Iran: la guerra rallenta, la crisi resta
Dopo due notti consecutive senza bombardamenti statunitensi e senza rappresaglie iraniane, sul fronte mediorientale si registra quella che appare come una tregua di fatto. Il silenzio delle armi, tuttavia, è ben lontano dal rappresentare la fine del conflitto. Mentre tornano a circolare indiscrezioni su possibili contatti diplomatici tra Washington e Teheran, le dichiarazioni ufficiali restano contraddittorie e il quadro strategico continua a suggerire che la pausa potrebbe essere soltanto temporanea. La guerra, in realtà, prosegue su altri livelli, con crescenti implicazioni regionali ed economiche.
L’Iran ha sospeso le proprie operazioni offensive in conseguenza del fatto che gli Stati Uniti hanno interrotto, almeno per il momento, la campagna di bombardamenti iniziata tredici giorni prima. La posizione di Teheran resta quella già ribadita nei giorni scorsi, ovvero “attacco per attacco”. Se Washington colpisce, la Repubblica Islamica risponde; se gli attacchi cessano, cessano anche le rappresaglie. A Washington, però, la sospensione delle operazioni viene descritta come una scelta tattica. L’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Mike Waltz, ha sostenuto che Donald Trump starebbe semplicemente concedendo “spazio ai negoziati”, mentre il presidente continua ad alternare aperture diplomatiche e minacce di nuove offensive. Dietro questa versione ufficiale emergono però elementi assai meno rassicuranti per l’amministrazione americana.
Secondo indiscrezioni pubblicate da New York Times, CNN, CBS e riprese da numerosi analisti indipendenti, la Casa Bianca avrebbe rinunciato, almeno per ora, a un’escalation molto più ampia dopo che i vertici militari hanno espresso forte preoccupazione per il rapido esaurimento delle scorte di missili intercettori Patriot, di Tomahawk e di altre munizioni di precisione necessarie sia per proteggere le basi americane nel Golfo sia per mantenere l’attuale intensità della campagna aerea. Lo stesso Wall Street Journal descrive un presidente sempre più frustrato da una guerra che avrebbe dovuto durare poche settimane e che invece si avvicina ormai al quinto mese, con costi economici e politici crescenti.
L’elemento probabilmente più significativo non riguarda però soltanto la disponibilità di armamenti. Sempre più fonti, comprese alcune israeliane, riconoscono infatti che gli obiettivi strategici della campagna militare non sono stati raggiunti. Le immagini satellitari pubblicate nelle ultime settimane mostrano come l’Iran abbia ricostruito con sorprendente rapidità infrastrutture, basi missilistiche, impianti industriali e collegamenti logistici colpiti dai bombardamenti americani e israeliani. Una capacità di recupero che smentisce le dichiarazioni trionfalistiche diffuse nei mesi scorsi da Washington e Tel Aviv sulla presunta distruzione dell’apparato militare iraniano.
Ancora più significativo appare il fatto che, secondo la testata on-line Axios, lo stesso comandante del Comando Centrale USA (CENTCOM), ammiraglio Brad Cooper, avrebbe informato Trump che gran parte degli obiettivi militari disponibili nell’area dello Stretto di Hormuz sono ormai stati colpiti e che ulteriori bombardamenti produrrebbero benefici limitati, salvo tornare a valutare una rischiosissima operazione terrestre o a una guerra di intensità decisamente superiore. In altre parole, gli Stati Uniti rischiano di continuare a consumare risorse sempre più preziose senza modificare realmente gli equilibri sul terreno.
È proprio questo il nodo centrale sottolineato da numerosi osservatori indipendenti. La superiorità tecnologica americana incontra in Iran un limite strutturale rappresentato dalla geografia del paese, dalla dispersione degli “asset” strategici, dalla rete di infrastrutture sotterranee costruita negli ultimi decenni e dalla capacità industriale di ricostruzione. Più il conflitto si prolunga, più il vantaggio iniziale tende a ridursi.
Nel frattempo la guerra continua a propagarsi attraverso l’intera regione. Gli Houthi yemeniti hanno rivendicato attacchi contro importanti infrastrutture petrolifere saudite a Jizan e Yanbu, mentre nelle ore successive sono circolate notizie di ulteriori incursioni con droni dirette anche verso installazioni energetiche nella parte orientale dell’Arabia Saudita, compresa l’area di Abqaiq, il più grande centro mondiale di lavorazione del greggio. Riyad attribuisce queste operazioni alla regia iraniana attraverso le proprie reti alleate regionali, mentre Ansarallah parla apertamente di risposta ai bombardamenti sauditi contro il porto yemenita di Hodeidah.
Se confermata, questa dinamica segnerebbe un ulteriore ampliamento del conflitto ben oltre il confronto diretto tra Stati Uniti e Iran. Alla chiusura dello Stretto di Hormuz si aggiunge infatti il controllo esercitato dagli Houthi sullo stretto di Bab el-Mandeb, creando una pressione simultanea sui due principali passaggi marittimi attraverso cui transita una quota rilevantissima del commercio energetico mondiale. Finora i mercati hanno evitato reazioni incontrollate, ma l’equilibrio resta estremamente fragile.
Un ulteriore episodio ha interessato il Mar Caspio, dove un attacco attribuito a droni ucraini ha colpito una nave iraniana impiegata nei collegamenti logistici con la Russia. Per numerosi osservatori, un’operazione di questo tipo difficilmente avrebbe potuto essere condotta senza il supporto dell’intelligence occidentale, confermando come il confronto con Teheran stia assumendo dimensioni sempre più globali.
Resta poi l’incognita politica rappresentata dall’imminente incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Secondo diverse ricostruzioni, il premier-criminale di guerra israeliano continua a considerare insufficiente qualsiasi accordo con Teheran che non porti ad un vero cambio di regime. Una posizione che rischia apparentemente di entrare in collisione con la crescente esigenza della Casa Bianca di contenere un conflitto che sta consumando risorse militari, alimentando il malcontento interno e pesando sulle prospettive elettorali repubblicane.
L’impressione è che Washington si trovi oggi di fronte ad un dilemma sempre più difficile da risolvere. Tornare ad un’offensiva su larga scala significherebbe affrontare costi militari e politici ancora più elevati senza alcuna garanzia di successo. Accettare invece un compromesso con Teheran equivarrebbe ad ammettere che mesi di bombardamenti non hanno prodotto il risultato sperato.
Per questo la pausa di queste ultime quarantotto ore appare più come una sospensione tattica che come l’inizio di un vero processo di pace. Le forze americane restano pienamente dispiegate nella regione, con oltre cento aerocisterne, gruppi da combattimento e unità speciali ancora operative. Anche l’Iran continua a mantenere intatta la propria postura militare e non mostra alcuna intenzione di rinunciare alla leva strategica rappresentata dallo Stretto di Hormuz senza garanzie concrete.
La guerra, insomma, sembra essersi semplicemente spostata su un terreno diverso. Meno bombardamenti diretti, almeno per ora, ma una competizione che continua attraverso pressioni economiche, attacchi indiretti, confronto diplomatico e logoramento reciproco. Un equilibrio precario che potrebbe rompersi nuovamente in qualsiasi momento.

