Iran, la pace passa da Beirut
Lo snodo decisivo per la possibile risoluzione della crisi tra Iran e Stati Uniti sta diventando sempre più il teatro di guerra libanese, dove il regime genocida di Netanyahu sta non solo cercando di neutralizzare la minaccia sistemica di Hezbollah, ma anche e soprattutto di influenzare o, per meglio dire, affondare le già difficili trattative in corso con la mediazione del Pakistan. In questo contesto, il recente annuncio del rinnovo del (finto) cessate il fuoco tra Israele e Libano farà poco o nulla per abbassare il livello dello scontro, visto che per il primo ministro-criminale di guerra le condizioni dell’accordo devono valere solo per Hezbollah, mentre si riserva come sempre la facoltà di continuare a colpire il nemico, proprio nell’ottica di ostacolare qualsiasi ipotesi di stabilizzazione della situazione in Medio Oriente a favore della Repubblica Islamica.
È, sul fronte opposto, lo stesso governo iraniano a insistere nell’includere il Libano in un eventuale accordo di ampio respiro da siglare con la Casa Bianca. Le discussioni sono infatti arenate su questo punto, essendo il presidente Trump impossibilitato, per una serie di motivi, a tenere al guinzaglio il regime sionista. Lo stop all’aggressione contro il Libano e alle stragi quotidiane è diventato così un elemento essenziale per Teheran, di fatto come la salvaguardia del diritto al nucleare civile e l’implementazione di un nuovo sistema di regole per il transito marittimo attraverso lo stretto di Hormuz.
Colui che è diventato una sorta di stenografo della Casa Bianca, il reporter del sito Axios Barak Ravid, ha scritto mercoledì in anteprima che il governo americano ha favorito appunto l’intesa tra Israele e Libano su una tregua totale. Tutto dipende però dall’astensione delle milizie del “Partito di Dio” dall’attaccare le forze di occupazione e dal loro ritiro dal territorio a sud del fiume Litani (Leonte). Ovvero dalle aree occupate dalle forze israeliane. Leggendo nei dettagli del presunto accordo si ritrova il solito impegno da parte di Beirut a disarmare Hezbollah. In apposite “zone pilota” nel sud del Libano, le forze armate regolari dovranno assumere il controllo esclusivo e assicurarsi che non ci sia più nessuna presenza degli uomini del partito-milizia sciita.
Solo una volta soddisfatta questa condizione, Israele ritirerà le proprie forze dal territorio libanese, così da consentire, come recita il comunicato ufficiale emesso a Washington, reali “progressi verso un accordo completo di pace e per la sicurezza”. I rappresentanti del governo libanese hanno dunque ancora una volta concesso a USA e Israele l’iniziativa in questa farsa dei “colloqui di pace”. Non esiste infatti nessuna possibilità che l’esercito libanese disarmi Hezbollah, se non a rischio di fare esplodere una nuova guerra civile. Perciò, Hezbollah continuerà a mantenere la propria presenza nel sud del paese e a combattere contro l’occupazione sionista. Di conseguenza, Netanyahu si attribuirà il diritto di continuare o intensificare le operazioni militari oltre il confine settentrionale.
Non ci sono inoltre elementi per credere, se anche Hezbollah dovesse acconsentire a quanto stabilito a Washington, che Israele rispetti i termini dell’accordo. Senza una ferma resistenza, lo stato ebraico troverà qualsiasi giustificazione per mantenere la propria presenza nel sud del Libano. Di conseguenza, Hezbollah ha subito chiarito che non intende accettare le condizioni concordate tra Tel Aviv e il governo di Beirut. La resistenza contro l’occupazione israeliana è quindi destinata a proseguire.
L’illusione di potere trattare con Israele e di credere nella parola di Netanyahu è stata distrutta per l’ennesima volta nei giorni scorsi dopo che era circolata la notizia, sempre attraverso Axios, di una telefonata dai toni molto duri tra Trump e il premier israeliano. Il presidente americano, com’è ormai noto, avrebbe ricoperto di insulti il suo alleato per avere messo a rischio i negoziati con l’Iran pianificando bombardamenti a tappeto sui sobborghi meridionali di Beirut. Dopo il tesissimo colloquio, Netanyahu ha fermato l’operazione contro la roccaforte di Hezbollah nella capitale, sventando per il momento il ritiro di Teheran dai negoziati e il minacciato attacco iraniano contro il nord di Israele.
La vicenda è apparsa però subito come una commedia per tenere in vita la tregua tra USA e Iran, mentre il regime sionista ha allargato l’offensiva nel sud del Libano, fino a superare il fiume Litani e a occupare l’altamente simbolico castello crociato di Beaufort. Un’evoluzione del quadro bellico che rende dunque sempre più complicate le trattative tra Teheran e Washington, così come annulla sul nascere l’accordo tra Israele e Libano. Hezbollah non acconsentirà a nessuna tregua in assenza di un ritiro dal territorio libanese delle forze di occupazione.
Tornando alle posizioni iraniane, i vertici della Repubblica Islamica non intendono derogare dalla richiesta di allargare al Libano le condizioni di un eventuale accordo con Washington. Questa posizione dipende evidentemente dall’importanza di Hezbollah per Teheran, vero e proprio “gioiello” del fronte della Resistenza e, nel concreto, elemento cruciale nella proiezione degli interessi strategici iraniani in Medio Oriente. Ed è esattamente per questa ragione che Netanyahu ha per contro ordinato un “drammatico” cambio di passo nelle operazioni militari in Libano, cercando di espandere il controllo israeliano nelle aree di influenza di Hezbollah.
La strategia israeliana mira a mantenere il controllo della situazione nelle dinamiche delle ultime settimane seguite all’inizio della tregua tra USA e Iran. In particolare, l’offensiva libanese serve a garantire a Tel Aviv uno strumento per fare pressioni sulla Casa Bianca e magari provocare un intervento di Teheran, così da far saltare il tavolo delle trattative. Pressioni su Washington che crescono ulteriormente proprio per l’insistenza iraniana di pacificare anche il fronte libanese, in quanto quest’ultima richiesta dimostra in maniera inequivocabile l’incapacità di Trump di mettere un freno a Netanyahu.
Da un altro punto di vista, il premier israeliano sa perfettamente che, per quanto il suo regime giochi un ruolo distruttivo e talvolta contro gli stessi interessi americani, la Casa Bianca non potrà alla fine che appoggiare le azioni dell’alleato, in primo luogo perché la lobby sionista controlla di fatto l’apparato di potere negli Stati Uniti. Per Netanyahu non esiste in questo frangente uno scenario più pericoloso di una tregua regionale. Questa prospettiva sposterebbe infatti l’attenzione dalla guerra, e quindi da una situazione di continua emergenza, ai fallimenti del suo regime, nonché ai suoi guai giudiziari. Un’eventualità tanto più pericolosa se si considera che le elezioni generali in Israele si terranno da qui a pochi mesi.
Non va in ogni caso sopravvalutato l’impegno dell’amministrazione Trump nell’arrivare a un accordo con Teheran, né tantomeno appare realistico credere che esista un divario sempre più ampio tra le azioni di Netanyahu e gli obiettivi americani. Entrambi auspicano un Libano sotto la totale influenza di USA e Israele attraverso la marginalizzazione di Hezbollah. Per questa ragione la presunta sfuriata di Trump contro Netanyahu, se pure fosse realmente avvenuta, va contestualizzata e collegata a differenze puramente tattiche tra i due leader. È impensabile che il presidente americano sia disposto ad accettare la condizione imposta da Teheran in relazione al Libano, che cioè Israele cessi le operazioni sul campo così che Hezbollah rimanga un attore fondamentale nelle dinamiche politiche e militari del paese dei cedri. Piuttosto, il fine della Casa Bianca è quello di evitare un’escalation in Libano in modo da tenere in vita i negoziati con l’Iran mentre è alla disperata ricerca di una “exit strategy” da una guerra a dir poco disastrosa.
Il problema è però che Netanyahu, per quanto possa arretrare parzialmente e in maniera temporanea, continua a sentirsi svincolato anche dal controllo del partner numero uno del suo paese, da cui dipende di fatto la propria sopravvivenza. L’impossibilità per gli Stati Uniti di rompere con il regime sionista è in definitiva il cuore del dilemma trumpiano, dal momento che qualsiasi accordo possa stipulare con Teheran resta esposto al boicottaggio israeliano. E, d’altro canto, la Repubblica Islamica non intende fare nessuna concessione se Trump non limiterà drasticamente le azioni di Netanyahu. Ritrovandosi così in un vicolo cieco, il presidente americano continua a prendere tempo, a rilasciare dichiarazioni che vengono smentite da lui stesso a distanza di pochi minuti l’una dall’altra e a rimandare in sostanza le decisioni che potrebbero finalmente sbloccare lo stallo in una crisi di cui egli stesso è il principale responsabile.

