IA, la guerra di Washington contro Pechino
La verità sull’Intelligenza Artificiale emerge nuda, cruda e brutale dalle stanze del Pentagono e dagli uffici della nuova amministrazione Trump. Non è una monumentale bolla speculativa preannunciata, non è un errore di valutazione del mercato. È altro: è un programma di mobilitazione industriale bellica mascherato da rivoluzione commerciale.
Per comprendere la scala del fenomeno occorre abbandonare la lente dell’economia classica e indossare quella della geopolitica esistenziale. Se i software commerciali per riassumere le email non produrranno mai un briciolo di utile, se le promesse di un boom della produttività per le Piccole e Medie Imprese si riveleranno un miraggio, per la sicurezza nazionale americana sarà del tutto irrilevante. L’unico obiettivo che giustifica il sacrificio economico e ambientale del pianeta è l’edificazione della catena di montaggio della Superintelligenza. Un’arma di distruzione (e distrazione) di massa, dinanzi alla quale la bomba atomica appare ferramenta del secolo scorso.
É il nuovo Progetto Manhattan e giustifica spesa e devastazione, a qualsiasi costo. Il parallelismo storico non è una suggestione iperbolica. Nel 1942, il Progetto Manhattan rispondeva all’imperativo di battere sul tempo la Germania nazista. Per farlo, gli Stati Uniti edificarono impianti di arricchimento dell’uranio capaci di assorbire, da soli, l’1% dell’intera elettricità nazionale, prosciugando fiumi e ignorando qualsiasi criterio di sostenibilità ambientale. Nel 1957 la Corsa allo Spazio seguì lo stesso copione: per rispondere allo Sputnik sovietico, nel Programma Apollo assorbì oltre il 4,4% dell’intero bilancio federale degli Stati Uniti per scopi puramente balistici e di propaganda geopolitica. Oggi, la Genesis Mission coordinata dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e i piani per il mega data center Stargate, rispondono alla medesima ossessione securitaria: impedire alla Cina di conquistare la supremazia nel calcolo computazionale.
L’amministrazione Trump ha già stanziato oltre 5 miliardi di dollari per questa missione, affiancati da altri 20,9 distribuiti su 16 accordi di partecipazione azionaria per blindare la catena di approvvigionamento, incluso l’ingresso dello Stato con una quota del 10% nel capitale di Intel. Come in passato, lo Stato ha sospeso le regole del gioco. Invocando lo stato di “Emergenza Energetica Nazionale”, sono stati rimossi i vincoli ecologici previsti dal National Environmental Policy Act. Il governo ha regalato alle Big Tech terreni federali, siti industriali dismessi e aree contaminate Superfund da convertire in infrastrutture informatiche, mentre il Segretariato dell’Energia ha spinto la Federal Energy Regulatory Commission (FERC) ad approvare linee ad alta velocità per connettere i data center energivori direttamente alla rete nazionale.
Poco importa se i consumi energetici di questi supercomputer arriveranno a drenare fino al 12% dell’elettricità globale, o se intere centrali a carbone e a gas vengono riattivate polverizzando gli obiettivi internazionali di decarbonizzazione. Per il Pentagono, i FLOPs (la potenza di calcolo) sono le testate nucleari del ventunesimo secolo. La prova più evidente che la Silicon Valley si è trasformata in un braccio armato dello Stato risiede nei legami strategici, normativi e finanziari che stringono i principali laboratori di ricerca IA – OpenAI e Anthropic – al Dipartimento della Difesa USA e all’intelligence. Il punto di svolta è avvenuto con la rimozione, da parte di OpenAI, della clausola che vietava l’uso dei suoi modelli per scopi “militari e bellici”. Questa mossa ha formalmente aperto le porte della difesa d’avanguardia a Sam Altman, dando il via a una serie di contratti multimilionari con il Pentagono.
OpenAI ha integrato i suoi modelli linguistici avanzati nei sistemi del U.S. Cyber Command per l’automazione della cyber-difesa e la caccia alle minacce informatiche globali. Flussi finanziari consistenti – ma protetti dal segreto militare – passano attraverso la Defense Advanced Research Projects Agency (DARPA), che finanzia OpenAI per la creazione di tool in grado di rilevare e neutralizzare attacchi cibernetici avversari a infrastrutture critiche in tempo reale. A consolidare questo matrimonio tra Stato profondo e codice è stata la nomina nel consiglio di amministrazione di OpenAI dell’ex generale Paul Nakasone, ex direttore della NSA (National Security Agency) e capo del Cyber Command, sancendo la trasformazione del laboratorio da startup commerciale ad asset militare strategico.
Allo stesso modo, Anthropic si è legata a doppio filo alla sicurezza nazionale attraverso canali finanziari e istituzionali obliqui ma solidissimi. Finanziata massicciamente da Amazon e Google, Anthropic ha strutturato la distribuzione dei suoi modelli di frontiera “Claude” per le agenzie governative tramite Palantir Technologies e Amazon Web Services (AWS). Questa triangolazione permette al Dipartimento della Difesa e alle agenzie di intelligence (CIA e DIA) di pompare centinaia di milioni di dollari in Anthropic attraverso l’acquisto di licenze software sicure e isolate su cloud protetti (come AWS Secret Region).
I fondi del Pentagono finanziano ricerche avanzate di Anthropic sulla valutazione dei rischi di proliferazione di armi chimiche, biologiche e nucleari, con l’obiettivo di assicurarsi che i modelli americani siano in grado di simulare scenari di guerra e difendere lo spazio informativo prima dei corrispettivi cinesi del colosso statale Baidu o dell’Accademia delle Scienze di Pechino. È in questa cornice che si spiega il paradosso di un mercato “falsato e drogato” che non genera economia reale.
Gli economisti più scettici di Wall Street e istituti come Capital Economics lanciano l’allarme: i moltiplicatori prezzo/ricavi dei leader dei semiconduttori come Nvidia e Broadcom hanno superato quota 30, una soglia che storicamente anticipa pesanti crolli finanziari. Al contrario, colossi bancari come Goldman Sachs e I.P. Morgan difendono i fondamentali del rally tecnologico. Agenzie come Fidelity Investments suggeriscono di monitorare cinque spie finanziarie fondamentali per intercettare il crollo: la contrazione del free cash flow aziendale, il peggioramento dei livelli di indebitamento e i colli di bottiglia energetici che erodono i margini di profitto software.
Ma la verità dietro questi numeri sta nel cosiddetto round-tripping finanziario. Microsoft, Google, Amazon e Meta effettuano enormi spese in conto capitale per acquistare chip avanzati da Nvidia, che vanta margini di profitto lordi vicini al 75% grazie al monopolio della sua piattaforma software chiusa CUDA. Parte di questi capitali viene poi “girata” a OpenAI e Anthropic tramite maxi-investimenti privati, vincolandole per contratto a spendere quegli stessi miliardi riacquistando i servizi Cloud sui server delle stesse Big Tech. Questo meccanismo a circuito chiuso crea un’illusione di ricavi crescenti senza che un vero cliente finale esterno abbia acquistato un bene reale.
I massicci investimenti privati – come il progetto Stargate da 500 miliardi di dollari sostenuto da OpenAI, Oracle e SoftBank, i 20 miliardi del gruppo emiratino Damac Properties in Texas e Arizona, e altri 92 miliardi stanziati da 20 giganti dell’energia e del tech (tra cui Blackstone e CoreWeave) – sono stati sbloccati solo grazie alla totale deregulation statale. In cambio di permessi lampo, il governo ha preteso il Ratepayer Protection Pledge: le Big Tech devono finanziare autonomamente l’infrastruttura di rete per non far gravare i costi sui cittadini, agendo come ministeri della Difesa ombra. Il mercato azionario diventa così uno “schermo” per una mobilitazione militare che, se gravasse sul bilancio pubblico, farebbe esplodere il debito nazionale.
Ma se la priorità assoluta è lo “scudo di calcolo” e la cooperazione cibernetica contro i rivali strategici, quale sarà il destino dell’economia reale? Nelle stanze del potere risuonano le parole pronunciate già nel 2017 da Vladimir Putin (“Chi diventerà leader nell’intelligenza artificiale sarà il sovrano del mondo”) e i moniti della National Security Commission on AI presieduta dall’ex CEO di Google, Eric Schmidt, secondo cui dominare l’IA è un imperativo di sicurezza nazionale per evitare un “Cyber-Pearl Harbor” capace di paralizzare un intero paese.
Le prime crepe sul tessuto sociale sono evidenti. I dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico mostrano che il tasso di adozione dell’IA nelle imprese globali è balzato dall’8,7% del 2023 a oltre il 20%. Tuttavia, i dati Eurostat svelano una profonda asimmetria competitiva: le grandi imprese adottano l’IA a un ritmo quasi triplo rispetto alle piccole realtà (55% contro 20%). Le PMI, prive delle competenze tecniche necessarie per integrare API proprietarie, rischiano il fallimento o la perdita totale dei margini.
Sul fronte occupazionale, i report del premio Nobel per l’economia Daron Acemoglu e le analisi del Boston Consulting Group indicano che l’IA rimodellerà radicalmente oltre il 50%-55% dei posti di lavoro globali. Non si tratterà di una disoccupazione di massa immediata, ma di un violento declassamento salariale per le figure junior ed entry-level nei settori legale, amministrativo e manifatturiero, mentre i professionisti senior in grado di usare l’IA come moltiplicatore vedranno i propri stipendi crescere del 15-30%. Perfino il recente razionamento dell’uso dei token, che si sta rivelando più costoso dell’impiego di personale umano, dimostra che l’automazione viene perseguita per scopi di controllo centralizzato e non di efficienza economica. Questo processo sta configurando il passaggio definitivo verso il techno-feudalesimo.
Le tutele del lavoro e il libero mercato vengono sacrificati per concentrare il potere computazionale nelle mani di pochi oligopolisti protetti dallo Stato e integrati nelle gerarchie militari. I cittadini e le piccole imprese smettono di essere attori economici indipendenti per trasformarsi in “servi della gleba digitale” e per poter lavorare sono costretti a pagare un tributo perpetuo sotto forma di abbonamenti e licenze software ai nuovi signori delle Big Tech.
La corsa alla super intelligenza ha già emesso il suo verdetto: la stabilità climatica della Terra, la sopravvivenza del tessuto produttivo locale e la dignità del lavoro umano sono sacrificabili sull’altare della geopolitica della forza. La vera bolla non è finanziaria, è l’illusione democratica dell’era digitale.

