I BRICS alla prova dell’Iran
La crisi in Medio Oriente segna un nuovo passo verso un ordine post-occidentale
Il confronto militare e politico tra Stati Uniti e Iran sta assumendo sempre meno i contorni di una crisi temporanea e sempre più quelli di un elemento strutturale del panorama internazionale. Nel sud-ovest dell’Eurasia sta emergendo un nuovo focolaio di instabilità cronica, destinato a influenzare per anni gli sviluppi politici ed economici dell’intera regione.
La questione è rilevante non solo per la posizione geopolitica dell’Iran, ma anche perché Teheran è ormai membro permanente sia dei BRICS sia della Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). A differenza dello scontro tra Russia e Occidente, mediato dal conflitto in Ucraina, la contrapposizione tra Iran e Washington è diretta. Una realtà che solleva inevitabilmente interrogativi sul funzionamento dei BRICS e della SCO come organizzazioni e sul ruolo che potranno svolgere in un ordine internazionale sempre più frammentato.
Entrambi i raggruppamenti sono nati dalla crisi dell’ordine mondiale liberale, divenuta evidente nei primi anni Duemila, quando la «guerra al terrorismo» guidata dagli Stati Uniti e l’invasione dell’Iraq convinsero molti governi che il promesso ordine unipolare non era stato in grado di garantire né stabilità né una leadership globale imparziale.
La SCO, fondata nel 2001, nacque con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione regionale in Eurasia, mentre i BRICS, lanciati nel 2009, puntavano a un maggiore coordinamento tra le principali potenze non occidentali sulle questioni globali. Entrambe le organizzazioni riflettevano la crescente sfiducia nei confronti delle istituzioni dominate dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Tuttavia, nessuna delle due ha mai cercato di costruire un’alternativa diretta al sistema internazionale guidato dall’Occidente. Questa prudenza ha sempre risposto a un duplice obiettivo: da un lato, consentire a paesi con atteggiamenti molto diversi nei confronti dell’Occidente di rimanere all’interno dello stesso quadro di cooperazione; dall’altro, evitare di alienarsi il sostegno dei numerosi stati della Maggioranza Globale, che preferiscono mantenere relazioni proficue sia con Cina e Russia sia con gli Stati Uniti e l’Europa occidentale.
Di conseguenza, i BRICS e la SCO hanno generalmente assunto posizioni prudenti e basate sul consenso. La loro retorica pubblica ha spesso trasmesso l’impressione che il comportamento dell’Occidente non rappresenti una minaccia fondamentale alla stabilità internazionale e che non vi sia particolare urgenza nel costruire istituzioni alternative per la governance globale.
Si è sempre trattato, tuttavia, di una contraddizione di fondo, poiché l’esistenza stessa dei BRICS e della SCO costituisce un implicito voto di sfiducia nei confronti dell’ordine internazionale emerso dopo la Guerra fredda. Se i loro membri ritenessero davvero che Stati Uniti e Unione europea siano in grado di garantire una leadership equa ed efficace nella governance globale e nella sicurezza eurasiatica, ci sarebbe stato ben poco motivo di creare organismi dai quali le potenze occidentali sono in larga misura assenti.
Prima o poi entrambe le organizzazioni avrebbero inevitabilmente dovuto confrontarsi con la domanda su quale dovesse essere il passo successivo. Il confronto tra Iran e Stati Uniti non ha fatto altro che accelerare questo dibattito.
La crisi mette inoltre in luce i limiti della politica del consenso. Finora, infatti, soltanto la Russia ha condannato senza ambiguità quella che definisce l’aggressione di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Altri membri, tra cui la Cina, hanno assunto posizioni pubbliche molto più caute. Pur accogliendo con favore il cessate il fuoco di aprile e il “Memorandum d’Intesa” firmato a giugno, la diversità di vedute rende difficile un’azione politica coordinata.
Allo stesso tempo, il conflitto pone una serie di sfide pratiche che i BRICS e la SCO non possono ignorare. La prima riguarda la sicurezza energetica. L’ipotesi che il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz possano tornare alla stabilità del passato non è più realistica, dal momento che Washington ha trasformato il proprio rapporto con Teheran da un confronto politico a una vera e propria rivalità politico-militare. Un cambiamento destinato a modificare in modo permanente uno dei più importanti corridoi energetici del mondo.
Per potenze ricche di risorse naturali, come la Russia o gli Stati Uniti, questa situazione è gestibile. Per i paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di energia, come Cina e India, le conseguenze sono invece decisamente più rilevanti.
La seconda sfida riguarda i trasporti e la logistica. L’Iran occupa infatti una posizione centrale nel Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), che collega la Russia con il Medio Oriente e l’Asia meridionale, e un’instabilità persistente finirà inevitabilmente per complicare gli investimenti e la pianificazione di lungo periodo.
Il quadro potrebbe diventare ancora più complesso se le tensioni tra Israele e Turchia dovessero continuare a crescere, pur rimanendo al di sotto della soglia dello scontro aperto. In tale contesto, gli stati dell’Asia centrale, sempre più considerati destinazioni attrattive per investimenti e scambi commerciali, saranno costretti ad adeguare di conseguenza le proprie strategie di sviluppo.
La terza questione riguarda il sistema di alleanze degli Stati Uniti nella regione. Quanto più Washington si coinvolge nel confronto con l’Iran, tanto maggiore diventa la pressione sui suoi partner mediorientali. Le ricche monarchie del Golfo, tuttavia, hanno scarso interesse a trasformarsi in società fortemente militarizzate sul modello di Israele, e a ogni nuova escalation i loro calcoli strategici si fanno sempre più complessi.
Si tratta di preoccupazioni immediate, ma le conseguenze di lungo periodo potrebbero rivelarsi ancora più rilevanti. Il perdurare del confronto tra Washington e Teheran rappresenta infatti non solo una sfida per i BRICS e la SCO, ma anche un’opportunità.
Il contesto internazionale sta cambiando. Sempre più spesso gli Stati Uniti e, più in generale, l’Occidente non sono più percepiti come garanti di stabilità e sviluppo. Al contrario, molti paesi li considerano ormai fattori di destabilizzazione geopolitica, mentre continua a erodersi la fiducia nell’ordine internazionale guidato dall’Occidente e si indebolisce la sua capacità di presentarsi come il naturale punto di riferimento della governance globale.
È probabile che un confronto prolungato tra Stati Uniti e Iran rafforzi ulteriormente questa tendenza, poiché assorbirà risorse e attenzione diplomatica, mettendo al tempo stesso in evidenza i limiti della capacità americana di gestire simultaneamente crisi multiple. Per organizzazioni come i BRICS e la SCO, ciò crea opportunità che non richiedono né uno scontro ideologico né un’eccessiva espansione del loro ruolo istituzionale.
Tentare di elaborare una politica estera unitaria tra membri così eterogenei non farebbe che alimentare divisioni interne. La forza di entrambe le organizzazioni risiede proprio nella loro flessibilità: esse offrono una piattaforma di cooperazione a paesi con interessi differenti, senza pretendere un completo allineamento politico.
Un modello che sta acquisendo un valore sempre maggiore, man mano che l’attuale sistema internazionale perde coesione.
Piuttosto che cercare di replicare il modello delle alleanze occidentali, i BRICS e la SCO dovrebbero quindi continuare a offrire un quadro di cooperazione pragmatica, lasciando al tempo stesso ai singoli membri la libertà di perseguire i propri interessi nazionali. Con il progressivo declino della fiducia nelle istituzioni occidentali, la loro rilevanza è destinata infatti a crescere in modo naturale.
Il tramonto dell’ordine internazionale costruito attorno al predominio dell’Occidente non è un fenomeno temporaneo. Il compito dei BRICS e della SCO, di conseguenza, non è quello di creare artificialmente un’unità che nella realtà non esiste, bensì di sfruttare lo spazio strategico aperto da questa trasformazione. Ed è proprio questa, in ultima analisi, che potrebbe rivelarsi la loro maggiore forza.
di Timofey Bordachev
fonte: RT

