47 anni di epopea sandinista
Sono arrivati a 47 gli anni di Sandinismo. Decenni passati sotto il fuoco e controvento. Ma sono stati e sono 47 anni di innegabili successi, misurabili in quattro diverse epoche storiche: la guerriglia insurrezionale per cacciare la dittatura, il governo rivoluzionario degli anni ’80, la difesa delle conquiste raggiunte di fronte alla valanga reazionaria e liberista degli anni ’90 e, infine, questi ultimi 19 anni dopo il ritorno al governo nel 2006.
Difficile stabilire un ordine d’importanza per le quattro fasi, ma certo quest’ultima rappresenta la messa a terra compiuta del progetto originario, che pur con le innovazioni profonde – in coerenza con quelle globali – alle quali hanno dato vita Daniel Ortega e Rosario Murillo, conserva i principi originari e li valorizza nel progetto di rinascita del Nicaragua. Progetto basato sull’uscita del Paese dalle secche della povertà assoluta dove si trovava fino al 2006, sul suo riequilibrio socioeconomico e che arriva a proiettarsi verso la dimensione di potenza regionale.
Sì, potenza. Perché quando la sanità, la produzione di alimenti, l’elettrificazione e la rete viaria sono il meglio dell’area, l’efficienza sistemica e la stabilità politica si accompagnano alla pace interna, in netta controtendenza rispetto all’area centroamericana, allora è giusto parlare di potenza regionale.
Il Sandinismo, come tutte le vicende politiche di lungo corso, ha subito in questi 47 anni adesioni convinte anche dall’esterno del Nicaragua, così come tradimenti e scissioni, individuali e di gruppo. Il peggiore è stato quello avveratosi dopo la sconfitta elettorale del 1990, ad opera della maggioranza dell’allora gruppo parlamentare che decise di voltare le spalle e andare ad abbracciare imprenditori, chiesa e partiti della destra. Non agirono su impulso diretto, furono eterodiretti da Washington che, a seguito della sconfitta elettorale del 1990, a fronte del momento di sconcerto e di confusione che si era creato nel Paese, provò di far seguire alla sconfitta elettorale la scomparsa politica del Sandinismo. Chiese ai dirigenti dal cognome oligarchico, per consuetudine poco inclini all’opposizione, di provvedere allo sfascio del FSLN. Per azzerarne l’identità politica, la memoria storica, la passione ideale; archiviare la storia ribelle e trasformarlo in uno dei tanti partiti latinoamericani che si posizionano al centro del guado che separa l’annessionismo dall’indipendenza e che vendono come realismo politico la loro propensione ad inginocchiarsi sull’altare dell’impero.
Avevano fatto male i loro conti. Non avevano valutato la tenacia, la mistica, lo spirito di sacrificio della militanza sandinista e non avevano compreso la fierezza di Daniel Ortega e Tomas Borge e altri dirigenti; la loro credibilità, acquisita con ogni merito di fronte al popolo sandinista, la loro indisponibilità assoluta alla resa. Se ne accorsero nel 1994, quando il FSLN convocò la sua militanza e chiuse i conti con gli apostoli dell’oligarchia, che tornarono al latifondo dal quale venivano. Come d’incanto, divennero profeti di quell’imperialismo del quale si erano detti nemici per la vita.
La difesa delle conquiste della Rivoluzione non fu affatto semplice né priva di sangue. I cosiddetti “liberali” non lo erano affatto: licenziamenti politici di massa per la militanza sandinista, repressione smisurata verso studenti e lavoratori che protestavano per i tagli draconiani. Senza elettricità per diverse ore al giorno e con la mancanza di acqua, mettere il cibo in tavola divenne privilegio di una minoranza. Per la maggioranza fame, analfabetismo e malattie endemiche di ritorno, disoccupazione massiccia, stato comatoso dell’assistenza e della previdenza, innalzamento della mortalità infantile e riduzione dell’aspettativa di vita. Nascere diventava un’avventura pericolosa ed invecchiare era divenuto un lusso.
I più deboli – donne, anziani, bambini – non comparivano nelle statistiche ufficiali ma affollavano i marciapiedi. Le mani non salutavano, chiedevano. I numeri della disperazione si perdevano nelle cifre dei falsi positivi. Sedici anni di saccheggio liberale che stremarono il paese. L’arricchimento smodato della borghesia parassitaria costò l’impoverimento dei poveri e dei più deboli.
Ma quei sedici anni di resistenza popolare furono la base fondamentale della ricostruzione di un partito che cumulò forza, senza la quale il Novembre del 2006 sarebbe stato un mese qualunque di un anno qualunque. Fu invece la data della riscossa. Quella resistenza può ben essere considerata la seconda tappa della Rivoluzione Sandinista. Il Comandante Daniel Ortega aveva risanato e ricostruito il FSLN e, dopo 16 anni tragici, con elezioni rubate e congiunture avverse, il Sandinismo tornò a governare. La narrazione del Nicaragua cambiò totalmente.
La nuova Nicaragua
Oggi il Nicaragua è un altro Paese, distinto e distante da quello che Daniel strappò dalle mani dei tecnocrati liberali, cleptomani con master e dottorati. Da 19 anni il Nicaragua ha messo in opera quanto aveva già cominciato a fare dopo la liberazione del Paese dalla tirannide somozista. Questi ultimi 19 anni sono quindi la quarta tappa di quella Rivoluzione che trionfò nel 1979.
Dal ritorno del Sandinismo alla guida del Paese, la geografia politica è cambiata facendo la nuova storia. È in corso il più grande progetto di modernizzazione di un Paese mai concepito in tutto il Centroamerica, disegnato sin nei minimi dettagli dal suo Comandante e da Rosario Murillo. È cambiato il destino perché è cambiato il paradigma politico e sociale, le priorità. In primo luogo, quella per la riduzione della povertà, una guerra che si combatte attraverso salute ed istruzione gratuite, strutture ed infrastrutture nuove, ampliamento dell’accesso al credito, rafforzamento costante del welfare, estensione dei diritti sociali.
Come sempre, quando le rivoluzioni agiscono nel profondo, ovvero quando rovesciano nettamente gli equilibri di classe e di potere preesistenti, la reazione degli spodestati dal trono arriva. Nel 2018 i detronizzati, che dal 2007 avevano smesso di creare povertà per aumentare la loro ricchezza, tentarono la via della violenza per scalzare un governo che aveva scommesso sulla pace e sulla riconciliazione. Volevano riportare lo Stato alla funzione di cameriere dell’oligarchia, ripristinare la ricchezza per pochi eliminando l’idea di un equilibrio per tutti. Il luddismo oligarchico, sostenuto con la manipolazione mediatica diretta dall’impero, aveva come menù la diffusione del terrore puro, la distruzione del Paese e l’assassinio di massa dei militanti sandinisti. ai 270 morti e 1800 milioni di Dollari di danni parteciparono con entusiasmo gerarchie ecclesiali, latifondisti, militanti della destra reazionaria. Addetti alla distruzione, funzionari della vendetta, esattori dell’odio di classe.
I golpisti nicaraguensi appartengono ad una destra fascista e criminale che o vince le elezioni o, se le perde, tenta di invertire con la violenza l’esito in ogni paese che gli USA considerino non allineato, cioè non disponibile a regalare a Washington sovranità, indipendenza, risorse strategiche ed economia. Il piano ha però un difetto: funziona solo dove le nazioni non dispongono della forza interna necessaria a contrastarli prima e a schiacciarli poi.
Per fermarli il Sandinismo usò la forza, perché non vi era altra strada possibile. Offrì dialogo, pace, amnistie e perdono a patto del rientro nella sfera politica legittima abbandonando il terrorismo, ma non vi fu accoglienza: si continuarono a tessere trame e complotti per preparare un nuovo tentativo di golpe e dunque a Daniel e Rosario non rimase altra scelta che liberarsi di siffatta marmaglia. Un viaggio di sola andata per gli USA, il loro Paese di riferimento.
Il Sandinismo di questo millennio è stato l’assemblaggio dei sogni e dell’orizzonte con la politica del giorno dopo giorno. Un Paese che ha deciso di crescere riequilibrando ciò che era squilibrato. Questo è il significato profondo del Popolo Presidente: formare cittadinanza attiva e invertire la relazione tra governanti e governati. Ha portato il Nicaragua a evolvere la sua identità socioeconomica, a mantenerne l’animo ma a cambiarne in parte il corpo. Rivoluzione ed evoluzione. La scommessa (vinta) è stata mantenere una identità produttiva concepita sul modello rurale ma proiettata verso lo sviluppo commerciale e turistico con un modello economico fondato sulle piccole imprese a carattere familiare, che garantisce una estensione orizzontale nella costruzione della ricchezza.
La Rivoluzione dura da 47 anni perché ha permesso un cambiamento profondo, strutturale e sovrastrutturale, del Nicaragua. Perché nelle diverse condizioni il Sandinismo ha saputo far fronte all’ordinario e allo straordinario, ha saputo difendere la sacralità della sovranità nazionale, delle istituzioni, della pace e ha schiacciato il golpismo, malattia endemica ed autoimmune del latifondismo. E continua perché lo Stato non cede la sovranità alle oligarchie internazionali, anzi esercita con forza la sua funzione regolatoria e ordinativa della società. Detiene il monopolio della legiferazione, della gestione amministrativa e della forza. Ha scelto di marcare la linea tra una democrazia popolare e una elitaria fondata sulla pace e sull’equilibrio sociale, che della pace è presupposto.
Il Sandinismo, nell’ambito delle dottrine politiche riferite alla sinistra, è l’unica realtà che è stata capace di vincere in due diversi secoli, attraversando il secondo e il terzo millennio. Nato come un grido di indipendenza, di sovranità nazionale e di libertà dall’invasore yanqui, con il ritorno al governo dal 2007 ha assunto una identità politica globale, una teoria precisa dell’organizzazione politica e sociale. Pur in un clima da pensiero unico, il Sandinismo è stato capace di portare avanti il suo modello alternativo, cambiando tutto e tutti in forma decisa, collocando al proprio posto i diversi pezzi del tessuto generale del Paese.
Adesso, nonostante la fase estremamente convulsa e pericolosa che il mondo attraversa a causa della resistenza accanita del vecchio ordine unipolare ad accettare l’insorgere della dinamica multipolare, il Nicaragua vive in tranquillità, al riparo delle quinte colonne dell’impero e dalle suggestioni eversive. Non teme di cambiare e cambierà ancora se e dove sarà necessario. Perché una Rivoluzione è prima di tutto questo: l’ardire di scalare il cielo tenendo i piedi a terra. Anche a questo servono le Rivoluzioni: a impedire che la paura prenda il sopravvento sul coraggio.

