Pakistan, la lunga mano di Washington
Il ruolo decisivo degli Stati Uniti nella rimozione e nel successivo arresto dell’ex primo ministro pakistano, Imran Khan, era emerso già all’indomani dei fatti risalenti alla primavera del 2022. Nuovi dettagli sono tuttavia emersi, dopo quattro anni, sui contorni dell’operazione orchestrata dall’allora amministrazione Biden in seguito alla pubblicazione di un documento diplomatico ufficiale del governo di Islamabad. La vicenda è stata analizzata da una lunga indagine del sito investigativo Drop Site News, che collega correttamente la vicenda al riallineamento geopolitico del Pakistan e al tentativo di ritagliarsi un ruolo di mediazione nei difficili negoziati tra Stati Uniti e Iran per mettere fine alla guerra di aggressione in corso. Khan era finito in sostanza nel mirino di Washington a causa del rifiuto di concedere basi sul territorio del suo paese alla CIA e alla scelta di mantenere una posizione neutrale nel conflitto ucraino.
In questi mesi, il governo di Shehbaz Sharif e soprattutto i vertici militari pakistani hanno cercato di presentarsi come interlocutori indispensabili nel dialogo tra Teheran e Washington. L’attivismo diplomatico di Islamabad ha sorpreso molti osservatori, anche perché il Pakistan di Imran Khan aveva seguito una linea molto diversa, fondata su un difficile equilibrio tra Cina, Russia, Iran e Stati Uniti. Oggi, invece, il paese appare sempre più integrato nell’orbita strategica americana e saudita.
La ricostruzione di Drop Site News conferma come la trasformazione sarebbe stata il risultato di un’operazione politica condotta in stretta sintonia tra apparati militari pakistani e amministrazione Biden. Al centro dell’inchiesta vi è il famoso “cypher”, il cablo diplomatico inviato il 7 marzo 2022 dall’ambasciatore pakistano a Washington, Asad Majeed Khan, dopo un incontro con Donald Lu, allora assistente del segretario di Stato per l’Asia meridionale.
Nel documento, classificato “Secret/No Circulation”, Lu spiegava in maniera esplicita che i rapporti tra Washington e Islamabad sarebbero migliorati solo dopo la rimozione di Khan attraverso un voto di sfiducia parlamentare. La frase destinata a restare simbolica dell’intera vicenda è quella attribuita al funzionario americano: “All will be forgiven”, “tutto sarà perdonato”, nel caso in cui Khan fosse estromesso dal potere.
L’origine dello scontro tra Washington e il leader pakistano risale ai mesi precedenti. Nel giugno 2021 il direttore della CIA William Burns si recò a Islamabad per ottenere dal Pakistan il permesso di utilizzare basi militari da cui lanciare operazioni con droni in Afghanistan una volta completato il ritiro americano dal paese occupato da due decenni. Khan rifiutò perfino di incontrarlo. Poco dopo, in un’intervista alla testata on-line Axios, lo stesso premier avrebbe escluso pubblicamente qualsiasi possibilità di concedere infrastrutture pakistane agli Stati Uniti.
La posizione dell’allora primo ministro entrava in collisione con la strategia che Washington stava predisponendo in previsione del ritiro delle forze di occupazione, risoltosi poi in un’operazione drammaticamente caotica. Per l’amministrazione Biden, Khan rappresentava inoltre un interlocutore sempre più problematico per i suoi rapporti con Cina e Russia. La rottura definitiva arrivò così nel febbraio 2022, quando il leader pakistano si recò a Mosca per incontrare Vladimir Putin proprio nel giorno dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina.
Washington interpretò quella visita come una sfida diretta. Secondo l’inchiesta di Drop Site News, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan avrebbe cercato inutilmente di convincere Islamabad ad annullare il viaggio. Khan ignorò le pressioni e pochi giorni dopo il Pakistan si astenne all’ONU nel voto sulla risoluzione di condanna contro Mosca, insieme a Cina, India e gran parte del “Sud globale”. Da quel momento, i contatti tra diplomatici americani e apparato militare pakistano si sarebbero intensificati. Sei settimane dopo il colloquio tra Donald Lu e l’ambasciatore pakistano, Khan venne sfiduciato dal parlamento con il sostegno decisivo dei vertici delle forze armate. Per i sostenitori dell’ex premier si trattò di un vero golpe mascherato da procedura parlamentare.
La fase successiva ha segnato una svolta radicale nella politica estera pakistana. Islamabad, che sotto Khan aveva rifiutato la collaborazione militare diretta con Washington, iniziò a fornire munizioni e armamenti all’Ucraina attraverso intermediari e “contractor americani”. Secondo documenti citati dall’inchiesta, il sostegno statunitense a un nuovo prestito del Fondo Monetario Internazionale sarebbe stato collegato proprio alla prosecuzione di queste forniture militari.
Parallelamente, la repressione interna contro Khan e il suo partito si è intensificata. L’ex campione di cricket, oggi settantaduenne, è stato travolto da oltre 150 procedimenti giudiziari, incarcerato e progressivamente escluso dalla vita politica. Le elezioni del 2024 si sono svolte in un clima denunciato da numerose organizzazioni internazionali come fortemente manipolato, con il partito di Khan, PTI (Pakistan Tehreek-e-Insaf), privato persino del proprio simbolo elettorale.
L’inchiesta dedica ampio spazio anche alla questione nucleare e al crescente peso del generale Asim Munir, oggi uomo forte del Pakistan e principale referente di Washington. Dopo la caduta di Khan, i vertici militari avrebbero cercato di rassicurare gli Stati Uniti limitando la portata strategica del programma missilistico pakistano e ridimensionando i rapporti con Pechino.
Il dossier più delicato riguarda proprio la Cina. Per oltre un decennio Islamabad era stata uno dei pilastri della “Belt and Road Initiative” (BRI) attraverso il Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC), considerato da Pechino essenziale per l’accesso all’Oceano Indiano. Tuttavia, sotto la guida di Munir, molti dei progetti infrastrutturali sono stati rallentati o congelati.
Secondo i documenti citati nell’inchiesta, Islamabad avrebbe anche tentato di negoziare con Pechino la trasformazione del porto di Gwadar in una base militare cinese permanente, avanzando però richieste considerate inaccettabili dalla leadership cinese, inclusa l’assistenza diretta sul deterrente nucleare marittimo pakistano. Cosa, quest’ultima, che avrebbe fatto del governo cinese un facilitatore di fatto della corsa agli armamenti in Asia meridionale. Il fallimento di quei colloqui ha così contribuito a raffreddare sensibilmente i rapporti tra i due alleati storici.
Nel frattempo, il Pakistan ha rafforzato la cooperazione con Arabia Saudita e Stati Uniti. Nel 2025 Islamabad ha firmato un patto di difesa reciproca con Riyadh, scelta che Khan aveva rifiutato anni prima. Allo stesso tempo, il governo pakistano ha cercato di consolidare i rapporti con la nuova amministrazione Trump, anche attraverso iniziative economiche e finanziarie vicine all’entourage dell’ex presidente americano.
Nonostante la ritrovata centralità diplomatica, restano però forti dubbi sulla credibilità internazionale del Pakistan come mediatore. Teheran guarda con crescente sospetto all’eccessiva vicinanza di Islamabad agli interessi americani. Emblematiche, in questo senso, appaiono le dichiarazioni di esponenti iraniani che hanno accusato il Pakistan di agire sistematicamente in funzione delle esigenze di Washington.
Anche negli Stati Uniti emergono segnali di insofferenza. Ambienti filo-israeliani e diversi membri di primo piano del Partito Repubblicano mettono in discussione il ruolo pakistano nei negoziati con l’Iran, accusando Islamabad di ambiguità e “doppio gioco”. La parabola del Pakistan contemporaneo appare così sospesa tra ambizioni geopolitiche, dipendenza strategica dagli Stati Uniti e crescente instabilità interna.
Dietro il ritorno di Islamabad al centro della scena regionale si intravede dunque una realtà molto meno lineare di quella celebrata dalla propaganda ufficiale: un paese trasformato da un cambio di regime sostenuto dall’esterno, attraversato da profonde tensioni interne e divenuto uno dei terreni principali dello scontro globale tra Washington e Pechino.

