La lunga ombra di Palantir sul Regno Unito
Il ruolo crescente di Palantir nei sistemi informatici della pubblica amministrazione è ormai oggetto di un intenso scrutinio in numerosi paesi occidentali. Nel Regno Unito, in particolare, il dibattito ha subito una forte accelerazione dopo la pubblicazione del recente rapporto della Commissione parlamentare per la Scienza, l’Innovazione e la Tecnologia della Camera dei Comuni, che ha messo in guardia il governo britannico dai rischi derivanti dalla crescente dipendenza da una singola azienda statunitense nella gestione di dati strategici e servizi pubblici essenziali. Una questione che va ben oltre il pur delicato tema della tutela della privacy e che investe direttamente la sovranità tecnologica dello stato.
Il rapporto parlamentare individua infatti nella presenza di Palantir all’interno di organismi come il Servizio sanitario nazionale (NHS) e la Financial Conduct Authority un “punto di debolezza inaccettabile”, capace di lasciare infrastrutture digitali e informazioni sensibili “alla mercé di attori stranieri”. Secondo i deputati britannici, Londra dovrebbe utilizzare la clausola di recesso prevista nel 2027 dal contratto con Palantir relativo alla piattaforma dati del NHS e sviluppare una soluzione nazionale oppure affidarsi a un fornitore britannico, così da evitare il cosiddetto “vendor lock-in”, cioè la dipendenza strutturale da un unico soggetto privato.
La Commissione sottolinea inoltre come il progetto governativo ultra-controverso di trasformare il Regno Unito in uno “stato digitale” rischi di poggiare su fondamenta estremamente fragili, anche a causa delle persistenti carenze nella gestione dei dati pubblici. Per questo viene chiesto un piano preciso e verificabile che riduca progressivamente la dipendenza dalle grandi multinazionali tecnologiche statunitensi, restituendo al paese una maggiore autonomia nelle infrastrutture digitali considerate strategiche.
Il contratto con il NHS costituisce il simbolo di questo dibattito. La piattaforma Federated Data Platform, realizzata con la tecnologia di Palantir, è stata presentata dal governo come uno strumento capace di integrare le informazioni sanitarie, velocizzare diagnosi e interventi e migliorare l’efficienza ospedaliera. Proprio perché riguarda milioni di cartelle cliniche e dati sanitari altamente sensibili, però, l’accordo continua a suscitare fortissime contestazioni sul piano politico ed etico.
A conferma della crescente pressione politica, nei giorni scorsi è emersa anche l’indiscrezione secondo cui Andy Burnham, quasi certo successore di Keir Starmer alla guida del Partito Laburista e del governo, sarebbe orientato a interrompere il rapporto con Palantir qualora diventasse primo ministro. Durante i suoi anni alla guida della città di Manchester, Burnham aveva evitato di stipulare contratti con l’azienda americana e, secondo quanto riportato dalla stampa britannica, intenderebbe seguire la stessa linea anche a Downing Street. La possibile attivazione della clausola di uscita dal contratto NHS prevista per il prossimo anno rappresenta quindi uno dei primi dossier politici destinati ad aprirsi dopo il previsto avvicendamento alla guida del governo di Londra.
Dietro questo scontro, tuttavia, si nasconde una questione assai più ampia. Come emerge da una recente analisi pubblicata da Middle East Eye, Palantir non è una normale compagnia di software, bensì uno dei principali attori mondiali nel settore dell’analisi dei dati, della sorveglianza e delle tecnologie militari basate sull’intelligenza artificiale. Fondata nel 2003 con finanziamenti iniziali riconducibili anche alla CIA, la società è stata creata dal miliardario Peter Thiel, figura storicamente vicina al Partito Repubblicano e tra i principali sostenitori di Donald Trump. L’attuale amministratore delegato, Alex Karp, ha assunto negli ultimi anni posizioni politiche altrettanto nette, difendendo apertamente la superiorità tecnologica americana e il ruolo dell’IA nelle guerre del futuro. Il manifesto ideologico recentemente pubblicato dalla società, con affermazioni sulla superiorità di alcune culture rispetto ad altre e sulla necessità di sviluppare comunque armi basate sull’IA, ha alimentato ulteriormente le polemiche.
Ancora più controversi risultano i rapporti con Israele. Nel gennaio 2024 Palantir ha annunciato una partnership strategica con il ministero della Difesa israeliano per sostenere operazioni militari durante il genocidio a Gaza. Successivamente Karp ha sostanzialmente confermato che la tecnologia dell’azienda è stata impiegata nelle operazioni che hanno provocato la morte di decine di migliaia di palestinesi, suscitando le accuse di numerose organizzazioni per i diritti umani. Tra queste vi è Amnesty International UK. Il responsabile della risposta alle crisi dell’organizzazione, Kristyan Benedict, ha affermato che un’azienda il cui software è stato utilizzato per favorire il genocidio e il sistema di apartheid israeliano “non dovrebbe avere alcun posto nei servizi pubblici britannici, compreso il NHS”.
Le preoccupazioni non riguardano soltanto Israele. Negli Stati Uniti, Palantir collabora da anni con il Dipartimento della Difesa e con l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) (LINK), l’agenzia federale responsabile delle espulsioni degli immigrati. Secondo documenti resi noti negli ultimi mesi, la società starebbe sviluppando strumenti capaci di incrociare dati provenienti anche da banche dati sanitarie per facilitare l’individuazione delle persone da deportare.
È proprio questo intreccio tra sanità, sorveglianza, apparati militari e sicurezza nazionale a rendere particolarmente delicato il contratto britannico con il NHS. Sempre secondo Middle East Eye, Palantir avrebbe perseguito per anni l’obiettivo di ottenere accesso all’enorme patrimonio informativo del servizio sanitario britannico, riuscendo a entrarvi inizialmente durante l’emergenza Covid con un contratto simbolico da una sterlina, per poi consolidare progressivamente la propria posizione fino all’accordo da 330 milioni di sterline firmato nel 2023.
Le critiche non riguardano soltanto il valore economico dell’appalto, ma anche il metodo. La Corte dei Conti britannica aveva già rilevato come quell’offerta iniziale a costo quasi nullo rischiasse di alterare la concorrenza, creando una dipendenza crescente dal fornitore. È una strategia ben nota nel settore tecnologico: offrire inizialmente servizi a costi irrisori, conquistare una posizione dominante e rendere poi estremamente difficile sostituire l’infrastruttura. Parallelamente emergono interrogativi anche sulla trasparenza dei rapporti tra Palantir e le istituzioni britanniche. L’azienda ha assunto numerosi ex funzionari governativi e dirigenti del NHS, mentre alcune vicende di lobbying e consulenze non dichiarate hanno alimentato sospetti di una pericolosa “porta girevole” tra settore pubblico e società privata.
L’espansione di Palantir nel Regno Unito, inoltre, non si limita al settore della sanità. Secondo l’inchiesta di Middle East Eye, dal 2020 la società ha ottenuto almeno 34 contratti pubblici per un valore complessivo superiore ai 670 milioni di sterline, interessando ministeri, difesa, programmi legati alla deterrenza nucleare, servizi sociali per l’infanzia, amministrazioni locali, gestione dei rifugiati, polizia e altri enti pubblici. Particolarmente significativo è il contratto da circa 240 milioni di sterline con il Ministero della Difesa britannico, assegnato senza gara nell’ambito del potenziamento delle capacità militari basate sull’intelligenza artificiale. Parallelamente, sono emerse collaborazioni anche con l’agenzia responsabile del programma nucleare britannico.
Nel frattempo cresce anche la resistenza politica alla presenza pervasiva di Palantir. Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, aveva inizialmente bloccato un contratto da 50 milioni di sterline tra la Polizia Metropolitana della capitale e Palantir per via di violazioni nelle procedure di affidamento e il rischio di un’eccessiva dipendenza tecnologica. Sebbene il provvedimento sia stato successivamente ridimensionato dopo il ricorso della società, il caso dimostra quanto il tema stia diventando sempre più divisivo. Altre inchieste giornalistiche hanno evidenziato come diversi progetti di polizia prevedano l’elaborazione di enormi quantità di dati personali, comprese informazioni politiche, sindacali, sanitarie e perfino relative all’orientamento sessuale dei cittadini. Esperienze analoghe negli Stati Uniti, come il programma di polizia predittiva sperimentato a Los Angeles e poi abbandonato, hanno già mostrato i rischi di discriminazioni sistemiche e distorsioni algoritmiche.
Il nodo centrale, tuttavia, va oltre la stessa tutela della privacy. I governi occidentali, compreso quello britannico, hanno ormai dimostrato di considerare la sorveglianza digitale uno strumento ordinario dell’azione pubblica. Il vero problema, per le classi dirigenti, consiste piuttosto nell’affidare infrastrutture critiche e banche dati strategiche a un’impresa privata strettamente intrecciata con gli apparati politico-militari di un altro paese. In un contesto internazionale caratterizzato da crescenti tensioni geopolitiche, anche tra alleati storici, la possibilità che informazioni sensibili possano essere accessibili, direttamente o indirettamente, agli Stati Uniti o a Israele rappresenta una vulnerabilità che molti parlamentari britannici giudicano ormai inaccettabile.
Come in molti paesi, Palantir è presente da diversi anni anche in Italia. La società ha sviluppato collaborazioni con grandi gruppi industriali, come ad esempio Fedrigoni, o con istituti nell’ambito ospedaliero, come il Policlinico Gemelli, per attività di analisi dei dati, sicurezza e ottimizzazione dei processi. Rispetto al Regno Unito, tuttavia, il dibattito pubblico rimane decisamente più limitato. Le polemiche riguardano soprattutto il settore della difesa e della cybersicurezza, mentre manca ancora una discussione approfondita sull’eventuale utilizzo della tecnologia Palantir nei servizi pubblici e sulle implicazioni che una simile dipendenza potrebbe avere in termini di sovranità digitale.
Il caso britannico dimostra comunque come la questione Palantir non possa essere ridotta a un semplice confronto tra sostenitori dell’innovazione tecnologica e difensori della privacy. In gioco vi sono il controllo delle infrastrutture digitali, l’autonomia decisionale degli stati, la trasparenza degli appalti pubblici e il crescente potere esercitato da colossi tecnologici sempre più intrecciati con gli interessi geopolitici e militari delle grandi potenze. Un intreccio destinato a pesare ben oltre i confini del Regno Unito.

