Starmer e il fantasma di Epstein
La posizione del primo ministro britannico Keir Starmer appare sempre più precaria, travolta dalla crisi esplosa attorno alla nomina e successivo licenziamento di Peter Mandelson come ambasciatore negli Stati Uniti. Le recenti pubblicazioni di documenti legati al caso Epstein hanno riportato alla luce, e in parte ampliato, i contorni dei rapporti tra l’ex ministro laburista e il finanziere statunitense condannato per reati sessuali. La vicenda ha avuto nuovi sviluppi proprio in questi giorni, con audizioni parlamentari che hanno ulteriormente indebolito l’inquilino di Downing Street. In particolare, la deposizione di martedì di Sir Olly Robbins – alto funzionario del Foreign Office ed ex responsabile del servizio diplomatico – ha messo in discussione la versione fornita dal premier, riaprendo interrogativi sulla gestione interna del caso e sui reali livelli di responsabilità politica.
La crisi era già iniziata nei mesi scorsi, quando le prime rivelazioni sui rapporti tra Mandelson ed Epstein avevano costretto Starmer a un difficile passo indietro. La nomina dell’ex architetto del “New Labour” a Washington, annunciata nel dicembre 2024, era stata seguita da un crescente flusso di indiscrezioni, culminate a settembre 2025 nella sua rimozione dall’incarico. Il colpo più duro per Downing Street era arrivato però a febbraio, con le dimissioni del capo di gabinetto Morgan McSweeney, sacrificato per contenere il danno politico dopo l’emergere di informazioni secondo cui Mandelson, durante il governo di Gordon Brown, aveva condiviso con Epstein dati sensibili di natura economica e finanziaria.
Le ultime tranche di documenti pubblicati negli Stati Uniti hanno ulteriormente aggravato il quadro. Il nome di Mandelson compariva migliaia di volte nei materiali legati a Epstein e, soprattutto, erano emersi dettagli su scambi diretti di informazioni riservate provenienti dall’interno del governo britannico. Tra queste, anticipazioni su interventi finanziari europei durante la crisi dell’eurozona e documenti relativi a piani di privatizzazione e riforma fiscale. Informazioni potenzialmente utilizzabili per operazioni speculative, che delineavano un rapporto ben più strutturato di quanto fino ad allora ammesso.
A riaccendere lo scandalo è stata poi un’indagine del Guardian sul processo di “vetting” – la verifica di sicurezza effettuata dal servizio competente del Foreign Office – cui Mandelson avrebbe dovuto essere sottoposto prima di assumere l’incarico a Washington. Secondo quanto emerso, il 28 gennaio 2025 il servizio di controllo aveva formalmente segnalato che i fattori di rischio legati alla figura di Mandelson avrebbero dovuto impedirne la nomina. Nonostante ciò, il Foreign Office – sotto pressione diretta di Downing Street – aveva insistito per procedere comunque, sollevando pesanti dubbi sulla gestione politica della procedura. A livello pubblico non è emerso ufficialmente nulla circa le ragioni che sconsigliavano la nomina di Mandelson. Le voci non confermate che circolano si riferiscono ai rischi per la “sicurezza nazionale” derivanti dagli affari russi e cinesi di quest’ultimo, ma è con ogni probabilità proprio il coinvolgimento nei traffici di Epstein, forse con particolari ancora ignoti al pubblico, ad avere sollevato le maggiori perplessità.
Di fronte alle crescenti critiche, Starmer ha comunque tentato di scaricare la responsabilità proprio su Olly Robbins, rimosso dal suo incarico pochi giorni fa e indicato come colui che avrebbe omesso di informare il premier sull’esito negativo della verifica di sicurezza. Nel suo intervento alla Camera dei Comuni di lunedì, il primo ministro ha affermato di essere stato tenuto all’oscuro fino alla settimana precedente, così da ricondurre la questione a una presunta falla nella catena informativa interna al governo.
Una versione smentita, almeno in parte, dallo stesso Robbins durante la sua audizione di martedì davanti alla Commissione Affari Esteri. Il funzionario ha chiarito che i rischi legati alla nomina di Mandelson erano ben noti e che vi era stata una discussione interna proprio sulla necessità di sottoporlo a verifica. Robbins ha inoltre parlato di “pressioni costanti” provenienti da Downing Street affinché la nomina venisse confermata nel più breve tempo possibile. Incalzato dalla presidente della commissione, la laburista Emily Thornberry, ha indicato nell’ufficio del primo ministro il principale centro di queste pressioni, pur evitando di attaccare direttamente Starmer. Il riferimento a un clima di urgenza e a una certa “disinvoltura” rispetto alle procedure ha comunque contribuito a incrinare ulteriormente la linea difensiva del governo.
Le audizioni di giovedì, con l’intervento della funzionaria Cat Little, non hanno invece prodotto elementi particolarmente dirompenti. La testimonianza si è mantenuta su toni più cauti, senza introdurre novità sostanziali, offrendo di fatto una temporanea tregua politica a Downing Street, ma senza dissipare i dubbi accumulati nei giorni precedenti.
Il quadro complessivo resta dunque quello di un premier politicamente indebolito. La vicenda Mandelson-Epstein si innesta infatti su un contesto già segnato da un crollo di popolarità, alimentato da scelte economiche contestate, attacchi al welfare, sostegno al genocidio israeliano a Gaza e una postura quantomeno ambigua rispetto all’aggressione militare israelo-americana contro l’Iran. Nonostante ciò, difficilmente il Partito Laburista procederà a una sostituzione immediata del suo leader. Solo il gruppo parlamentare ha il potere di rimuovere il primo ministro e, allo stato attuale, prevale la volontà di evitare un ulteriore scossone in una fase di forte instabilità, sia interna sia internazionale.
È più probabile che l’eventuale resa dei conti venga rinviata a dopo le elezioni locali del 7 maggio, che si preannunciano estremamente difficili per il “Labour”, in forte calo nei sondaggi. Un risultato negativo potrebbe offrire il pretesto politico per avviare una transizione di leadership senza assumersi la responsabilità diretta di una sfiducia interna.
A rendere ancora più delicata la posizione di Starmer è il fatto che, contrariamente alle sue dichiarazioni iniziali, esistono elementi concreti che indicano come fosse a conoscenza dei legami tra Mandelson ed Epstein già prima della nomina. Diversi organi di stampa, tra cui The Independent, avevano segnalato mesi prima criticità emerse anche nei controlli dei servizi di sicurezza. Nonostante ciò, la scelta è stata comunque confermata. Un dato che rafforza l’impressione di una decisione politica consapevole, maturata all’interno di una corrente – quella neoliberista del “New Labour”, riconducibile all’ex premier e criminale di guerra a piede libero Tony Blair – di cui Mandelson è stato uno dei principali artefici e a cui l’attuale leadership continua a fare riferimento.
In definitiva, lo scandalo che scuote Downing Street va ben oltre la singola vicenda personale. Esso mette in luce le contraddizioni profonde di una classe dirigente e di un partito sempre più distante dalla propria base sociale. I giorni – o forse le settimane – di Starmer alla guida del governo potrebbero essere dunque contati. Tuttavia, in caso di un tracollo alle amministrative, è praticamente scontato che l’establishment politico ed economico britannico opti per una sostituzione controllata, capace di dare l’impressione di discontinuità senza intaccare gli equilibri di fondo. Con il risultato, ancora una volta, di cambiare il volto senza modificare la sostanza.

