Iran, l’inganno della diplomazia
Una nuova conferma del carattere premeditato e criminale della guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran è arrivata in queste ore da fonti interne al governo di Londra attraverso rivelazioni “esclusive” pubblicate dal Guardian. Ciò che emerge dall’articolo non è del tutto nuovo, ovvero che l’amministrazione Trump ha usato il processo diplomatico in corso al momento dell’inizio delle operazioni militari come copertura per una decisione già presa. Alcuni dettagli cruciali e le testimonianze dirette degli eventi di esponenti di un governo che è un alleato strettissimo di Washington rendono però totalmente inaccettabili reticenze e ambiguità di quei paesi che, soprattutto in Occidente, continuano a non condannare in maniera esplicita l’aggressione contro la Repubblica Islamica.
Il Guardian dà per la prima volta in assoluto la notizia che rappresentanti del governo laburista britannico avevano preso parte ai colloqui tra USA e Iran a Ginevra poco prima dell’attacco, lanciato il 28 febbraio scorso. La delegazione era guidata dal consigliere per la sicurezza nazionale del premier, Jonathan Powell, il quale racconta di come i negoziati sembravano essere a un punto decisivo, con serie prospettive di arrivare a un accordo. Questo ottimismo era basato sulla presa d’atto che gli iraniani avevano messo sul tavolo concessioni che i britannici ritenevano “sorprendenti”.
In quel momento non c’era ancora in vista un accordo, ma i progressi sembravano reali e concreti e, secondo Powell, quella proposta non era l’offerta finale fatta dall’Iran. Vi era perciò a Londra estrema fiducia che passi avanti decisivi sarebbero potuti avvenire nel round successivo, incentrato sugli aspetti tecnici e programmato per il 2 marzo a Vienna ma mai avvenuto per via della decisione di Trump e Netanyahu di passare all’opzione militare.
La serietà delle intenzioni iraniane emerge appunto dalle concessioni che la delegazione britannica ha riferito al Guardian. In primo luogo, il governo di Teheran era pronto ad accettare un accordo senza nessuna scadenza, al contrario di quanto previsto dall’accordo del 2015 (JCPOA). Vi era inoltre la disponibilità a diluire i 440 kg di uranio ad alto arricchimento in proprio possesso sotto la supervisione dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). In maniera cruciale, l’Iran garantiva anche che in futuro non avrebbe prodotto e accumulato altro uranio ad alto livello di arricchimento. Quest’ultima offerta aveva fatto credere ai mediatori omaniti che un accordo era realmente a portata di mano.
Il problema era che gli inviati di Trump, il genero Jared Kushner e l’inviato speciale Steve Witkoff, non avevano un mandato per negoziare realmente e qualsiasi concessione l’Iran avrebbe fatto non sarebbe stata abbastanza. Il Guardian cita a questo proposito l’offerta degli iraniani di sospendere per un periodo da tre a cinque anni il processo di arricchimento negli impianti del proprio territorio. La risposta americana era stata una controproposta di dieci anni del tutto insensata, visto che l’Iran, da firmatario del Trattato di Non Proliferazione (TNP), avrebbe avuto tutto il diritto di arricchire l’uranio a scopi civili.
La decisione stessa della Casa Bianca di nominare Kushner e Witkoff per gestire i negoziati con l’Iran evidenzia la totale assenza di serietà americana. Jonathan Powell e il resto della delegazione britannica, come riporta il Guardian, avevano espresso serie preoccupazioni per la mancanza di competenze dei due inviati di Trump sulle questioni da affrontare durante le trattative. Kushner e Witkoff, entrambi speculatori senza nessuna esperienza né formazione specifica in ambito diplomatico, non avevano nemmeno portato con sé a Ginevra un team di esperti in grado di sostenere i negoziati negli aspetti tecnici della questione del nucleare.
A questo scopo, i due avevano invitato a Ginevra il direttore dell’AIEA, Rafael Grossi, con un’iniziativa decisamente fuori luogo alla luce dell’incarico ricoperto dall’ex diplomatico argentino. Anche per via di queste lacune evidenziate dalla delegazione americana, nella località svizzera era presente Powell e una squadra di consiglieri tecnici britannici, presumibilmente in appoggio agli inviati di Trump.
L’atteggiamento americano conferma dunque che non vi era nessuna volontà di negoziare un accordo con l’Iran. Un funzionario di un non meglio definito paese arabo del Golfo Persico coinvolto nei negoziati ha spiegato al Guardian che i diplomatici presenti a Ginevra ritenevano che Kushner e Witkoff fossero “asset” israeliani impegnati a trascinare Trump in una guerra da cui il presidente voleva invece restarne fuori. Che i due inviati siano legati a doppio filo al regime sionista è risaputo. Affermare che ci siano differenze tra Netanyahu (e Kushner e Witkoff) da un lato e Trump dall’altro è però inverosimile.
È molto più probabile che, esattamente come alla vigilia dell’aggressione del giugno 2025, il teatrino dei negoziati sia stato messo in piedi per permettere la finalizzazione dei piani di guerra, come conferma appunto la superficialità con cui la delegazione americana ha affrontato le discussioni a Ginevra. E che lo stesso presidente era già convinto anch’egli di passare all’opzione militare. D’altra parte, recentemente è stato scritto da vari giornali che una decisione in questo senso era già stata presa in occasione della visita di Netanyahu negli Stati Uniti a fine dicembre.
La “esclusiva” del Guardian contribuisce a completare l’anatomia del crimine in corso contro l’Iran, ma dietro all’articolo pubblicato martedì dal sito della testata londinese c’è anche un’agenda ben precisa che si collega direttamente ai problemi attuali del governo Starmer. I dettagli della disonestà americana nel trattare con gli iraniani, assieme alle ovvie conclusioni della delegazione britannica sulle inesistenti prove di una minaccia nucleare o missilista iraniana, vengono messe nero su bianco per allentare le pressioni su un governo laburista che Trump vorrebbe coinvolto nell’aggressione contro la Repubblica Islamica.
L’articolo del Guardian insiste infatti sulle riserve di Londra per un attacco militare ingiustificato, viste le buone prospettive di raggiungere un accordo che erano emerse a Ginevra. Secondo il governo britannico non vi erano le condizioni per scegliere la guerra e, perciò, la decisione di non partecipare attivamente al conflitto è ora totalmente giustificata. Starmer, in ogni caso, ha già fatto un’inversione di rotta in seguito all’insistenza di Washington, concedendo le basi militari britanniche alle forze americane con il ridicolo pretesto che ciò avviene solo in funzione “difensiva”.
La Casa Bianca, che ha pesantemente sottovalutato la resistenza iraniana, vorrebbe tuttavia molto di più dall’alleato, ma Downing Street si rende conto perfettamente che l’entrata in una guerra criminale, oltre a essere estremamente impopolare, comporta rischi politici e militari altissimi. Ragione per cui sono state favorite le “rivelazioni” del Guardian, le quali servono a creare una base più o meno solida per consolidare le posizioni del governo in opposizione alle richieste di Trump.
Questa ipotesi è confermata anche da un altro dettaglio, a cui il Guardian ha dato spazio in chiusura dell’articolo. Il contenuto della “esclusiva” appena pubblicata è stato citato da un intervento in parlamento nella giornata di martedì della deputata Liz Saville Roberts del partito nazionalista gallese Plaid Cymru durante un’udienza del ministro degli Esteri Yvette Cooper. La deputata dell’opposizione ha chiesto all’esponente del governo Starmer di confermare le conclusioni riportate dal Guardian, cioè se effettivamente Londra riteneva che vi fosse ancora spazio per la diplomazia tra USA e Iran e se, quindi l’attacco di USA e Israele sia da considerare “prematuro e illegale”.
Yvette Cooper ha colto la palla al balzo, confermando in sostanza il resoconto del consigliere per la sicurezza nazionale Powell sulle vicende di Ginevra, per poi aggiungere in modo cruciale: “Questa [la possibilità di arrivare a un accordo sul nucleare iraniano] è una delle ragioni della presa di posizione [del governo] sull’attacco americano” contro la Repubblica Islamica, ovvero di non partecipare direttamente alle azioni militari dei partner nel crimine, Trump e Netanyahu.

