USA: l’antifascismo diventa terrorismo
L’attacco frontale contro i diritti democratici da parte dell’amministrazione Trump ha partorito questa settimana la prima sentenza di condanna per “reati” di opinione e per avere manifestato contro le operazioni anti-immigrati ordinate dal governo. Gli otto imputati alla sbarra avevano preso parte alle proteste del 4 luglio 2025 davanti al centro di detenzione Prairieland nella cittadina di Alvarado, in Texas, nel quadro della mobilitazione scaturita dalle persecuzioni verso gli immigrati degli agenti dell’ICE. Complessivamente, sono stati distribuiti 450 anni di carcere, in quello che è il verdetto politico più pesante quanto meno della storia recente degli Stati Uniti. La decisione del tribunale del distretto settentrionale del Texas è in totale sintonia con le direttive della Casa Bianca e stride in modo clamoroso con il trattamento riservato ai sostenitori neo-nazisti di Trump che nel gennaio 2021 avevano assaltato violentemente il Congresso di Washington per rovesciare il risultato delle elezioni presidenziali del novembre precedente.
La gravità delle pene è il risultato della politicizzazione del sistema legale da parte dell’amministrazione repubblicana, che ha di fatto assegnato alla categoria del “terrorismo” qualsiasi forma di opposizione al governo, in particolare se espressa sulla base di idee o posizioni di sinistra. La pena più consistente è quella imposta all’ex Marine, Benjamin Hanil Song. Il 32enne aveva sparato in direzione di un’agente di polizia, giustificandosi di avere preso l’iniziativa dopo avere osservato quest’ultimo mentre puntava la sua pistola verso un manifestante che stava cercando di fuggire dalla confusione degli scontri in corso. Lo stesso agente aveva poi sparato a sua volta in direzione di Hanil Song. Durante gli eventi oggetto del processo, in ogni caso, non furono registrati decessi, anche se la severità delle pene erogate dai giudici potrebbe far pensare diversamente.
Che la ricostruzione di Hanil Song corrisponda o meno alla realtà dei fatti, è impossibile vedere nelle sue azioni un intento terroristico, oltretutto premeditato. Nel corso del processo, tuttavia, l’accusa ha offerto un’interpretazione tale degli eventi da far credere a un complotto appunto di natura terroristica, pianificato dagli imputati per massacrare gli agenti di polizia e dell’ICE presenti sul luogo delle proteste. Di ciò non è stata però presentata una sola prova durante il dibattimento.
Agli altri sette imputati sono state comminate pene che vanno da 30 a 70 anni. La più assurda, se possibile, è quella ricevuta da Daniel Rolando Sanchez Estrada, condannato a 30 anni di carcere per avere rimosso dalla sua abitazione giornali anarchici e altro materiale di propaganda politica su richiesta della moglie, anch’essa tra gli imputati, che si trovava in carcere, così da evitare che venissero requisiti in caso di perquisizioni.
Un elemento centrale della strategia dell’accusa, così come dell’offensiva retorica dell’amministrazione Trump durante il processo, è stato lo sforzo di ingigantire la minaccia rappresentata da un’organizzazione – “antifa” – che, in quanto tale, nemmeno esiste negli Stati Uniti. Gli otto condannati avrebbero cioè fatto parte di una cellula che aveva complottato contro l’ICE e la polizia per portare a termine una qualche operazione terroristica il 4 luglio dello scorso anno presso il centro di detenzione del Texas. L’assurdità della tesi del governo è facilmente comprensibile se si considera che, come già anticipato, “antifa” non è un’entità organizzata con un elenco di affiliati, una struttura propria, una leadership o una rete nazionale. Si tratta piuttosto di una vaga definizione che riunisce, in maniera tutt’altro che disciplinata, settori della società che si stanno mobilitando contro la deriva autoritaria del governo americano e che condividono un atteggiamento di opposizione alle tendenze fasciste sempre più evidenti.
Procuratori, giudici, politici e commentatori di destra continuano a usare questa etichetta nei confronti di coloro che protestano contro il governo, al preciso scopo di fare di “antifa” un marchio che rappresenta un’organizzazione criminale e terroristica impegnata a rovesciare il sistema con metodi violenti. È, al contrario, proprio l’offensiva ultra-repressiva del governo ad avere un carattere metodico, con decisioni attentamente pianificate per costruire il fenomeno “antifa” e perseguire quanti a esso vengono accostati.
Il momento di svolta era avvenuto lo scorso settembre dopo l’assassinio dell’attivista di destra, Charlie Kirk, durante una conferenza pubblica. L’episodio aveva dato l’occasione a Donald Trump di emanare il famigerato Memorandum Presidenziale per la Sicurezza Nazionale n. 7 (NSPM-7), volto a contrastare “il terrorismo domestico e la violenza politica organizzata”. Il provvedimento, in altre parole, gettava le fondamenta (pseudo-)legali per scatenare una campagna di repressione contro l’opposizione politica negli Stati Uniti. L’obiettivo del documento firmato da Trump era evidentemente la sinistra – l’antifascismo, appunto – come spiegato senza equivoci nel testo, con buona pace della realtà oggettiva secondo la quale l’unica vera minaccia terroristica domestica negli USA è rappresentata da gruppi paramilitari di estrema destra, spesso e non a caso aperti sostenitori dell’attuale presidente.
Nel decreto si spiegava che l’attenzione delle autorità deve essere rivolta verso individui o movimenti che “dipingono i principi fondanti degli USA (sostegno per le forze dell’ordine e per il controllo delle frontiere) come fascisti”. Quello che caratterizza la “condotta violenta” dei membri di “antifa” sarebbe un’attitudine contraria “all’americanismo, al capitalismo e al cristianesimo”. Il Memorandum n. 7 incarica quindi l’FBI, il dipartimento di Giustizia e altre agenzie federali di “indagare, incriminare e smantellare questi gruppi impegnati in azioni di terrorismo sul fronte interno”. Dove per atti di terrorismo si intendono azioni protette dalla Costituzione, a cominciare dalle manifestazioni di protesta contro il governo e dall’opposizione alle politiche di quest’ultimo.
La persecuzione politica innescata dal NSPM-7 si è concentrata nei mesi scorsi sulle proteste esplose contro i metodi violenti dell’ICE nel mettere in atto rastrellamenti, arresti, detenzioni e torture di migranti in varie località degli Stati Uniti. Il dipartimento di Giustizia aveva completato il quadro abbozzato dal decreto presidenziale con altre direttive che assegnavano vasti poteri alle autorità inquirenti e alle forze di polizia, mentre definivano contorni più precisi riguardo ai “crimini” da perseguire. Tra di essi figurano l’ostacolo alle operazioni dell’ICE o il ferimento di agenti federali, anche se a seguito di scontri provocati da questi ultimi. In sostanza, gesti di disobbedienza civile, normali in una reale democrazia, sono stati trasformati in crimini gravi per delegittimare proteste e, più in generale, l’opposizione alle politiche governative.
Questa stretta autoritaria, come dimostra il caso del Prairieland Detention Center, vede la partecipazione anche della magistratura americana. Le pene stabilite per gli imputati danno già l’idea dell’estrema politicizzazione del processo. In aggiunta a ciò, vi sono anche la condotta dei giudici durante il dibattimento e i commenti che hanno accompagnato la sentenza. Il giudice distrettuale che ha presieduto il caso, Mark T. Pittman, ha ostentato fin dall’inizio un atteggiamento per nulla imparziale, in linea con i suoi precedenti da collaboratore della campagna elettorale di George W. Bush e da membro dello staff di un ex senatore repubblicano.
Al suo fianco c’era poi il giudice Reed O’Connor, nominato, come Pittman, da Bush jr. e con una lunga serie di precedenti in processi serviti ad avanzare cause care alla destra ultra-conservatrice. Durante la lettura della sentenza, O’Connor ha spiegato che le pesantissime pene erogate dipendono dal fatto che “lo stato [del Texas] intende mandare un messaggio a chiunque condivida una simile ideologia”. Ovvero, che si opponga attivamente alla deriva fascista dell’amministrazione Trump. L’incredibile sentenza rappresenta d’altra parte un esempio per intimidire e scoraggiare quanti intendano protestare o mobilitarsi contro gli attacchi del governo agli immigrati o, più in generale, ai diritti democratici.
Che non si tratti di un esempio isolato è infatti confermato dall’incriminazione formale, avvenuta sempre questa settimana, di 15 attivisti in Minnesota coinvolti nelle proteste contro l’operazione anti-migranti ordinata dalla Casa Bianca e diretta in particolare contro la comunità somala di questo stato. I “reati” contestati ricordano quelli degli otto condannati in Texas e, con ogni probabilità, il futuro processo assomiglierà molto a quello celebrato contro questi ultimi.

