano con forte interesse anche ai giacimenti di metalli e di idrocarburi presenti sull’isola e nella regione.
L’Islanda ha saputo rendere la sua posizione geografica il suo punto di forza principale: l’identità artica, la ricchezza di risorse del sottosuolo e l’apertura a molteplici partner commerciali, rendono quest’isola una vera e propria perla rara in grado di attrarre le maggiori potenze.
Proprio per la sua collocazione geografica, che la rende parte importante delle grandi rotte del Nord e ne configura nei rapporti con i paesi vicini il proprio sviluppo commerciale, Reikiavik – che pure ha una posizione di netta contrarietà a Mosca per l’intervento in Ucraina – non sottovaluta il peso russo nell’Artico. Del resto ha da poco chiuso il traffico con Estonia, Lettonia e Finlandia, mettendole in estrema difficoltà per i loro scambi, il che deve aver suggerito a Reikiavik lo scarso interesse ad entrare in una associazione come la UE che è ormai diventata la casa grande del governo nazista di Kiev.
Ha quindi scelto la via dell’autonomia strategica, cosciente di come con i recenti mutamenti geopolitici e la rinnovata attenzione nei confronti della regione artica, l’Islanda è destinata ad assumere sempre maggior rilievo negli equilibri del sistema globale. E come questo ruolo vada esercitato prendendo le proprie decisioni a Reikiavik e non a Washington o a Bruxelles.

